Emissioni di metano, la Commissione Ue rinvia al 2030 l’entrata in vigore delle sanzioni



La Commissione europea concede una moratoria sulle emissioni di metano attraverso due raccomandazioni rivolte agli Stati membri: la prima chiarisce come le imprese possano dimostrare la conformità agli obblighi in vigore dal primo gennaio 2027, la seconda invita i governi a non applicare multe fino al 2029. La decisione arriva dopo mesi di pressioni da parte di Washington, di alcuni tra i principali fornitori di gas e di un folto gruppo di Stati membri, preoccupati per gli effetti sui mercati energetici del conflitto in corso in Medio Oriente.

Il regolamento sul metano, adottato nel 2024, è la prima legislazione al mondo a estendere il controllo delle emissioni non solo alla produzione interna, ma anche alle importazioni di petrolio, gas e carbone: un tentativo di Bruxelles di imporre i propri standard climatici anche ai fornitori esterni. Sospendere le sanzioni, seppure temporaneamente (3 anni), significa privare la norma del suo strumento di applicazione più concreto proprio nella fase in cui dovrebbe iniziare a produrre effetti.

A pesare sulla scelta della Commissione è soprattutto il contesto determinato dalla guerra scoppiata a fine febbraio tra Stati Uniti, Israele e Iran, che ha bloccato quasi del tutto il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz — la via d’acqua da cui transita normalmente circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto diretto in Europa. L’impennata dei prezzi e la contrazione dell’offerta hanno spinto il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, insieme a diversi Paesi fornitori di gas, e un gruppo di dodici Stati membri dell’UE — Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Italia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia — a chiedere a Bruxelles di rinviare gli obblighi di importazione previsti dal regolamento, come emerso durante il Consiglio Energia del 26 giugno. La Commissione ha respinto la richiesta di riscrivere la norma, ma ha scelto comunque la strada di un ammorbidimento attraverso raccomandazioni non vincolanti.

Cosa prevedono le due raccomandazioni

Il primo testo offre agli importatori di petrolio, gas e carbone criteri più chiari per dimostrare la conformità ai nuovi obblighi, senza richiedere la tracciabilità fisica di ogni singola partita: per le catene di fornitura più complesse, la Commissione indica come sufficienti soluzioni già in uso in mercati come quello statunitense, ovvero la certificazione e i sistemi di traccia e dichiarazione della provenienza. Il secondo testo interviene invece sul fronte delle sanzioni. Poiché la maggior parte degli Stati membri non ha ancora messo a punto un proprio regime sanzionatorio, le imprese si trovano nell’impossibilità di valutare i rischi legati all’acquisto di forniture potenzialmente non conformi: la raccomandazione chiede quindi ai governi di sospendere le multe per inadempienza — che in condizioni normali potrebbero arrivare fino al 20% del fatturato annuo dell’importatore — per il triennio 2027-2029. Gli obblighi di monitoraggio e comunicazione restano invece pienamente in vigore: cambia solo la conseguenza pratica per chi non li rispetta.

Il commissario europeo per l’Energia e l’Edilizia abitativa, Dan Jørgensen, ha difeso la scelta come una via di mezzo tra due esigenze solo apparentemente in conflitto: il regolamento, ha dichiarato, per produrre risultati concreti ha bisogno di “un’attuazione pragmatica ed efficace”. Protezione dell’ambiente e sicurezza energetica, ha aggiunto, possono procedere insieme.

Sanzioni congelate. Non si può dire lo stesso per le critiche

Non tutti condividono questa lettura. Le organizzazioni ambientaliste hanno reagito con durezza, definendo la sospensione un cedimento alle pressioni dell’industria fossile e dell’amministrazione statunitense. Esther Bollendorff, responsabile del programma sui combustibili fossili di CAN Europe, aveva già invitato Bruxelles “a non cedere alle pressioni”, sostenendo che l’offerta di gas conforme agli standard europei superi già di tre volte il fabbisogno dell’Unione. Per il centro studi statunitense Clean Air Task Force, che ha pubblicato un’analisi tecnica del provvedimento, la sospensione poggia su basi empiriche deboli: la scarsità di forniture attesa riguarderebbe realisticamente solo il 2027, non giustificando un’esenzione estesa fino al 2029; il think tank chiede inoltre che la Commissione avvii procedure d’infrazione contro gli Stati membri ancora inadempienti sul regolamento, leva che la sospensione rischia di indebolire.

Il nodo, in sostanza, è questo: la Commissione insiste sul fatto che tutti gli obblighi restino formalmente in vigore, ma senza il deterrente delle sanzioni resta da capire quale incentivo concreto avranno gli importatori a rispettarli nei prossimi tre anni.

Perché una decisione del genere arriva proprio ora? La crisi in Medio Oriente ha reso concreto, e non più solo teorico, il timore di una stretta sulle forniture, offrendo ai governi e ai fornitori più critici l’argomento con cui giustificare pubblicamente una richiesta di allentamento che circolava già da mesi. Ne guadagnano nell’immediato gli importatori di combustibili fossili, che ottengono tre anni di margine prima che l’inadempienza abbia conseguenze economiche. Rischia di perderci la credibilità della normativa stessa, che si presentava come primo tentativo su scala globale di esportare gli standard climatici europei lungo le catene di fornitura internazionali.

Le raccomandazioni non sono vincolanti, e la palla passa ora agli Stati membri, che restano formalmente liberi di applicare comunque le sanzioni previste dalla normativa originaria. Resta da vedere quanti governi sceglieranno la via indicata da Bruxelles, e se la tregua concordata per il 2027-2029 sopravviverà a un’eventuale normalizzazione dei mercati energetici prima della sua scadenza naturale.


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