Frammenti, Antonio Pennacchi lungo la via Romea da Pomposa a Milano Marittima


Chi era Antonio Pennacchi? Sicuramente un’onda anomala, un personaggio atipico, un uomo controcorrente.
Era controcorrente dalla mattina alla sera, forse anche la notte quando scriveva i suoi preziosi libri. L’ho conosciuto durante la presentazione di un suo libro al Palacultura di Latina. La pubblicazione riguardava le città di fondazione fasciste, pubblicata da un piccolo editore, poi nel 2009 da Laterza dal titolo “Fascio e Martello, viaggio nelle città del Duce”. Antonio aveva girato in lungo e in largo l’Italia, recandosi anche in Croazia, dove visitò la città di Arsia; lì scoprì che nel 1940 avvenne uno dei più grandi disastri minerari d’Europa. In una miniera di carbone persero la vita 185 operai, la tragedia fu tenuta nascosta dal fascismo, nessuno doveva conoscere quel disastro. La Germania, in quel periodo, stava fornendo meno carbone all’Italia, fu necessario creare la miniera di Arsia con 7000 dipendenti, dove lavoravano anche minatori sardi. Al termine dell’evento, mi rivolsi a Pennacchi, dicendogli: «Guarda, Milano Marittima, dove ho trascorso molte vacanze in età giovanile, non è stata fondata dal fascismo, ma da un gruppo di ricchi milanesi che, nel 1907, si consorziarono e costruirono in una zona piena di pinete, con una spiaggia bellissima e un mare allora cristallino, un posto dove crearono ville Liberty di pregio». Antonio mi disse che: «Hai ragione, mi sono documentato su un sito Internet che mi ha offerto informazioni errate». In quel momento era tranquillo ma sotto i baffi rifletteva su un lettore che l’aveva impressionato per la sua precisione ed accuratezza nei dettagli. Milano Marittima è poi cresciuta, tanto da diventare, negli anni Sessanta, uno dei posti estivi più frequentati dai cosiddetti altoborghesi. Qualche mese dopo, nello studio del pittore Antonio Farina, fu organizzata una Mostra con i quadri di Rinaldo Saltarin, accompagnata da un piccolo convegno per ricordare la sua eminente figura artistica. Io criticai, durante il mio intervento, gli amministratori comunali di Latina che avevano sempre dimenticato un illustre concittadino, vergognosamente sepolto nella fossa comune del cimitero pontino. Pennacchi si arrabbiò: «Paolo, se non ti piace abitare a Latina, vai a vivere nella tua amatissima Ponza». Cosa ricordare dell’Antonio Furioso? Naturalmente, il primo pensiero va al libro “Palude”. Il protagonista era Antonio Ferrari che lavorava alla Fulgorcavi insieme ad Antonio, due operai legati da sincero e fraterno affetto. La figlia Pamela – campionessa di basket – era molto seguita dal papà e dall’intera famiglia, prima nelle partite disputate a Latina, poi a Cesena, dove conquistò scudetti tricolori giovanili, arrivando a vestire la casacca della prima squadra, il migliore quintetto in Europa, e la maglia azzurra dell’Italia. Mi piaceva scherzare con Pennacchi. In un suo libro aveva parlato di Giovannino Duranti, il ristoratore che prima della seconda guerra mondiale raggiunse in barca a remi la spiaggia di Foce Verde da Ponza, dove aveva era stato confinato il papà, fiero oppositore della guerra italo-turca del 1911. Duranti era un uomo di origine capitolina, era cresciuto a Le Forna, gli piaceva l’acqua sia per nuotare che per pescare. Raccontai ad un sorridente Antonio che quando scrissi il mio fortunato libro “Gente di Ponza” mi recai in un bar di Le Forna, dove alcuni amici attempati stavano giocando a carte. Dissi loro: «Conoscete un certo Duranti?». Pronta la risposta, in dialetto ponzese: «Lascia perde a’chillo».
Perché mai? Immediatamente mi recai in un altro bar, sempre a Le Forna, rivolsi agli anziani la stessa domanda: «Conoscete un certo Duranti?». Terribile la risposta: «Vattenne, vattenne». Alla fine ho scoperto che i Duranti sull’isola erano due; uno di questi proveniva dal Veneto, lavorava alla miniera di bentonite della SAMIP. Era un uomo affascinante, alto un metro e novanta, avvezzo a “disturbare” molte signore e signorine isolane. Per tale motivo non era ben visto dai mariti e dai fidanzati. I ricordi scorrono veloci. Frequentando Bologna un paio di volte al mese per seguire le lezioni di Storia Contemporanea all’Università, salivo su un treno locale che sulla fiancata aveva scritto: “Bologna-Ferrara-CODIGORO”. Era il paese della mamma di Antonio riportato sul vagone a caratteri cubitali, al quale lui era affezionato soprattutto per la presenza dell’Abbazia di Pomposa. Sono tanti i momenti che mi rimbalzano nella mente.
Al Circolo Cittadino durante un evento letterario, Antonio si scatenò, affermando che il turismo nel nord provincia di Latina era quasi inesistente. Cominciò a chiedere ad alcuni presenti: «Conoscete il sito archeologico dell’Antica Norba?». Nessuno rispose. Riferendosi al turismo locale, ecco la sua frase ricorrente: «Non semo boni, non semo boni, non semo boni!». Immancabile la presenza di Antonio al bar Mimì di Latina alle 18:30 in punto. Dopo una breve chiacchierata con Luana e Bruno Perrelli, cominciava a passeggiare lungo le vie del centro in compagnia di un paio di amici. Alle elezioni amministrative del 2011 lo scrittore presentò la lista, insieme a Filippo Cosignani, denominata“Lista Pennacchi per Latina-Futuro e libertà”. Era legata al Presidente della Camera dei Deputati, onorevole Gianfranco Fini, che si era staccato dalla corte del Cavalier Silvio Berlusconi. La pizzeria preferita da Antonio era, naturalmente, “Lavori in corso” in via Custoza a Latina, creata da Filippo Cosignani dopo averla acquistata da Romeo Di Lanzo, mio carissimo amico abruzzese,emigrato giovanissimo in Germania per ragioni di lavoro.
Quando, nel 2006, Maurizio Mansutti, si presentò candidato alla carica di sindaco per il Partito Democratico, Pennacchi lo sostenne a tal punto che, durante un comizio, lo sollevò di peso con le braccia, e cadde sul palco tanto da essere ricoverato all’ospedale Santa Maria Goretti. Qualche giorno fa ho incontrato sulla spiaggia di Nettuno Renato Sperati, un assistente bagnante che aveva lavorato con Antonio alla Fulgorcavi. Seduto sotto l’ombrellone ha detto: «Antonio era un leader in fabbrica, riuscì a farci ottenere la mensa notturna». È stato un infarto a portarci via un uomo carismatico, vulcanico e creativo, sincero, irriverente e coraggioso. Una volta, disse: «Quando dormo mia moglie Ivana si gira spesso nel letto guardandomi, sapendo che il mio infarto patito durante un viaggio in treno verso Parma poteva ripetersi». Mitici i suoi dialoghi televisivi con l’onorevole Matteo Salvini, da lui ritenuto poco colto e impreparato. Un centinaio di suoi fan appartenenti all’Anonima Scrittori – guidati dal compianto libraio Piermario De Dominicis – hanno assistito ad un suo comizio sotto i portici di Latina, vista la giornata piovosa. In quell’occasione attaccò pesantemente, parlando al megafono, il sindaco di Latina di allora Vincenzo Zaccheo.
In un simpatico dialogo con il cronista Guido Malaguti e l’artista pontino Osvaldo Martufi Bausani – all’imbrunire – Antonio disse loro: «Vorrei che fosse scritto sulla mia tomba il seguente epitaffio: Fece quello che potette, non fece quello che non potette, ma che avrebbe voluto fare, se avesse potuto». Un ultimo scioglilingua del grande letterato, ricercatore e operaio.


News-24.it è una testata giornalistica indipendente che non riceve alcun finanziamento pubblico. Se ti piace il nostro lavoro e vuoi aiutarci nella nostra missione puoi offrici un caffè facendo una donazione, te ne saremo estremamente grati.







#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Paolo Iannuccelli

Source link

Di