la nuova dipendenza monetaria dell’Africa?


Le stablecoin promettono inclusione finanziaria e protezione dall’inflazione, ma potrebbero anche rafforzare una nuova dipendenza dal dollaro digitale

La rapida diffusione delle criptovalute offre soluzioni concrete a milioni di persone escluse dal sistema bancario. Ma se cittadini e imprese sostituiscono sempre più le valute nazionali con stablecoin ancorate al dollaro, il continente rischia di perdere ulteriore sovranità monetaria, inaugurando l’era del «criptodollaro»

La crescente diffusione delle criptovalute e, in particolare, delle stablecoin è un fenomeno destinato a influenzare sempre più profondamente il futuro economico del continente africano. Spesso queste tecnologie vengono presentate come strumenti di modernizzazione, inclusione finanziaria e sviluppo. 

Tuttavia, accanto ai benefici immediati che possono offrire ai cittadini, esistono implicazioni macroeconomiche e geopolitiche che meritano una riflessione più approfondita.


La domanda centrale è semplice: ciò che appare come emancipazione finanziaria potrebbe trasformarsi, nel lungo periodo, in una nuova forma di dipendenza monetaria?

Per comprendere questo fenomeno occorre però tenere distinti tre strumenti che nel dibattito pubblico tendono spesso a sovrapporsi, ma che sul piano economico e regolatorio presentano differenze sostanziali. Le criptovalute, come Bitcoin, sono asset decentralizzati e generalmente molto volatili, non ancorati ad alcun valore di riferimento esterno: una caratteristica che le rende inadatte come mezzo di pagamento stabile o riserva di valore affidabile nel lungo periodo. 

Diverse sono le stablecoin, strumenti digitali progettati per mantenere un valore stabile – normalmente ancorato al dollaro – grazie a riserve sottostanti, spesso titoli del Tesoro americano a breve scadenza. 

Da entrambe si distingue infine la dollarizzazione digitale: il fenomeno attraverso cui cittadini e imprese iniziano a utilizzare stablecoin denominate in dollari in sostituzione della valuta nazionale, sia per le transazioni quotidiane sia come riserva di valore. 

È questa, come vedremo, l’implicazione più rilevante sul piano della sovranità monetaria.


Un fenomeno in rapida crescita

I numeri fotografano una crescita impressionante: in Africa subsahariana tra il 2024 e il 2025 una quantità superiore a 205 miliardi di dollari si è spostata e consolidata sulle blockchain – infrastrutture digitali decentralizzate che registrano le transazioni in modo trasparente e verificabile – senza passare dalle banche tradizionali, con un incremento del 52% rispetto all’anno precedente. 

Per misurare la portata reale di questa cifra è utile confrontarla con il principale canale di pagamento digitale della regione: il mobile money ovvero il sistema che permette di inviare e ricevere denaro tramite telefono cellulare. Secondo il GSMA, nel solo 2024 il mobile money ha movimentato in Africa 1.105 miliardi di dollari. 

Questo significa che i 205 miliardi di dollari transitati sulle blockchain rappresentano, su base annua, una cifra equivalente a circa il 19% del volume del mobile money africano. 

In Nigeria, nel marzo 2025, una brusca svalutazione della naira ha innescato un’impennata dell’attività cripto, con il volume mensile che ha raggiunto quasi 25 miliardi di dollari, evidenziando quindi come il loro utilizzo aumenti in economie segnate da svalutazione e inflazione persistente.

Il caso America Latina

Un fenomeno analogo si registra in America Latina, dove la crisi economica ha trasformato le stablecoin in uno strumento di sopravvivenza quotidiana. Sono proprio l’America Latina e i Caraibi le regioni al mondo dove i flussi internazionali di stablecoin pesano di più, pari al 7,7% del PIL regionale nel 2024. 


Tra luglio 2022 e giugno 2025 la regione ha registrato quasi 1.500 miliardi di dollari in volume di transazioni crypto, con una crescita del 63% nei dodici mesi terminati a giugno 2025, in accelerazione rispetto al 53% dell’anno precedente. 

La persistenza dell’inflazione, la volatilità valutaria e i controlli sui capitali spingono famiglie e imprese verso la stabilità del dollaro digitale, che in molti casi opera come sistema finanziario parallelo. 

In Argentina, dove l’inflazione ha superato il 220% nel 2024, le stablecoin rappresentano oltre il 70% degli acquisti crypto. In Brasile sfiorano il 90%.

Si può arrivare ad affermare che le stablecoin in dollari hanno di fatto sostituito il sistema bancario formale per milioni di persone prive di accesso a un conto in dollari poiché il possesso di conti presso istituzioni finanziarie tradizionali è correlato negativamente con l’adozione di criptovalute: i paesi della regione con meno accesso al sistema bancario tendono cioè a registrare un’adozione crypto più alta.      

La dollarizzazione da stablecoin

Inoltre, la Banca per i regolamenti internazionali (BIS, un’organizzazione dedicata alla promozione di stabilità monetaria e finanziaria globale) ha analizzato i dati di mercato dal 2021 al 2025 su ventisette valute, peso argentino incluso, rilevando che gli aumenti dei flussi di stablecoin sono sistematicamente associati a deprezzamenti successivi della moneta locale, a distorsioni nei tassi d’interesse e a un divario crescente tra il cambio implicito nelle stablecoin e quello ufficiale. 


Nel suo Rapporto economico annuale del 2026, la BIS ha definito questo fenomeno “dollarizzazione da stablecoin” e lo ha indicato esplicitamente tra i rischi già in corso per le economie emergenti, citando proprio l’Argentina come caso in cui l’adozione di stablecoin per accedere al dollaro fuori dai canali formali è ormai un fenomeno consolidato. 

I vantaggi esistono e sarebbe sbagliato negarli

Per comprendere il successo delle criptovalute in Africa bisogna partire dai problemi reali che esse cercano di risolvere.

In molti paesi del continente una parte significativa della popolazione continua ad avere un accesso limitato ai servizi bancari tradizionali. Nonostante l’inclusione finanziaria sia aumentata nel continente africano rimane tra le più basse al mondo per ownership di conti bancari. In questo contesto, dove le infrastrutture bancarie sono spesso assenti o inaccessibili, uno smartphone può rappresentare un’alternativa più accessibile di una banca. 

Le stablecoin offrono inoltre vantaggi concreti. Possono facilitare le rimesse internazionali, ridurre i costi di trasferimento del denaro, consentire pagamenti digitali più rapidi e offrire una forma di protezione contro l’inflazione nei paesi caratterizzati da forte instabilità monetaria. 

Dal punto di vista del singolo cittadino, la scelta appare spesso razionale. Se la moneta nazionale perde rapidamente valore, detenere attività ancorate al dollaro può sembrare una strategia di difesa del proprio potere d’acquisto.


Tuttavia, ciò che appare vantaggioso a livello individuale non necessariamente produce effetti positivi a livello collettivo. 

La moneta non è un semplice mezzo di pagamento

Nel dibattito sulle criptovalute si tende spesso a dimenticare un aspetto fondamentale: la moneta non è soltanto uno strumento per effettuare transazioni ma rappresenta una delle principali leve attraverso cui uno stato esercita la propria sovranità economica.

La storia economica offre importanti esempi sulla rilevanza della moneta: dopo la guerra d’indipendenza americana, una delle priorità dei nuovi Stati Uniti fu la costruzione di un sistema monetario nazionale. La creazione di una moneta propria non era soltanto una questione tecnica, ma una condizione essenziale per consolidare l’indipendenza economica e politica del paese.

Lo stesso principio vale ancora oggi. Attraverso la moneta, una banca centrale può influenzare il credito, sostenere gli investimenti, intervenire nelle crisi economiche e contribuire alla stabilità del sistema produttivo. Quando una quota crescente dell’economia smette di utilizzare la valuta nazionale e si sposta verso strumenti alternativi, la capacità di intervento delle istituzioni tende inevitabilmente a ridursi.      

Il paradosso delle stablecoin

Qui emerge il vero paradosso. Le stablecoin, pur potendo migliorare l’efficienza dei pagamenti transfrontalieri nei paesi emergenti con accesso limitato al dollaro, non soddisfano i requisiti di un sistema monetario affidabile e possono porre seri problemi di stabilità e governance monetaria.  


In particolare, la Banca dei Regolamenti Internazionali avverte che oltre il 98% delle stablecoin è denominato in dollari, rendendole vettori di una vera e propria dollarizzazione digitale. Ciò significa che la crescita di questi strumenti alimenta indirettamente la domanda di attività finanziarie statunitensi. 

Nel frattempo, se cittadini e imprese iniziano a preferire stablecoin e dollari digitali alla moneta nazionale, la domanda di quest’ultima tende a diminuire. Questo fenomeno può contribuire a indebolire ulteriormente valute già fragili, aumentando la difficoltà per le banche centrali di gestire inflazione, credito e stabilità finanziaria.

Si crea così un circolo vizioso. Più una moneta nazionale perde credibilità, più gli utenti cercano rifugio in strumenti alternativi. Ma più cresce l’utilizzo di questi strumenti alternativi, più diventa difficile rafforzare la moneta nazionale.

Il rischio è che la soluzione a breve termine finisca per aggravare il problema nel lungo periodo.

Dal petrodollaro al criptodollaro

Per decenni il sistema economico internazionale è stato caratterizzato dal ruolo centrale del cosiddetto petrodollaro. Una parte significativa del commercio energetico mondiale veniva effettuata in dollari, contribuendo a rafforzare il ruolo internazionale della valuta statunitense.


Oggi potrebbe emergere una dinamica differente ma in parte simile. Le stablecoin rischiano infatti di creare una sorta di “criptodollaro”: un sistema nel quale una quota crescente delle transazioni digitali globali passa attraverso strumenti privati ancorati al dollaro.

La differenza è significativa. Nel caso del petrodollaro, il meccanismo favoriva principalmente la banca centrale americana, mentre nel caso delle stablecoin, il potere monetario rischia di spostarsi progressivamente non soltanto verso una valuta straniera, ma anche verso soggetti privati che controllano infrastrutture finanziarie globali. Questo rappresenta un cambiamento storico di grande rilevanza.      

Oltre alla sovranità monetaria: i rischi per la vigilanza finanziaria

Oltre al tema della sovranità monetaria, la crescente diffusione delle criptovalute e delle stablecoin pone ulteriori sfide sul piano della vigilanza finanziaria internazionale. La natura transfrontaliera di questi strumenti può rendere più difficile il monitoraggio dei movimenti di capitale, favorendo, in alcuni contesti, fenomeni di fuga di capitali, elusione dei controlli sui movimenti finanziari, aggiramento delle sanzioni internazionali e riciclaggio di denaro

Questi rischi sono stati evidenziati da diverse organizzazioni internazionali che sottolineano come l’assenza di una regolamentazione uniforme possa ridurre l’efficacia delle misure di contrasto ai flussi finanziari illeciti e compromettere la stabilità finanziaria, soprattutto nelle economie emergenti. 

È importante precisare che tali rischi non derivano dalle criptovalute in quanto tali, ma dall’utilizzo che può esserne fatto in assenza di adeguati meccanismi di identificazione degli utenti, tracciabilità delle operazioni e cooperazione internazionale. Per questo motivo, l’innovazione tecnologica dovrebbe essere accompagnata da un quadro regolatorio internazionale capace di coniugare sviluppo dei mercati digitali, trasparenza e tutela dell’integrità del sistema finanziario.


Una nuova forma di neocolonialismo finanziario?

Naturalmente sarebbe eccessivo attribuire alle criptovalute le difficoltà economiche e finanziarie dell’Africa. Le cause del sottosviluppo sono storiche, politiche e istituzionali e non possono essere ridotte a una singola tecnologia.

Tuttavia, questo scenario crea il rischio di una possibile forma di neocolonialismo finanziario digitale. 

L’alternativa dimenticata

È interessante ricordare che già durante la conferenza di Bretton Woods, John Maynard Keynes aveva immaginato una soluzione diversa: la sua proposta del Bancor prevedeva una moneta internazionale gestita da istituzioni multilaterali e concepita per favorire un equilibrio tra le economie mondiali. 

Le stablecoin seguono invece una logica opposta. Non riducono il peso delle valute dominanti. In molti casi finiscono per rafforzarlo.

 L’esempio della Cina

Ciò che oggi appare come una soluzione moderna e innovativa rischia di trasformarsi in una nuova forma di dipendenza monetaria, nella quale il controllo delle infrastrutture finanziarie viene progressivamente trasferito al di fuori dei confini nazionali. Non è un caso che la Cina abbia scelto di limitare l’utilizzo delle criptovalute private, pur sviluppando parallelamente una propria valuta digitale pubblica. 


Se una delle principali potenze economiche mondiali considera la sovranità monetaria una questione strategica, forse vale la pena interrogarsi con attenzione sui rischi che una crescente dipendenza da strumenti monetari privati può comportare per economie più fragili.

La sfida per l’Africa non consiste semplicemente nell’adottare nuove tecnologie. Consiste nel farlo senza rinunciare agli strumenti necessari per costruire autonomamente il proprio futuro economico.

*Luigi Capoani è economista e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT). Silvia Fusar Bassin è analista dello EYTT. 




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