Fondata nel novembre del 1959 dal nonno materno di Fabrizio Severgnini, la Meccanica Besnatese rappresenta una delle tante storie di manifattura che hanno contribuito a costruire la forza industriale del Varesotto.
Dopo il passaggio alla madre e successivamente al padre, oggi l’azienda è guidata dalla terza generazione. Con 18 dipendenti e una specializzazione consolidata nelle lavorazioni meccaniche, la società continua a operare in uno dei distretti produttivi più dinamici della Lombardia. Una realtà che ha attraversato decenni di trasformazioni tecnologiche senza perdere il legame con il territorio e che oggi guarda al futuro puntando su un principio apparentemente semplice: la prossimità.
Un tema che sarà al centro dell’incontro in programma mercoledì 22 luglio alle 18.30 a Materia Impresa Lab, a Castronno, dove interverranno l’economista e professore Gioacchino Garofoli, uno dei massimi esperti dell’economia distrettuale italiana, il giornalista Davide Ielmini e tre imprese del territorio, tra queste anche la Meccanica Besnatese, chiamate a portare le proprie esperienze dirette.
nella foto Fabrizio Severgnini
Severgnini, lei ama definire il rapporto con i clienti un rapporto “a chilometro zero”. Un’espressione insolita per una realtà della meccanica. Cosa significa?
«Significa che gran parte del nostro lavoro nasce dalla conoscenza diretta delle persone e delle aziende con cui collaboriamo. Oggi possiamo fare videoconferenze con chiunque nel mondo, scambiare documenti in pochi secondi e lavorare a distanza senza problemi. Ma quando si entra nel merito delle esigenze produttive, delle criticità e delle opportunità, la presenza fisica continua a fare la differenza. Andare dal cliente, vedere come lavora, osservare gli impianti e confrontarsi direttamente con chi utilizza le macchine permette di capire cose che da remoto spesso sfuggono».
La tecnologia, quindi, non ha cancellato il valore della prossimità? «Assolutamente no. La tecnologia è uno strumento straordinario e ci aiuta ogni giorno a ridurre tempi e costi. Però non sostituisce la capacità di osservare. Mi è capitato recentemente di andare da un cliente per discutere di una nuova lavorazione. Durante la visita ci siamo accorti che una macchina rimaneva inutilizzata per metà giornata perché non poteva essere spostata all’esterno dello stabilimento. Da quella semplice osservazione è nata l’idea di progettare una soluzione dedicata. È il classico esempio di innovazione che nasce dalla presenza sul campo. Una call non ci avrebbe mai permesso di cogliere quel dettaglio».
In altre parole la filiera corta può diventare un vantaggio competitivo? «Secondo me sì. Non significa chiudersi nel territorio o rinunciare ai mercati internazionali. Significa valorizzare la rapidità di risposta, la fiducia reciproca e la conoscenza diretta. Quando cliente e fornitore si conoscono bene, si riducono i tempi decisionali e spesso si trovano soluzioni che vanno oltre la semplice fornitura di un prodotto. È una forma di collaborazione che genera valore per entrambe le parti».
Questo approccio si riflette anche nei rapporti con le altre imprese del territorio?
«Sicuramente. Negli ultimi anni ho costruito rapporti molto stretti con alcune aziende che potrebbero essere considerate concorrenti. In realtà abbiamo competenze differenti e spesso ci aiutiamo reciprocamente. Se arriva una lavorazione che un’altra azienda può realizzare meglio di noi, preferisco affidarla a loro. Lo stesso accade al contrario. È una collaborazione basata sulla fiducia e sulla consapevolezza che oggi nessuno può fare tutto da solo».
È una sorta di rete d’impresa informale.
«Esattamente. Non ci sono contratti particolari, ma c’è una relazione costruita nel tempo. Ci scambiamo lavorazioni, consigli tecnici e perfino opportunità commerciali. In alcuni casi capita che un cliente contatti un’azienda per un lavoro che storicamente realizza un’altra. Invece di entrare in competizione, ci confrontiamo e troviamo la soluzione migliore. Può sembrare insolito, ma funziona».
Eppure in Italia le reti d’impresa formalizzate non hanno sempre dato i risultati sperati. Penso alla legge Tremonti…
«Credo che il problema sia soprattutto culturale. Molti imprenditori hanno ancora difficoltà a condividere informazioni e clienti. Io invece penso che il futuro delle piccole imprese passi proprio dalla collaborazione. Oggi molti nostri clienti sono diventati grandi gruppi industriali, mentre noi siamo rimasti realtà di dimensioni contenute. Per continuare a essere competitivi dobbiamo trovare modi nuovi di fare squadra senza perdere la nostra flessibilità».
Lei immagina una crescita diversa dalle tradizionali fusioni o acquisizioni?
«Sì. Non penso necessariamente a incorporazioni o acquisizioni. Mi piace di più l’idea di una struttura comune che possa gestire attività condivise, come la ricerca di nuovi clienti o alcuni servizi specialistici. In questo modo le aziende restano snelle, mantengono la propria identità ma possono presentarsi al mercato con una forza maggiore. È una crescita per collaborazione più che per dimensione».
Quanto pesa oggi il fattore umano nella competitività di un’impresa manifatturiera come la meccanica Besnatese?
«Tantissimo. Uno dei problemi principali è trovare personale qualificato. Negli ultimi anni abbiamo avuto molte difficoltà a reperire tornitori e fresatori. I giovani preferiscono percorsi diversi, spesso orientati alla progettazione o alla programmazione. Sono attività importanti, ma il rischio è perdere il contatto con la produzione vera e propria. Per capire davvero un processo bisogna averlo visto e vissuto».
Anche il rapporto con la tecnologia sta cambiando rapidamente. Che giudizio dà dell’intelligenza artificiale?
«È una grande opportunità e sarebbe sbagliato ignorarla. Anche noi iniziamo a utilizzarla per alcune attività. Però non deve sostituire il pensiero critico. Può aiutare, suggerire, accelerare alcuni processi, ma alla fine la responsabilità delle decisioni resta alle persone. Se deleghiamo completamente la capacità di giudizio, rischiamo di perdere una competenza fondamentale.
Qual è allora la sfida delle PMI italiane nei prossimi anni?
«Credo che la sfida sia trovare un equilibrio tra innovazione e identità. Dobbiamo usare le nuove tecnologie, aprirci ai mercati e collaborare di più. Ma senza dimenticare ciò che ci rende forti: la capacità di adattarci, di personalizzare le soluzioni e di costruire relazioni dirette con clienti e fornitori. È quello che facciamo da sempre e, a mio avviso, è ancora il nostro principale vantaggio competitivo».
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