Sofia Ventura conduce una polemica schietta e particolareggiata con Luciano Canfora, studioso di straordinaria cultura e raffinatezza, autore di un libro in cui le democrazie liberali occidentali sono solo perenne volontà di dominio, tradimento dei loro stessi valori, eterna violenza colonizzatrice: secondo la Ventura, una semplificazione accattivante, strumentale, infinitamente ingannevole. Al fondo, Nicola Pech aggiunge il suo commento.
Ventura vs Canfora
(e il suo brodo avvelenato dell’Occidente)
di Sofia Ventura
(pubblicato su huffingtonpost.it il 9 maggio 2026)
Come accade che la qualifica di “europeista” diventi un insulto e che le bandiere dell’Europa vengano bruciate? Come accade che queste parole e azioni riguardino dei ragazzi? Dovremmo studiare con attenzione i flussi comunicativi che raggiungono le nuove generazioni: pillole video, influencer giovanissimi che attingono anch’essi ai flussi digitali, trasformandoli in pretesi saperi triturati o gassosi, ma incredibilmente assertivi. Ma certamente, a monte, vi sono dei “maestri”, che giungono a loro dai rimbalzi del sistema comunicativo e mediatico. Maestri di sapere, grande sapere in alcuni casi, che in questa fase storica e in questo Paese, dove né a destra né a sinistra si è mai compreso molto bene cosa sia la democrazia liberale, come funzioni e come sopravviva – o crolli – in buon numero concorrono a dipingere il mondo dove essa è nata – l’Occidente – come una sorta di “peccato” globale; un metafisico luogo del male i cui abitanti, per mondarsi, devono accettare la resa a ogni sfida o aggressione proveniente da altri mondi, buoni per definizione perché vittime dell’Occidente, dannato nel suo destino di malvagità.
A questo pensavo ascoltando certi giovani influencer molto confusi o le parole di una ragazza che dava del “guerrafondaio” ed “europeista” a Carlo Calenda in un incontro pubblico, e osservando quel filmato di simboli europei bruciati da ragazzi a una manifestazione del 25 aprile. E inevitabilmente connettendo quegli atteggiamenti a tante parole, letture, interpretazioni che corrono nello spazio integrato dei media. E parlo di “spazio”, non di dibattito pubblico, perché, anche senza pretendere che quest’ultimo esista nella forma illuministicamente pensata da Jürgen Habermas per la “sfera pubblica”, nell’oggi non riscontro un reale e serio dibattito sulle grandi tematiche, ma semplicemente una continua messa in scena mediatica delle “posizioni” più in voga su quelle tematiche: talk show, festival culturali, interviste e articoli di “opinione” sulla stampa, video su Instagram, Youtube o TikTok. E libri. Libri che in alcuni casi, non tutti fortunatamente, partecipano del racconto unidimensionale dell’oggi, senza preoccuparsi di misurarsi con la realtà per come essa si manifesta attraverso lo studio scientifico e la rilevazione empirica; libri che piuttosto giocano con essa, ritoccandola o torcendola per renderla compatibile con la narrazione – spesso ideologica – che si vuole proporre.
È questo il caso, a me pare, del breve libro pubblicato nel gennaio di quest’anno per Laterza da Luciano Canfora, dal titolo Il porcospino d’acciaio: Occidente, ultimo atto. Canfora resta uno studioso di straordinaria cultura, acume e capacità di connessione storica. Proprio per questo, il problema è serio: il libro non manca di intelligenza, ma la mette al servizio di una costruzione ideologica chiusa. Canfora utilizza le sue doti intellettuali e la sua erudizione per servirci la sua soggettiva visione ideologica del mondo e dell’Occidente senza preoccuparsi né della fondatezza delle sue affermazioni storiche né della coerenza logica delle sue argomentazioni. Canfora pesca fatti storici a piacimento e li propone come a lui più garba, al tempo stesso flirtando con un determinismo che più che da storico è da filosofo della storia, per poi smentire quella prospettiva allorquando con sapienza mostra la relatività delle concettualizzazioni con le quali interpretiamo il mondo e la complessità delle dinamiche storiche alle quali queste pretendono riferirsi.
Partiamo da qui. Con alcuni cenni nella prima parte del suo libro e con una trattazione più ampia nella seconda, Luciano Canfora ricostruisce, partendo dall’antichità classica e in particolare dal mondo greco, la mutevolezza del confine tra Oriente e Occidente, sino a giungere ai secoli a noi più prossimi, per problematizzare le appartenenze all’Occidente nelle percezioni coeve. Un volo d’uccello affascinante e interessante di per sé, che però – coerentemente con quello che è il vero filo rosso del libro, ovvero il preteso disvelamento dell’essenza unidimensionale dell’Occidente, la sua tensione perenne al dominio sul resto del mondo – ha la pretesa di dimostrare l’intrinseca “falsità” dell’esistenza di un Occidente, invece che limitarsi ad essere ciò che è, ovvero una interessante argomentazione della “relatività” delle concettualizzazioni di cui sopra si diceva. Sorprendentemente, però, questo Occidente torna ad essere una entità chiaramente riconoscibile quando viene concepito come l’incarnazione della perenne volontà di dominio.
E così Canfora riprende Arnold J. Toynbee, autore di una monumentale lettura della storia umana attraverso il paradigma delle civiltà, non di rado interpretata più come filosofia della storia che come storiografia empirica: “Per quanto diversi possano essere gli uni dagli altri i popoli non occidentali in fatto di razza, lingua, civiltà, religione, se un occidentale chiederà loro che opinione abbiano sull’Occidente, ne riceverà sempre la stessa risposta. Russi, musulmani, indù, cinesi, giapponesi e tutti gli altri saranno in ciò perfettamente concordi: l’Occidente – essi diranno – è stato l’aggressore capitale dei tempi”.
L’Occidente, dunque, esiste solo laddove viene ricondotto alla sua unica dimensione di volontà di dominio. Le contraddizioni interne a un mondo comunque visto come occidentale – si pensi alla rottura della Rivoluzione francese e alle fratture da essa prodotte tra le potenze di allora o alla lacerazione tragica del nazionalsocialismo tedesco, considerato da due protagonisti dell’Occidente novecentesco come Winston Churchill e Franklin D. Roosevelt come la barbarie contro la quale combattere per difendere la “civiltà” – non rendono semplicemente problematica la percezione dell’Occidente, ma in qualche modo la delegittimano. Ovvero, o l’Occidente lo riconosciamo per quello che è – cerco di leggere l’argomentazione generale, un po’ a salti, di Canfora – cioè un’entità che ha come elemento di riconoscibilità la sua volontà di dominare il mondo, volontà che ha raggiunto la sua massima espressione nell’esperienza coloniale tra XIX e XX secolo, oppure dobbiamo riconoscere che si tratta di un immenso inganno. Una sovrastruttura ideologica usata da una parte di mondo – Europa e Stati Uniti – per imporsi sulla parte restante, sfruttarla e assoggettarla. Ancor più specificamente, il riconoscersi dei paesi e delle società di quella parte di mondo nell’idea di Occidente attraverso la condivisione di forme istituzionali, modi di governo e soprattutto valori, è, appunto, sovrastruttura ideologica. Scrive Canfora: “il concetto stesso di Occidente non regge. È una parola che imbelletta la politica di potenza facendo intravedere i ‘valori’. I quali, ove tradotti in pratica, comporterebbero crisi radicale dell’Occidente armato”.
Lo studioso contesta l’uso strumentale dei “valori” occidentali – libertà, democrazia, separazione dei poteri – per legittimare il dominio dell’Occidente sulle altre parti del mondo. Lo si potrebbe seguire se il suo discorso costituisse una critica a tale uso, all’uso di valori che nella realtà delle nostre società – con tutti i limiti e contraddizioni delle cose umane – hanno trovato concretizzazioni. Ma non è questo il punto di caduta della riflessione canforiana, che tende – piuttosto – a disconoscere tali concretizzazioni per confinare i valori nell’ambito della strumentazione ideologica a copertura dei misfatti occidentali, ancorché in modo ambiguo:
“L’inganno consiste dunque nell’aggredire il mondo, sostenendo di fare ciò nel nome e per la propagazione di quei ‘valori’ in realtà tutt’altro che stabilmente assodati persino in casa propria (…). L’intuizione e la conquista, peraltro precaria, di quei valori furono, nel corso di secoli, oggetto di lotta all’interno di ciascuno dei singoli paesi raggruppati, volta a volta, sotto l’etichetta ‘Occidente’: lotta dove più dove meno vittoriosa: valori esposti a continuo rischio di sospensione o annullamento, all’interno stesso di quei paesi dove quei ‘valori’ furono concettualmente e conflittualmente formalizzati, affermati, calpestati, derisi, rivendicati in uno scontro che non ha fine”.
Si riconosce dunque l’elaborazione di quei valori, il loro essere oggetto di conflitto nella loro origine, affermazione e riaffermazione, suggerendo però che nella bilancia della Storia prevalga il loro tradimento. Tanto che è poi difficile riconoscerli come “caratterizzanti” di un mondo. E questo si coglie chiaramente in alcuni esempi empirici pescati e proposti in modo fuorviante. A partire dall’affermazione per cui “dei ‘pesi e contrappesi’, nella ‘più grande democrazia del mondo’ non c’è mai stata l’ombra”. La storia americana, dei suoi conflitti, delle sue crisi, dei suoi avanzamenti, confuta platealmente questa affermazione apodittica. Intere tradizioni di studi storici, giuridici e politologici la smentiscono. Il sistema americano ha conosciuto esclusioni, diseguaglianze, crisi costituzionali e torsioni oligarchiche; ma proprio la storia di quei conflitti dimostra che i pesi e contrappesi sono esistiti, hanno operato, sono stati violati, riattivati, aggirati o deformati. Non sono un mito privo di realtà storica. Altrettanto sorprendente è la più specifica pretesa secondo la quale il “presidente nomina i giudici della Corte suprema, e questi possono prevalere sui giudici dei singoli Stati. Ergo, il presidente fa da contrappeso a sé stesso”. Il presidente propone i giudici della Corte Suprema, ma la nomina richiede il consenso del Senato. E la Corte prevale sugli Stati solo nelle materie federali. Il sistema è certamente problematico, perché politicizza la composizione della Corte e può produrre squilibri duraturi. Ma storicamente la Corte è rimasta un potere separato, con giudici a vita, non un contrappeso del presidente su sé stesso.
Queste affermazioni, peraltro, accecano rispetto alle trasformazioni della democrazia americana e anche alle sue degenerazioni, in particolare quelle attuali. Canfora si prende gioco dei leader europei e delle istituzioni europee che ora denunciano quanto accade negli Stati Uniti ad opera del presidente Donald Trump. Si prende gioco di loro appunto perché non riconosce le dinamiche costituzionali storicamente concretizzatesi oltreoceano. Questi leader sembrano parergli degli sciocchi, come sciocchi gli parranno quanti, giuristi, storici, politologi, hanno scritto nell’ultimo anno dell’attacco allo Stato di diritto e dell’arretramento democratico negli Stati Uniti. Nessuno di loro si era accorto che lo Stato di diritto negli Stati Uniti non è mai esistito!
Un altro passaggio, a tal proposito, interessante riguarda la natura politica di Germania e Gran Bretagna alla vigilia della Prima guerra mondiale, laddove si nota che nella prima già esisteva il suffragio universale, non ancora compiutamente realizzato nella seconda. La notazione servirebbe a fornire “prova empirica” della relatività delle differenze tra “autocrazie” e “democrazie”, corollario della scarsa significatività dei “valori” per definire le nostre – a questo punto supposte? – democrazie. Credo che qui basti rammentare il peso della storia costituzionale inglese e britannica, la progressiva affermazione del parlamentarismo, il riconoscimento di prerogative fondamentali – dall’habeas corpus in avanti – nella costituzione non scritta britannica, e la natura autocratica della Germania imperiale, nonostante la presenza del suffragio universale maschile, per sottolineare l’ovvio, ovvero la natura meramente funzionale alla polemica dell’affermazione di Canfora. Il Reichstag era eletto a suffragio universale maschile, ma il governo non dipendeva dalla sua fiducia: dipendeva dall’imperatore. Nel caso britannico, al contrario, l’incompiutezza del suffragio coesisteva con una più lunga e consolidata tradizione di responsabilità parlamentare del governo.
Si potrebbe continuare, ma allora si dovrebbe scrivere un altro libro, immensamente meno colto e brillante, ma un po’ più prossimo alla realtà empirica. Basti notare, comunque, come altri riferimenti storici – dalle politiche degli Stati Uniti nel Pacifico e in Oriente a partire dallo sgancio delle bombe atomiche sul Giappone, alla natura della Nato, al diritto di voto negli Stati Uniti – siano presentati ritagliando con le cesoie la realtà, in modo che questi vadano a sostegno della tesi principale: il dominio come essenza dell’Occidente, che in realtà non è Occidente, ma insieme di poteri orientati all’aggressione e all’imposizione; e delle tesi accessorie, innanzitutto la natura dubbia e pretestuosa della distinzione tra democrazie e autocrazie. Come se, sia detto per inciso, la vita di decine e centinaia di milioni di persone da diversi decenni nelle une e nelle altre risultasse più o meno equivalente.
Merita essere rilevato, inoltre, il fatto che, ad eccezione dell’antichità, pare quasi che imperialismo, conquista, schiavitù, dominio e violenza espansiva siano un prodotto esclusivo dell’Occidente. Cosa che con tutta evidenza non è, se gettiamo lo sguardo sugli ultimi secoli, ad esempio, della storia arabo-musulmana, ottomana, cinese, russa. Naturalmente il colonialismo occidentale, per il convergere di fattori economici, politici, istituzionali, culturali, tecnologici, in un complesso sistema di cause ed effetti, ha avuto una portata e una pervasività esponenzialmente maggiore, portando il sistema gerarchico centro-periferia a livello globale. Ma qui sta la differenza, non in una sua natura intrinsecamente aggressiva che si è scontrata con altre nature intrinsecamente “buone”, o non aggressive.
Parimenti, la tesi di Canfora della “ricolonizzazione”, ovvero la prosecuzione del dominio occidentale dopo la fine degli imperi formali, attraverso strumenti economici, militari, finanziari, ideologici e – naturalmente – propagandistici mascherati dal linguaggio di libertà e democrazia, è sostenuta con le stesse argomentazioni assolutizzanti, poggianti su realtà sempre unidimensionali. Non perché non esistano realtà di ingerenza e sfruttamento da paesi occidentali verso paesi non occidentali, ma perché queste non esauriscono la natura dei primi e del “sistema” culturale nel quale sono inserite. Il concetto di “colonizzazione” viene qui “stiracchiato”, come avrebbe detto Giovanni Sartori, per potere disegnare una ineluttabile continuità tra varie fasi “coloniali”, per potere continuare ad addossare sull’oggi dell’Occidente – sia quel che sia – il peso del colonialismo di ieri; anzi, più che il peso, la prosecuzione della stessa condotta devastatrice. In sovrappiù, si dimenticano le politiche di ingerenza, presenza, sfruttamento che, con modalità diverse – e talvolta con tratti di durezza e coercizione che impediscono di riservare la categoria del dominio al solo Occidente –, Russia e Cina perseguono nell’epoca contemporanea verso altri mondi non occidentali, a partire dall’Africa. Ma queste potenze non ricevono alcun “rimprovero”.
Anzi, è interessante come della Russia/Unione Sovietica, ad esempio, si affermi il ruolo centrale, quasi scatenante, nella decolonizzazione in virtù della Rivoluzione del 1917. Senza nulla togliere al ruolo delle organizzazioni comuniste in Africa e in Asia, in alcuni casi particolarmente abili nell’egemonizzare rivoluzioni avviate da altri o nel liquidare compagni di strada non comunisti, anche in questo caso siamo nel campo perlomeno delle forzature storiche. Ma ciò che è interessante è che proprio questo è il ruolo che viene attribuito alla Russia/Unione Sovietica nella storia mondiale, un ruolo di “emancipazione” e “liberazione”. Non ci si sofferma, però, né sulla natura totalitaria da essa assunta nella forma sovietica, dunque tutt’altro che emancipatrice dell’essere umano, né, soprattutto, sulla natura imperialista, di un colonialismo “continentale” di assoggettamento e repressione di popoli, attuato tanto dalla Russia quanto dall’Unione Sovietica, con la sua riorganizzazione “rivoluzionaria” dell’Impero. Si guardi, a tal proposito, all’Asia centrale: conquistata dall’Impero zarista nel XIX secolo, fu poi reinquadrata dall’Unione Sovietica in una struttura imperiale solo formalmente federalista, ma sostanzialmente centrata su Mosca.
Dunque, non meraviglia che Canfora non riesca, o non voglia, riconoscere nella sua lettura della guerra di invasione russa dell’Ucraina – quasi dimenticata nel libro, ma ben presente in sue interviste e scritti – alcuna volontà “imperiale” o “coloniale”, attribuendo tale volontà agli Stati Uniti e alla NATO. Se la storia mondiale viene letta come una lunga sequenza di aggressioni occidentali e di reazioni emancipatrici del resto del mondo, l’Ucraina non può apparire come un soggetto politico autonomo. Diventa quasi inevitabilmente un teatro, uno strumento, una pedina dell’Occidente. Il popolo ucraino non può avere la dignità di un popolo che vuole sfuggire all’assoggettamento, poiché il suo aggressore, nella filosofia della storia canforiana, è parte del movimento di emancipazione contro l’Occidente falso e aggressore, colonialista sempre. Anche se oggi – secondo Canfora – è all’ultimo atto nella sua perdente lotta contro le migrazioni, finale risposta alla sua intrinseca essenza aggressiva e colonizzatrice. Le migrazioni come risposta all’aggressione coloniale di sempre dell’Occidente: l’ennesima semplificazione estrema, molto eurocentrica, potremmo osservare.
L’Europa, naturalmente, costituisce il cuore di questa civiltà/non civiltà aggreditrice. Se negli anni passati l’Europa, nel suo formato più ridotto di Unione europea, era letta criticamente da Canfora come costruzione neoliberale e tecnocratica, ma con possibilità di rinascita, ora, con il conflitto apertosi nel febbraio 2022 e la risposta europea di sostegno all’Ucraina e di fatto di riconoscimento della sua alterità dalla Russia, negli scritti più recenti essa appare al filologo e classicista come un corpo morente, ridotto ad apparato politico-militare eterodiretto. La delegittimazione che emerge dall’equiparazione che fa tra Ue e Bce nel libro è coerente con questa lettura liquidatoria, così come il trattamento che riserva ai leader europei, con quelli britannico e americano impegnati nell’ultima e destinata al fallimento impresa “coloniale”:
“L’Occidente armato e post-democratico, al di là dei tanti conflitti locali, ha uno stabile punto di attrito diretto e violento contro ‘il resto del mondo’: l’ondata migratoria. Su questo terreno fanno la stessa politica il socialista Sanchez, il laburista Starmer, il fringuello liberale Macron, il ‘duro’ Trump, la nazionalista Le Pen, la AfD tedesca, Minniti (PD) al tempo suo, e il governo Salvini-Meloni”.
Che si tratti di leader in ruoli differenti, radicalmente diversi culturalmente, ideologicamente e nel loro rapporto con l’integrazione europea, con idee diverse sull’immigrazione e con politiche migratorie anche diverse nel caso dei leader di governo, è indifferente: galleggiano tutti nel brodo avvelenato dell’Occidente.
D’altro canto, il dileggio parte dal titolo. Il porcospino d’acciaio è stato evocato da Ursula von der Leyen con riferimento a ciò che deve diventare l’Ucraina con il sostegno soprattutto militare dell’Europa, per essere parte della difesa dell’Europa stessa da invasori. Ma la consonanza metallica lo trasforma, nel libro del grande studioso, nel tallone di ferro: da difesa a repressione e offesa. Senza un perché.
È davvero impressionante la capacità di Canfora di muoversi tra le fasi storiche della storia umana, nei loro particolari, e anche nella cronaca, con approfondimenti – se vuole – e connessioni. Così come è vivissimo il suo spirito critico. Avrebbe potuto mettere tutto ciò al servizio di un pensiero critico costruttivo. Innamorato della sua ideologia di sempre, ha preferito esercitare le sue doti per legittimare l’idea che al nostro mondo imperfetto sia preferibile quasi qualunque altra cosa, purché a noi estranea. Con una operazione metodologica che, presentando una filosofia della storia come analisi empirica, appare perlomeno molto discutibile e per le nuove generazioni poco educativa. Ma che, proprio per questo, risulta perfetta nel contemporaneo disordine informativo pop: un tempo in cui la complessità viene evocata per poi essere sacrificata alla più semplice delle narrazioni, o alle provocazioni più accattivanti.
La pedagogia della rassegnazione
di Nicola Pech
Il dibattito pubblico occidentale sembra muoversi sempre più dentro un recinto ben definito: quello per cui ogni critica radicale all’Occidente viene sì tollerata, persino esibita come prova della nostra superiorità politica e morale, ma immediatamente neutralizzata attraverso una formula retorica semplice e potentissima: l’Occidente sarà pure imperfetto, ma resta comunque il migliore dei mondi possibili. È il refrain che torna sempre uguale: si vota, esiste il dissenso, le donne possono uscire di casa senza velo, i giornali criticano il governo. E tutto questo dovrebbe bastare a chiudere la discussione. Ogni ulteriore critica diventa allora eccessiva, ingrata, pretestuosa, talvolta perfino sospetta.
Si può criticare l’Occidente, certo, ma è inaccettabile mettere in discussione il suo primato morale. Ancora meno tollerabile è suggerire che i problemi non siano soltanto le sue contraddizioni, bensì il modello stesso che si è imposto nel mondo negli ultimi due secoli. Eppure pare lampante ciò che continuamente viene rimosso: l’egemonia politica ed economica dell’Occidente non si è affermata attraverso un pacifico concorso di virtù democratiche, ma tramite colonialismo, aggressione militare, sfruttamento sistematico e coercizione economica. Sempre, però, accompagnati dalla stessa narrazione: noi rappresentiamo il progresso, la civiltà, la libertà; dunque abbiamo il diritto, anzi il dovere, di esportare i nostri valori, con ogni mezzo.
L’Inghilterra coloniale parlava di civilizzazione, gli Stati Uniti hanno parlato di esportazione della democrazia, la NATO parla oggi di difesa dell’ordine liberale. Cambiano le parole, resta intatta la logica di fondo: una presunta superiorità che giustifica rapporti di dominio.
E allora viene da chiedersi: quali risultati ha prodotto questo modello egemone?
Alcuni di questi risultati non sono interpretazioni ideologiche o opinioni: sono fatti storici, dati economici e scientifici verificabili.
Ha prodotto una crisi ecologica globale che ci sta spingendo verso il baratro. Ha prodotto una polarizzazione estrema della ricchezza, sia tra Stati sia dentro le stesse società occidentali. Ha costruito un sistema economico che prospera sull’estrazione continua di risorse e sfruttamento del lavoro da Paesi impoveriti, destabilizzati, depredati. Ha normalizzato uno stato di guerra permanente. E oggi, ancora, ci espone al rischio concreto di un conflitto nucleare globale.
Ma tutto questo, nel racconto dominante, diventa un dettaglio. Perché il punto essenziale resta sempre un altro: “Sì, certo, abbiamo molte aree grigie. Però siamo comunque meglio degli altri”. Non esiste alternativa. “There is no alternative”, diceva Margaret Thatcher. E quarant’anni dopo quella formula continua a infestare il dibattito pubblico occidentale.
E l’aspetto più sintomatico è che questo modo di ragionare ha finito per accomunare destra e sinistra. Anzi: è stata soprattutto una certa sinistra degli anni Novanta, quella dei Blair, Clinton, Schroeder e della Terza Via, a trasformare definitivamente l’adattamento al sistema in un valore. Una sinistra che aveva ormai interiorizzato il mercato globale, la competizione permanente, il consumismo come orizzonte inevitabile dell’esistenza. Una destra travestita da sinistra, imbellettata di libertà formali mentre accettava senza più opposizione le logiche del capitalismo finanziario. Da quel momento la politica ha smesso di immaginare alternative e ha iniziato semplicemente ad amministrare l’esistente. L’Occidente può essere criticato, purché la critica non produca conseguenze politiche e non alimenti la possibilità concreta di pensare un altro modello di società. Ed è questo il nodo: ogni aspirazione a qualcosa di migliore viene considerata quantomeno infantile, se non pericolosa. Il compito del cittadino non è trasformare il mondo, ma accettarlo adattandosi.
È un dispositivo perfetto di sterilizzazione del dissenso: se convinci le persone che ogni alternativa sarebbe peggiore, allora hai già vinto. Non serve più reprimere apertamente. Basta inoculare paura: paura del caos, paura del nemico esterno, paura del cambiamento. E così il sistema si autoriproduce da solo.
Lavora, consuma, obbedisci e poi crepa. È una pedagogia della rassegnazione travestita da realismo politico, un anestetico collettivo efficace, da cui deriva una visione che finisce inevitabilmente per demolire ogni tensione libertaria, ogni slancio rivoluzionario nel senso più autentico del termine: quello che rifiuta l’idea che il potere esistente sia naturale, inevitabile o eterno.
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