Nell’aula 47, al quinto piano delle Scale C e B del Tribunale di Torino, oggi martedì 14 luglio alle 11,30 i giudici della Sezione Misure di prevenzione sono chiamati a discutere uno dei procedimenti più delicati degli ultimi anni per il Casinò di Saint-Vincent, quello relativo all’amministrazione giudiziaria della durata di un anno applicata alla Casino de la Vallée Spa il 28 maggio scorso nell’ambito dell’inchiesta sui presunti illeciti legati ai controlli antiriciclaggio. Tanto per chiarire che non sarà una passeggiata, basti ricordare che è la prima volta che questo tipo di provvedimento si applica a una Casa da gioco italiana.
A rappresentare la società partecipata al 99,6% dalla Regione e allo 0,4% dal Comune di Saint-Vincent sono gli avvocati Ascanio Donadio (foto sotto ), del foro di Aosta e Maurizio Riverditi (foto in basso) penalista del foro di Torino e professore associato di Diritto penale all’Università di Torino.
A poche ore dall’udienza, Laprimalinea.it è in grado di anticipare i contenuti della linea difensiva predisposta dai due legali, una memoria articolata che punta a ridimensionare il quadro delineato dalla Procura torinese, frutto delle indagini svolte dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Aosta coordinato dal pm aostano Francesco Pizzato sui circa cinque milioni di euro che, per gli inquirenti, sono stati riciclati ai tavoli verdi.
Il cuore della difesa, ‘il Casino non era complice’
Il messaggio centrale è netto; il Casino de la Vallée non sarebbe mai stato un soggetto consapevolmente asservito a un sistema illecito, bensì la ‘vittima’ dell’azione di alcuni dipendenti infedeli e di soggetti esterni che avrebbero sfruttato l’organizzazione aziendale per interessi personali. La difesa non contesta in astratto l’esigenza di presidio, ma chiede una verifica rigorosa dei presupposti di legge, dell’attualità del rischio e della proporzionalità della risposta giudiziaria. Secondo la difesa, il Tribunale non è chiamato a stabilire se alcuni reati siano stati commessi – questione già oggetto dell’indagine penale – bensì a verificare se sussistano ancora oggi i presupposti previsti dall’articolo 34 del Codice Antimafia per mantenere l’amministrazione giudiziaria. È proprio su questo punto che Donadio e Riverditi concentrano la loro argomentazione, ovvero la misura di prevenzione – sostengono – deve essere valutata sulla situazione attuale dell’azienda e non sulla fotografia del passato.
‘La frode di pochi non dimostra il fallimento dell’organizzazione interna’
La memoria insiste su un principio giuridico preciso: il fatto che alcuni dipendenti abbiano aggirato le procedure interne non significa automaticamente che l’intera organizzazione del lavoro e dei rapporti con clienti e porteurs fosse inadeguata. Secondo i legali, la normativa richiede di dimostrare un vero e proprio deficit organizzativo imputabile alla società (in questo caso la Casino spa) e non la semplice esistenza di comportamenti illeciti commessi da singoli. Anzi, proprio le risultanze investigative – secondo la difesa – descriverebbero come le persone coinvolte ed eventuali loro sodali abbiano operato in violazione delle regole aziendali, danneggiando economicamente e reputazionalmente la stessa Casa da gioco.
‘Il Casino aveva già controlli e procedure di sorveglianza’
Uno dei capitoli più significativi della memoria riguarda il sistema dei controlli. La difesa ricorda come il Casino disponesse già, prima dei fatti contestati, di un modello organizzativo ex decreto legislativo 231, di un organismo di vigilanza, di procedure antiriciclaggio, di attività di auditing interno, di rapporti costanti con Banca d’Italia e Unità di Informazione Finanziaria-UIF, oltre a specifici protocolli aziendali.
Secondo gli avvocati, molte delle condotte contestate dagli inquirenti erano già vietate dalle regole interne della società, circostanza che dimostrerebbe come non vi fosse una politica aziendale di agevolazione, bensì la violazione delle procedure da parte di singoli operatori.
Le tre fasi della ‘bonifica’
Un altro asse portante della difesa è rappresentato dalla ricostruzione cronologica degli interventi adottati dalla società; qui la memoria di Reverditi e Donadio distingue tre momenti.
Il primo coincide con gli anni del concordato preventivo, durante i quali sarebbero già stati avviati il rafforzamento delle procedure antiriciclaggio, il confronto con UIF e Banca d’Italia, l’aggiornamento del modello 231 e il potenziamento delle funzioni di controllo. La seconda fase si apre con la scoperta dell’indagine; secondo i legali, il Casino avrebbe reagito immediatamente ancora prima dell’applicazione della misura di prevenzione, tramite l’allontanamento delle persone coinvolte, la sospensione dei dipendenti interessati, la richiesta di accesso agli atti e la costituzione di un gruppo di lavoro/task force incaricato di analizzare le criticità e proporre interventi correttivi.
Infine, dopo il decreto di amministrazione giudiziaria, sarebbe proseguito un ulteriore processo di rafforzamento con l’eliminazione della cosiddetta ‘Cassa 44’, la revisione delle procedure sulle casse assegni, nuovi controlli sui clienti, modifiche nei rapporti con i porteurs e ulteriori misure organizzative. Per la difesa, questa successione dimostrerebbe che l’azienda non è rimasta immobile ma ha progressivamente corretto le criticità emerse.
La richiesta al Tribunale
L’obiettivo della memoria non sembra essere tanto l’ottenimento dell’immediata cessazione della misura quanto una sua profonda rimodulazione; secondo Donadio e Riverditi, l’amministrazione giudiziaria dovrebbe avere una funzione “terapeutica” e non sostitutiva della governance aziendale.
Per questo chiedono che gli eventuali controlli rafforzati vengano limitati esclusivamente ai settori realmente esposti al rischio – casse, cambi, porteurs, gestione del contante e procedure antiriciclaggio – lasciando invece agli organi societari la piena gestione dell’attività ordinaria. La difesa propone inoltre che qualsiasi ulteriore intervento tenga conto della sostenibilità economica della società e del fatto che non possano essere imposti al Casinò di Saint-Vincent obblighi tecnologici più gravosi rispetto agli altri casinò italiani.
Spetterà ora al Tribunale di Torino stabilire se il percorso di riorganizzazione avviato dalla Casino spa sia sufficiente a ridurre il rischio organizzativo che aveva giustificato, il 28 maggio scorso, l’applicazione dell’amministrazione giudiziaria. Dall’esito dell’udienza dipende non solo il futuro della misura di prevenzione, ma anche il grado di autonomia gestionale che il nuovo CdA della Casa da gioco potrà recuperare nei prossimi mesi.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
patrizio gabetti
Source link



