In meno di cinque settimane, il numero di casi confermati è triplicato, con quasi 2.000 contagi e oltre 700 decessi
In soli due mesi l’epidemia di Ebola causata dal virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo è diventata la terza più vasta mai registrata e quella con la crescita più rapida. In meno di cinque settimane, il numero di casi confermati è triplicato, con quasi 2.000 contagi e oltre 700 decessi, mentre gli sforzi per contenerla rimangono insufficienti.
“Ogni ritardo costa vite umane. Stiamo ancora rincorrendo l’epidemia invece di anticiparla. Il numero delle persone contagiate aumenta, sempre più famiglie perdono i propri cari e diventa sempre più difficile contenere la situazione. Abbiamo bisogno di un’azione internazionale più forte e coordinata per agire più rapidamente e migliorare l’accesso sia alle cure per l’Ebola, che ad altri servizi sanitari essenziali”, afferma Trish Newport, responsabile del programma di emergenza di Medici Senza Frontiere (Msf).
Situazione allarmante in Congo
L’epidemia ha già superato la metà dei casi registrati durante l’epidemia di Ebola del 2018-2020 nella RDC, durata quasi due anni. La situazione è particolarmente allarmante poiché l’epidemia continua a espandersi geograficamente. L’accesso limitato alle cure mediche, un sistema di sorveglianza sovraccarico e la crescente pressione sui centri di cura fanno sì che intere comunità al di fuori delle principali aree urbane rimangano prive di un sostegno adeguato.
Bisogna aumentare le risorse
Msf invita quindi le autorità sanitarie e gli attori umanitari ad aumentare rapidamente le risorse per la risposta all’Ebola, tra cui il coinvolgimento delle comunità, la sorveglianza epidemiologica, i test e la diagnosi, l’assistenza ai pazienti, il supporto ai sopravvissuti e la gestione sicura e dignitosa delle salme e delle sepolture, garantendo al contempo che vengano soddisfatte anche altre esigenze sanitarie urgenti. Nella provincia di Ituri, epicentro dell’epidemia, si concentra circa il 90% di tutti i casi confermati.
Le testimonianze sull’epidemia di Ebola
“A Mongbwalu assistiamo ogni giorno alle conseguenze mortali di queste carenze”, afferma Ayokunnu Raji, medico e responsabile del programma medico di Msf. “Al centro per il trattamento dell’Ebola continuiamo a vedere arrivare pazienti in condizioni critiche, con scarse possibilità di sopravvivenza. Da quando Msf ha avviato le proprie attività di risposta all’Ebola, abbiamo curato 57 sopravvissuti, ma più di 110 pazienti sono deceduti. Un aumento delle risorse nazionali e internazionali contribuirebbe a prevenire ulteriori contagi e la perdita di vite umane”.
“A Bunia, il centro di trattamento per l’Ebola di Elikiya, con 90 posti letto, opera quasi sempre a piena capacità. Le persone ci dicono spesso che preferiscono aspettare a casa e venire solo quando si libera un posto letto”, afferma Sylvie Kaczmarczyk, coordinatrice delle emergenze dell’organizzazione umanitaria a Bunia.
“Di conseguenza, continuiamo a ricevere pazienti che arrivano in ritardo e sono già in condizioni critiche. È devastante sapere che molti di questi decessi avrebbero potuto essere evitati grazie a una diagnosi precoce e a un accesso tempestivo alle cure e ai trattamenti”. Sebbene altre organizzazioni mediche stiano collaborando con il ministero della salute nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, restano notevoli lacune. Il sistema di sorveglianza epidemiologica nella RDC è progettato per individuare precocemente i casi attraverso solide reti comunitarie e il sistema sanitario locale. Tuttavia, l’attuale epidemia di Ebola, unita a numerose altre minacce sanitarie, ha portato il sistema al limite delle sue capacità.
Secondo Msf la chiave per rallentare la diffusione dell’epidemia consiste nell’avvicinare la risposta alle comunità, potenziando al contempo la risposta medica e il sistema di sorveglianza, in modo che i casi possano essere identificati e isolati il prima possibile. Devono inoltre proseguire gli sforzi volti ad ampliare i test, il tracciamento dei contatti e il coinvolgimento delle comunità. Le restrizioni alla mobilità, tra cui la chiusura delle frontiere, gli obblighi di automonitoraggio e le misure che interessano il personale umanitario applicate dalle autorità della Repubblica Democratica del Congo e di altri Paesi, stanno creando ulteriori difficoltà per il dispiegamento e la rotazione del personale specializzato nella gestione dell’Ebola.
Attualmente Msf gestisce più di 15 unità di isolamento nelle province di Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu e Tshopo, con una capacità complessiva di oltre 430 posti letto. Dall’inizio dell’epidemia e fino al 14 luglio, i team hanno ricoverato più di 968 pazienti, tra cui 357 casi confermati, accompagnando il percorso di guarigione di 116 sopravvissuti, fornendo cure e assistenza. L’epidemia di Ebola si sta sviluppando in un contesto segnato da conflitti armati, sfollamenti e molteplici emergenze sanitarie concomitanti.
L’insicurezza continua a limitare l’accesso ad alcune comunità, mentre i team di Msf rispondono contemporaneamente ad altre necessità mediche urgenti, tra cui il colera e la malaria. Si prevede inoltre che l’avvicinarsi della stagione delle piogge provochi un’impennata dei casi di malaria, mettendo ulteriormente a dura prova un sistema sanitario già sovraccarico.
È fondamentale accelerare gli sforzi per migliorare l’accesso alle cure per l’Ebola, garantendo al contempo la fornitura di altri aiuti umanitari di base, tra cui assistenza sanitaria, acqua e servizi igienico-sanitari. “Non possiamo continuare a rispondere all’epidemia con risorse così limitate, mentre il virus continua a diffondersi più velocemente della nostra capacità di contenerlo”, afferma Newport. “Solo una risposta medica solida e dotata di risorse adeguate, che rifletta realmente l’entità dei bisogni sul campo, può impedire che questa epidemia si trasformi in una crisi che non saremo più in grado di contenere. Per raggiungere questo obiettivo, è urgentemente necessario un maggiore sostegno internazionale”, conclude.
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