Mariano Lazzati: L’ultima vacca



Nasce Trame, il nuovo progetto di VareseNews dedicato alle persone che tengono insieme comunità e territori. Giuseppe Geneletti racconta storie di legami, relazioni e sguardi capaci di far riflettere. Mario Lazzati – Parte 5 (qui la parte 1qui la parte 2qui la parte 3qui la parte 4).



Quando arrivo a casa sua, Mariano Lazzati è in giardino. Ha appena sistemato il robot tagliaerba. Gli era arrivata una notifica sul telefono: robot intrappolato. Solo che il telefono non gli diceva dove. Allora si era messo a cercarlo. Lo aveva trovato, alla fine, fermo in un punto del prato, con la batteria quasi scarica. Non sapeva se sarebbe riuscito a tornare alla base.

Poi aveva visto che le connessioni satellitari si stavano risincronizzando. Il robot aveva ripreso orientamento. Intanto lui aveva chiamato un tecnico amico, per chiedere lumi. Ma nel frattempo tutto era ripartito. Adesso il robot è nella sua stazione, in ricarica.


Mentre parliamo, il tecnico richiama. Mariano risponde. Gli spiega che è tutto a posto. Non serve più. Il robot è tornato alla base. «No, no, è a posto», dice. Poi aggiunge, con quella sua miscela di premura e concretezza: «Abbi pazienza. Purtroppo è così. Fregatene, vai avanti per la tua strada». Chiude. Poi torna al tavolo.

Dopo la casa, il tram, l’Inghilterra, Wimbledon, Cambridge, la Germania e le lingue, siamo arrivati lì: al lavoro. Nel 1970, racconta, trovare lavoro non era un problema. C’era l’imbarazzo della scelta. Si era laureato in Agraria. Aveva preso 110. Lo dice senza mettersi su un piedistallo. Anzi, quasi si scusa: conosceva il preside della facoltà, amico di famiglia, e secondo lui questo lo aveva aiutato molto anche con la tesi.

Ma aveva anche un’altra cosa. Parlava francese, inglese, tedesco. Le estati in Inghilterra, la Germania, la Francia, le case straniere, le famiglie straniere, il fastidio dei dodici anni lontano da Sant’Ambrogio: tutto quel disagio, a un certo punto, diventa mestiere.


Sceglie Alfa Laval. Azienda svedese. Internazionale. Agricola. Tecnica. «Mi ha immesso nel mondo del lavoro», dice. All’inizio lavora a Milano. Poi la ditta si trasferisce a Muggiò. Prima Milano-Muggiò. D’estate, quando è a Varese, anche Varese-Muggiò. Ma non sta fermo. Va nelle aziende agricole. Vede gli allevamenti. Parla con gli agricoltori. Partecipa alle riunioni. Va in Svezia almeno due volte all’anno. Della Svezia ricorda la luce. D’estate, a Stoccolma, a mezzanotte era ancora giorno. D’inverno, invece, riunioni nei piani sotterranei e quando uscivano per la pausa caffè era buio. Buio pieno.

Gli chiedo quali siano stati i progetti più importanti. Quelli in cui sente di essere cresciuto. Non parla di un incarico. Non parla di una promozione. Va subito alla mungitura. In quegli anni, racconta, c’era una forte ricerca di automazione. Automazione, nel suo settore, voleva dire una cosa molto concreta: invece di far muovere il mungitore, far muovere le bestie.


«Le chiamavamo giostre», dice. La parola fa pensare ai bambini, alle luci, ai cavalli di legno. Invece siamo nelle stalle. Una piattaforma gira. Le vacche entrano, si dispongono, vengono munte, poi escono. Il mungitore non deve più correre da una parte all’altra. Sono gli animali che gli arrivano davanti. Gli dico che è lo stesso principio della catena di montaggio: l’uomo resta fermo, i pezzi si muovono. Mariano annuisce. «Esatto».

Poi aggiunge che l’evoluzione è andata ancora avanti. Oggi le vacche vengono munte dai robot. Entrano, vengono incanalate, la mammella viene lavata, il gruppo viene attaccato automaticamente. «Ti rendi conto?».

Il robot tagliaerba del giardino, allora, torna dentro il racconto senza bisogno di essere chiamato. Era intrappolato, aveva perso orientamento, doveva ritrovare i satelliti e tornare alla base. Molti anni prima, nelle stalle, altri meccanismi cercavano di fare una cosa simile: togliere fatica, ordinare un movimento, aiutare un lavoro a non consumare inutilmente chi lo faceva. Lui non usa parole grandi. Dice: benessere.


L’agricoltore, spiega, è uno sveglio. Uno che deve affrontare problemi reali. Deve mungere, nutrire, pulire, investire, rischiare. Deve fare i conti con gli animali, i costi, le politiche agricole, il mercato. Mariano doveva convincerlo che la mungitura meccanica era un bene. Per lui e per l’animale. Un conto è mungere a mano quando cominci al mattino. Un altro conto è arrivare all’ultima vacca. La prima vacca e l’ultima vacca. In mezzo, le braccia, la schiena, le mani, il tempo, la pazienza, la stanchezza che sale. La macchina non è un’idea di progresso. È quel tratto tra la prima e l’ultima vacca reso meno duro.

Quando gli chiedo di cosa sia più orgoglioso di quegli anni, Mariano non cita un titolo. Racconta che Alfa Laval Italia riuscì a fare una giostra prodotta in Italia. Non soltanto importata dalla Svezia. Fatta qui. Con un fornitore locale. Una piattaforma. Un movimento. Applicazioni tecniche. Parti da pensare e costruire.


Poi Mariano allarga lo sguardo. Parla delle quote latte, delle politiche agricole, del fatto che secondo lui in Italia la produzione del latte abbia preso una strada sbagliata. Dice che molti imprenditori agricoli oggi tendono a produrre biogas, a convertire terreni che prima servivano per il foraggio. Cita Catania, Latte Sole, le bufale a Caserta.

Il racconto prende strade laterali, come spesso succede con lui. Ma non si perde. Ogni volta torna a una cosa concreta: una stalla, una macchina, un campo, un animale, qualcuno che deve lavorare.

Dopo tre anni e mezzo lascia Alfa Laval. Non perché andasse male. Anzi. «Se sto qua ancora, finisce che rimango qui», dice. Avrebbe potuto restare. Crescere. Fare carriera. Ma non era quello che cercava. «Non avevo grandi ambizioni di carriera». Poi aggiunge la frase che cambia il colore dell’episodio. «Non sono capace di comandare». È un dato. Come dire: sono fatto così. «Io faccio il mio lavoro», dice. «Ma col rapporto umano ho sempre quasi un timore reverenziale».


Colpisce, perché Mariano conosce tutti, chiama tutti, ricorda tutti, tiene insieme tutti. Eppure dentro quel movimento continuo non c’è arroganza. C’è quasi soggezione davanti all’altro. Forse per questo non ama comandare. Per comandare bisogna mettersi sopra. Lui, invece, tende a mettersi dentro.
Dopo Alfa Laval arriva un’offerta da Porto Valtravaglia. Un’azienda che produce reti per l’agricoltura: antigrandine, frangivento, reti per la raccolta delle olive. Ancora agricoltura, ma un altro mondo. Granuli di polietilene. Filati. Tessuti. Telai.

L’azienda ha il ciclo completo: parte dal granulo, fa il filo, poi lo tesse. Mariano va lì per coordinare un po’ la produzione e la vendita. Lo attira l’esperienza, anche la retribuzione maggiore, ma soprattutto la possibilità di imparare un altro pezzo di lavoro.


Il telaio, spiega, funziona con un subbio a monte. Un affare enorme. Ci sono i fili longitudinali. Poi c’è il filo trasversale. «Le trame», dice. Le spolette. Poi la tinteggiatura dei fili. Soprattutto due colori: nero e verde.

Trame. La parola arriva così, tecnica e perfetta. Dopo settimane passate a cercare le trame invisibili di una vita, Mariano racconta un’azienda dove le trame sono vere. Fili da tendere, tingere, intrecciare, fissare. Fili neri e verdi. Spolette. Subbi. Telai. Un lavoro complicato, pieno di passaggi.
Resta solo un anno. Ci sono difficoltà gestionali, familiari, affettive. Non tutto procede. Non tutto si sistema. Ma anche lì Mariano lascia qualcosa. L’idea delle fascette per legare e tendere le reti. Poi il telaio. A monte fa mettere dei ferri quadri per inserire il subbio. Fa fare tubi di plastica quadrati da infilare nel mandrino del telaio, così il subbio può essere svuotato a perdere e il tubo sostiene la tela. Il dettaglio tecnico può sfuggire a chi non ha mai visto un telaio. C’era un’operazione scomoda. Lui prova a renderla più semplice. Come nella stalla. Come nel giardino. Una macchina che gira. Una rete che tira. Un subbio da togliere. Un robot che deve ritrovare la base. Una vacca che arriva alla fine del mattino.

A un certo punto dice che l’agronomo, in fondo, non l’ha mai fatto davvero. Aveva fatto l’esame di Stato, ma senza esperienza. E si chiede che senso abbia essere abilitati a una professione prima di averla praticata. Sembra il suo modo di pensare. Le cose bisogna vederle. Bisogna entrarci.


La lingua serve se ti fa parlare con qualcuno. L’Agraria serve se ti porta in una stalla. La tecnica serve se alleggerisce un gesto. L’organizzazione serve se tiene insieme produzione e vendita. Il lavoro serve se resta attaccato a chi lavora. Per questo, anche quando parla di macchine, non diventa mai meccanico.

Il lavoro di Mariano, almeno in questa parte della sua vita, non sembra una salita verso il comando. Sembra piuttosto una serie di avvicinamenti. Alle macchine, sì. Ma soprattutto ai gesti degli altri. Come se ogni volta la domanda fosse la stessa. Dove fa fatica? E da lì cominciare.



Parte 4 – (qui la parte 1 – qui la parte 2qui la parte 3qui la parte 4)





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