Nel 2024 più della metà delle persone che avrebbero dovuto partecipare ai programmi gratuiti di screening oncologico non lo ha fatto. Tra inviti mai ricevuti e mancata adesione, oltre 7,6 milioni di cittadini e cittadine sono rimasti esclusi dai percorsi di prevenzione organizzati dal Servizio sanitario nazionale, con conseguenze rilevanti sulla diagnosi precoce dei tumori.
È quanto emerge dall’analisi della Fondazione Gimbe, realizzata sui dati del Report 2024 dell’Osservatorio Nazionale Screening, che fotografa un Paese ancora lontano dagli obiettivi europei e caratterizzato da profonde disuguaglianze territoriali.
«Adesioni ancora troppo basse e profonde diseguaglianze territoriali – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione – compromettono l’efficacia dello strumento più idoneo per individuare precocemente tumori e lesioni precancerose. Il bilancio è pesantissimo: oltre 50.300 casi non intercettati dai programmi organizzati di screening».
Per contrastare infatti l’impatto dei tumori sulla salute esistono due strategie principali: prevenirne la comparsa, adottando uno stile di vita sano (prevenzione primaria), oppure diagnosticare la malattia il più precocemente possibile, prima che si manifesti a livello clinico (prevenzione secondaria). A questo puntano i test di screening e le campagne di screening di popolazione: individuare in fase iniziale la malattia, in persone asintomatiche. L’azienda sanitaria invita direttamente l’intera fascia di popolazione ritenuta a rischio di sviluppare una certa malattia, offrendo gratuitamente il test ed eventuali approfondimenti. L’adesione al programma è del tutto volontaria.
Solo una persona su due aderisce agli screening per mammella e cervice
Gli screening oncologici inseriti nei Livelli essenziali di assistenza (LEA) comprendono la mammografia per le donne tra 50 e 69 anni, il Pap test per lo screening del tumore della cervice uterina tra 25 e 64 anni e la ricerca del sangue occulto nelle feci per il tumore del colon-retto per uomini e donne tra 50 e 69 anni.
Nel 2024 sono state invitate oltre 14,1 milioni di persone, ma meno di 6,5 milioni hanno effettivamente aderito.
«Al netto degli esclusi dal target – afferma Cartabellotta – nel 2024 sono state invitate a eseguire un test di screening oltre 14,1 milioni di persone (14.101.942), ma hanno aderito meno di 6,5 milioni (6.481.002). Il dato nasconde profonde differenze non solo tra i tre programmi di screening, ma soprattutto tra Regioni e aree geografiche del Paese».
Lo screening mammografico raggiunge un’adesione del 50% delle donne invitate.
Lo screening della cervice uterina, che è offerto a tutte le donne tra 25 e 64 anni – ogni 3 anni per le under 35 e ogni 5 nelle fasce d’età successive con protocolli personalizzati in alcune Regioni in base allo stato vaccinale per l’HPV – si ferma al 51%.
Lo screening del colon-retto, che è offerto a tutte le persone tra 50 e 69 anni per la ricerca del sangue occulto nelle feci, registra il dato peggiore, con appena il 33,3% di adesione.
La Legge di Bilancio 2026 – osserva Cartabellotta – ha previsto un finanziamento dedicato per ampliare progressivamente le fasce di età dei programmi di screening oncologico. Diverse Regioni avevano già anticipato questa scelta con risorse proprie extra-LEA, offrendo la mammografia anche alle donne di 45-49 e 70-74 anni e lo screening del colon-retto anche alle persone di 70-74 anni.
«Ma l’ampliamento delle fasce di età, che rappresenta un’evoluzione importante delle strategie di prevenzione oncologica, deve essere attuato solo dopo aver garantito un’elevata copertura della popolazione già destinataria degli screening inclusi nei LEA. Altrimenti si rischia di ampliare ulteriormente i divari tra le Regioni in grado di estendere l’offerta e quelle che non riescono ancora a garantire efficacemente quella ordinaria».
Il Mezzogiorno continua a essere in ritardo
Secondo Gimbe, il divario tra le Regioni resta il principale elemento critico. Nel programma mammografico il Sud non riesce a invitare tutta la popolazione target. «Con l’eccezione del Molise – puntualizza Cartabellotta – nessuna Regione del Sud raggiunge la soglia del 100%, segnale di criticità organizzative ancora rilevanti nella gestione degli inviti».
Le differenze sono ancora più evidenti nelle adesioni: per il tumore della mammella si passa dal 74% della Provincia autonoma di Trento al 15,2% della Calabria; nello screening cervicale dal 90,3% di Trento al 12,2% della Calabria; per il colon-retto dal 64,1% della Valle d’Aosta al 4,5% della Calabria.
«Il tasso di adesione agli screening riflette anche la capacità dei servizi sanitari regionali di governare l’intero percorso: aggiornare costantemente le anagrafiche della popolazione target, programmare e spedire gli inviti, realizzare campagne di sensibilizzazione ed erogare i test».
Più di 50 mila tumori e lesioni precancerose non individuati
Assumendo come riferimento una copertura del 90% della popolazione target, Gimbe ha stimato l’impatto della mancata adesione agli screening.
«Nel 2024 – spiega il Presidente – si stima che il mancato raggiungimento di una copertura del 90% non abbia consentito di identificare oltre 11.000 carcinomi della mammella, di cui più di 2.300 invasivi di piccole dimensioni; quasi 9.700 lesioni precancerose del collo dell’utero; 4.700 tumori del colon-retto e quasi 25.000 adenomi avanzati. Nel complesso, oltre 50.300 tumori e lesioni che i programmi organizzati avrebbero potuto intercettare, permettendo di avviare tempestivamente gli approfondimenti diagnostici e, quando necessario, il trattamento specifico».
L’obiettivo europeo è ancora lontano
Nonostante il numero degli inviti e la copertura siano aumentati rispetto agli anni precedenti, l’Italia resta distante dall’obiettivo fissato dal Consiglio dell’Unione europea, che prevedeva di raggiungere entro il 2025 una copertura del 90% della popolazione target.
«Il Piano Nazionale di Prevenzione 2026-2031, recentemente approvato dalla Conferenza Stato-Regioni, colloca questo traguardo al 2029, con obiettivi intermedi di almeno il 70% nel 2027 e l’80% nel 2028» precisa Cartabellotta.
Gimbe: serve una maggiore cultura della prevenzione
Secondo la Fondazione, migliorare l’organizzazione dei servizi sanitari non basta. Occorre aumentare la consapevolezza della popolazione sull’importanza della diagnosi precoce, a partire dall’educazione sanitaria nelle scuole.
«La cultura della prevenzione va coltivata molto prima dell’età prevista per gli screening. Investire nell’educazione sanitaria dei giovani significa formare cittadini più consapevoli, capaci oggi di promuovere i programmi di screening tra i propri familiari e domani più propensi ad aderirvi».
Cartabellotta lancia un messaggio chiaro: prevenzione e promozione della salute sono pilastri essenziali per ridurre l’incidenza delle malattie e garantire la sostenibilità del SSN.
«Servono una comunicazione più efficace, un’informazione capillare e il coinvolgimento attivo dei cittadini. Aderire agli screening organizzati significa diagnosticare precocemente i tumori, trattare tempestivamente le lesioni precancerose, aumentare le probabilità di guarigione definitiva, ridurre sofferenze e costi per il SSN e, soprattutto, salvare vite umane».
Un messaggio che arriva a pochi giorni di distanza dall’appello dell’OMS ai governi affinché rafforzino le politiche di prevenzione, diagnosi e cura e riducano le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari, per limitare l’impatto del cancro sulla salute e la durata di vita della popolazione mondiale.
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