Gli screening oncologici italiani hanno recuperato i livelli precedenti alla pandemia e, in alcuni casi, li hanno superati. A questa notizia positiva si accompagna però un dato ormai strutturale: il luogo in cui si vive continua a incidere in maniera significativa sulla probabilità di ricevere un invito, aderire al programma e accedere tempestivamente agli approfondimenti diagnostici.
È questa la fotografia restituita dal nuovo Rapporto sul 2024 dell’Osservatorio nazionale screening, che analizza le campagne organizzate per la diagnosi precoce dei tumori della mammella, della cervice uterina e del colon-retto. Nel complesso, le attività risultano in miglioramento o stabili e le Regioni meridionali mostrano alcuni segnali di recupero. Il gradiente tra Nord e Sud, tuttavia, rimane la principale causa di disuguaglianza nella prevenzione oncologica italiana.
LO SCREENING MAMMOGRAFICO SUPERA I QUATTRO MILIONI DI INVITI
Nel 2024 sono state invitate allo screening mammografico oltre 4,07 milioni di donne tra 50 e 69 anni, circa 165 mila in più rispetto al 2023. Le aderenti sono state quasi 2,1 milioni, con un aumento di circa 32 mila unità in un anno. La crescita dei volumi non si è però tradotta in un miglioramento del tasso di partecipazione: l’adesione grezza è scesa dal 52,7% del 2023 al 51,4%, mentre quella corretta è passata dal 55,4% al 53,8%.
L’attività ha permesso di diagnosticare 10.244 carcinomi, con un tasso di identificazione pari a 5,2 casi ogni mille donne sottoposte allo screening. Tra questi figurano 1.287 carcinomi duttali in situ e 2.909 tumori invasivi con dimensioni non superiori a dieci millimetri: dati che mostrano concretamente il valore della diagnosi precoce, perché intercettare lesioni di piccole dimensioni può ampliare le possibilità terapeutiche e ridurre l’invasività dei trattamenti.
La qualità clinica complessiva dei programmi viene valutata positivamente, ma i tempi di risposta rimangono critici. Solo il 72,4% degli esiti negativi è stato comunicato entro 21 giorni, contro uno standard accettabile del 90%; appena il 61% degli approfondimenti è stato effettuato entro 28 giorni, ancora una volta molto lontano dall’obiettivo del 90%. La quota di interventi eseguiti entro 60 giorni dalla mammografia si è fermata al 27,1%.
Questi numeri ricordano che l’efficacia di uno screening non dipende soltanto dall’invito o dall’esecuzione del test. Un programma di prevenzione deve anche essere capace di restituire rapidamente il risultato, completare gli approfondimenti e accompagnare senza ritardi le persone con un sospetto diagnostico.
IL DIVARIO TERRITORIALE RESTA IL PRINCIPALE PROBLEMA
Nello screening mammografico l’adesione grezza raggiunge il 59,7% al Nord, si ferma al 50,7% al Centro e scende al 39% nel Sud e nelle Isole. Il Mezzogiorno ha aumentato gli inviti di oltre 137 mila unità rispetto al 2023, un progresso importante sul piano dell’offerta, ma la partecipazione è rimasta sostanzialmente stabile.
Il problema, quindi, non è soltanto mettere a disposizione il servizio. Occorre trasformare l’estensione formale dei programmi in adesione effettiva, intervenendo sull’accessibilità, sulla comunicazione e sulla fiducia nei confronti della prevenzione.
Il rapporto dedica inoltre un approfondimento alle donne migranti. Nel 2024 ha partecipato allo screening mammografico il 44,1% delle donne provenienti da Paesi a forte pressione migratoria, contro il 55,9% delle donne nate in Italia o in altri Paesi a sviluppo avanzato. Nel Sud e nelle Isole l’adesione delle prime è scesa al 29,6%.Anche i dati della sorveglianza PASSI mostrano che i programmi organizzati contribuiscono a ridurre le differenze legate a istruzione, condizioni economiche e cittadinanza, senza però riuscire ad annullarle. È un elemento particolarmente importante: lo screening pubblico non è soltanto uno strumento di diagnosi precoce, ma anche una politica di equità sanitaria.
LO SCREENING CERVICALE CRESCE E ACCELERA SULL’HPV TEST
Per lo screening della cervice uterina, il 2024 conferma il recupero successivo alla pandemia. Le donne invitate tra 25 e 64 anni sono state oltre 4,05 milioni, mentre più di 1,63 milioni hanno effettuato un Pap test o un HPV test. L’adesione corretta è salita al 42%, rispetto al 41,5% del 2023 e al 40,7% registrato nel 2019.
Uno degli sviluppi più rilevanti riguarda il passaggio dall’esame citologico alla ricerca del DNA dei ceppi HPV ad alto rischio come test primario. Nel 2024 erano attivi 93 programmi, contro gli 85 del 2023, e il 78,7% delle donne è stato invitato attraverso l’HPV test, rispetto al 71,3% dell’anno precedente. La conversione è ormai consolidata al Nord, dove la quota raggiunge l’86,7%, e al Centro, con l’83,2%; nel Sud e nelle Isole si registra un forte aumento, dal 56,4% al 64,9%, ma la distanza dal resto del Paese rimane ampia.
Il dato è importante perché mostra come l’innovazione tecnologica possa entrare nei programmi di sanità pubblica, ma anche come la sua diffusione non avvenga alla stessa velocità in tutti i territori. Nel 2023, ultimo anno per il quale era disponibile l’intero percorso diagnostico delle coorti, i programmi basati sull’HPV test hanno individuato 5.952 lesioni CIN2 o più gravi, confermando il recupero della capacità diagnostica dopo la pandemia.
COLON-RETTO: QUASI OTTO MILIONI DI INVITI, MAA ADERISCE POCO PIÙ DI UNA PERSONA SU TRE
Lo screening colorettale presenta il divario più ampio tra dimensione dell’offerta e partecipazione. Nel 2024 sono state invitate quasi 8 milioni di persone, un livello sostanzialmente stabile rispetto al 2023 e nettamente superiore a quello precedente alla pandemia. Gli esaminati hanno superato i 2,76 milioni, ma l’adesione corretta è stata soltanto del 35,8%.
Anche in questo caso la media nazionale nasconde profonde differenze: la partecipazione arriva al 46,8% al Nord, scende al 32,7% al Centro e si ferma al 21,1% nel Sud e nelle Isole. In altre parole, nel Mezzogiorno aderisce allo screening organizzato poco più di una persona invitata su cinque.
Tra gli aspetti positivi, è aumentata all’83,7% la quota di persone che, dopo un test positivo per la ricerca del sangue occulto fecale, ha aderito all’approfondimento. È migliorata anche la percentuale di approfondimenti eseguiti entro 30 giorni, passata dal 50% del 2023 al 55%. Nel complesso sono state effettuate quasi 112 mila colonscopie e individuati 3.214 carcinomi.
Resta però evidente quanto sia limitante una partecipazione così bassa. Il test per il sangue occulto è relativamente semplice e non invasivo, ma continua a incontrare resistenze culturali, organizzative e informative. È quindi proprio sul colon-retto che la distanza tra disponibilità del programma e prevenzione realmente realizzata appare più marcata.
OFFRIRE NON BASTA: LA SFIDA È RAGGIUNGERE LE PERSONE
Il nuovo rapporto restituisce un quadro meno negativo di quanto potrebbero suggerire letture esclusivamente allarmistiche. I programmi italiani hanno retto, hanno recuperato attività e in diversi ambiti mostrano indicatori clinici di buona qualità. Allo stesso tempo, non è possibile ignorare che l’adesione resta insoddisfacente, soprattutto nel Mezzogiorno e tra le fasce di popolazione più vulnerabili.
Anche le ragioni della mancata partecipazione sono istruttive. Per la mammografia, la motivazione indicata più spesso dalle donne che non hanno effettuato l’esame è la convinzione di non averne bisogno, seguita dalla mancata ricezione dell’invito, dalla mancanza di tempo e dalla “pigrizia”. Nel Sud prevale proprio la bassa percezione del rischio, mentre al Nord e al Centro viene segnalata più frequentemente l’assenza della convocazione.
Il punto è quindi duplice. Da una parte occorre garantire che gli inviti raggiungano puntualmente tutta la popolazione target e che i percorsi successivi funzionino senza ritardi. Dall’altra è necessario investire nell’alfabetizzazione sanitaria e in forme di comunicazione più efficaci, capaci di spiegare che lo screening si rivolge proprio alle persone che non presentano sintomi.
Il prossimo Piano nazionale della prevenzione 2026-2031 indica la riduzione delle disuguaglianze e l’introduzione di modelli e tecnologie innovative tra gli obiettivi prioritari. Tuttavia, la sfida non sarà soltanto programmare nuovi interventi, ma verificare che producano risultati omogenei e misurabili.
I dati ONS ricordano, in definitiva, che la prevenzione non coincide con la semplice esistenza di un programma gratuito. Diventa reale solo quando le persone vengono raggiunte, aderiscono e completano il percorso nei tempi appropriati. È in questa distanza tra diritto previsto ed effettiva possibilità di beneficiarne che si gioca oggi una delle principali sfide di equità e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.
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Maria Vittoria DI SANGRO
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