Un’indagine di GoStudent rivela che oltre la metà degli adolescenti preferisce un chatbot per sfogare ansia, tristezza e solitudine. I consigli poi messi in pratica all’insaputa degli adulti. L’88% delle famiglie invoca restrizioni e divieti
L’intelligenza artificiale ha smesso di essere un semplice strumento per farsi aiutare nei compiti di scuola ed è diventata il principale confidente emotivo degli adolescenti italiani. Prima ancora di rivolgersi a un genitore, a un amico stretto o a un insegnante, il 51% dei ragazzi preferisce infatti aprire una chat con l’Intelligenza artificiale per parlare di ciò che prova, soprattutto quando si trova ad affrontare momenti di solitudine, ansia o tristezza. Il dato, fotografato da una nuova ricerca europea condotta da GoStudent nel luglio 2026 su genitori dai 26 anni in su e dai loro figli di età compresa tra gli 11 e i 17 anni, svela una profonda trasformazione nelle dinamiche relazionali della Generazione Z e solleva un forte allarme tra le famiglie.
Perché i giovani scelgono l’Intelligenza artificiale
I motivi che spingono gli adolescenti a preferire un algoritmo a un essere umano uniscono ragioni psicologiche e fattori puramente pratici. Tra le motivazioni principali raccolte dallo studio, il 29% dei ragazzi evidenzia la disponibilità costante del chatbot, attivo a qualsiasi ora del giorno e della notte, mentre il 24% ne apprezza la velocità nel fornire risposte. Sul fronte più intimo, il 22% dei giovani si fida dell’IA perché ha la certezza che il chatbot non racconterà a nessuno i segreti confessati. Pesa in modo determinante anche la paura del confronto con il mondo degli adulti: il 18% ammette di scegliere la tecnologia per non essere giudicato da un genitore o da un docente, il 13% lo fa per non farli preoccupare e un altro 13% ammette candidamente di muoversi così per evitare di mettersi nei guai.
I temi su cui i ragazzi si rivolgono all’AI
I temi più caldi affrontati nelle chat rimangono legati alla quotidianità: il 49% si confronta su voti, ansia da prestazione e rapporti con i professori, il 20% parla di amicizie e relazioni amorose, mentre solo il 13% dichiara di non aver mai toccato argomenti personali con la macchina.
Consigli applicati all’insaputa delle famiglie
Il dato forse più scivoloso dell’intera indagine riguarda l’impatto che queste conversazioni virtuali hanno sulla vita reale. Il 56% degli intervistati che ha parlato con l’IA dei propri stati d’animo ha poi messo concretamente in pratica il consiglio emotivo ricevuto. Di questi, quasi quattro su dieci (38%) non ne ha minimamente parlato con un adulto di riferimento.
Le famiglie, di conseguenza, si trovano completamente escluse da questa sfera della vita dei figli. Il 58% dei genitori italiani dichiara infatti che il proprio figlio non ha mai raccontato di essersi rivolto a un assistente virtuale per superare problemi personali o emotivi. Un silenzio che alimenta forti timori: la preoccupazione più diffusa tra gli adulti riguarda il rischio che i ragazzi sviluppino una vera e propria dipendenza dal chatbot (30%), seguita dalla paura dell’isolamento sociale e della fine dei dialoghi reali (22%), e dal timore di non sapere che tipo di risposte stiano effettivamente ricevendo i minori (18%).
La reazione dei genitori: «Subito regole e divieti sotto i 16 anni»
Di fronte a questo scenario, la reazione delle famiglie italiane è di netta chiusura. L’88% dei genitori intervistati chiede l’introduzione immediata di restrizioni sull’uso dei chatbot IA per i minori di 16 anni. Nel dettaglio, il 49% ritiene che l’accesso debba essere vincolato esclusivamente al consenso dei genitori, mentre il 39% spinge per una linea ancora più dura, invocando il divieto totale.
Sulla questione è intervenuto Felix Ohswald, CEO e Co-Founder di GoStudent, che ha commentato: «I nostri dati confermano che i ragazzi usano l’IA per molto più che i compiti di scuola, ma anche per parlare di come si sentono, a volte prima ancora di rivolgersi a un adulto. Come ogni strumento, serve che i ragazzi ne comprendano bene i limiti oltre alle potenzialità. L’IA può essere un supporto utile, ma non deve sostituire il confronto con genitori, insegnanti e altre figure di fiducia. Per questo è importante capire come i ragazzi la stanno usando davvero e aiutarli a valutare con spirito critico le risposte che ricevono».
Il rischio della dipendenza emotiva
La tendenza a rifugiarsi nell’intelligenza artificiale nasconde però insidie pedagogiche non indifferenti, legate alla vulnerabilità stessa dell’età adolescenziale. La dottoressa Elena Bolzoni, pedagogista e consulente familiare, invita a riflettere non solo sullo strumento in sé, ma sul vuoto relazionale che l’algoritmo va a colmare: «I ragazzi sono naturalmente attratti dall’IA perché è immediata, disponibile 24 ore su 24 e non giudica. Tuttavia i bambini sono anche più vulnerabili alla suggestione e alla manipolazione e possono avere difficoltà a riconoscere quando un consiglio è impreciso, distorto o semplicemente inadeguato alla loro situazione personale».
«La mia preoccupazione più grande – continua Bolzoni – non riguarda solo la qualità dei consigli che ricevono, ma il rischio di una dipendenza emotiva dal chatbot invece dello sviluppo di una resilienza costruita attraverso relazioni umane di fiducia. L’IA non dovrebbe mai diventare la principale fonte di supporto emotivo di un bambino. La domanda più importante che questi dati sollevano è perché così tanti ragazzi si sentano più al sicuro confidandosi con la tecnologia piuttosto che con gli adulti che li circondano. Invece di concentrarci solo sulla restrizione dell’IA, dovremmo anche investire nel rafforzare le relazioni in famiglia e a scuola, dando a genitori ed educatori la sicurezza e le competenze per creare ambienti in cui i ragazzi si sentano davvero ascoltati, emotivamente al sicuro e liberi di chiedere aiuto senza paura di essere giudicati».
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Cecilia Dardana
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