Polonia e Ungheria stringono le maglie sull’ingresso dei lavoratori extraeuropei mentre le aziende faticano a riempire turni e reparti produttivi. A Varsavia il governo di Donald Tusk rivendica una politica migratoria “selettiva”: nel primo trimestre del 2026 ha concesso circa 16 mila visti per lavoro, otto volte meno rispetto allo stesso periodo del 2022. A Budapest l’esecutivo di Péter Magyar ha modificato a giugno le regole sui permessi per i lavoratori ospiti, bloccando di fatto le nuove domande attraverso il canale utilizzato soprattutto da cittadini di Filippine, Georgia e Armenia.
Non è una correzione marginale. In Polonia i visti per lavoro sono scesi da 123 mila a 16 mila in quattro anni; i permessi rilasciati nello stesso periodo sono passati da 122 mila a 38 mila. In Ungheria, dal 6 giugno, nessun Paese terzo risulta più abilitato a presentare nuove richieste per il titolo riservato ai lavoratori ospiti. Le pratiche già depositate e i rinnovi restano validi, ma il flusso dei nuovi ingressi è stato interrotto.
Le due misure rispondono a storie politiche diverse. Varsavia vuole voltare pagina dopo gli abusi che avevano compromesso il sistema dei visti. Budapest ha scelto una sospensione immediata, in attesa di riscrivere la disciplina. L’esito è simile: meno manodopera disponibile in economie con disoccupazione contenuta, popolazione in calo e una quota crescente di posti che i residenti non coprono alle condizioni offerte.
La correzione polacca e il freno ungherese
La strategia migratoria polacca per il periodo 2025-2030 – dal titolo “Riprendere il controllo, garantire la sicurezza” – mira a sostituire un sistema permeabile, nel quale il permesso di lavoro era diventato in alcuni casi una scorciatoia per entrare nell’area Schengen, con ingressi legati alle necessità dell’economia. I nuovi vincoli riguardano i datori di lavoro, la verifica dei contratti, la digitalizzazione delle pratiche e la possibilità di escludere dal reclutamento estero le professioni per le quali esista un’offerta locale sufficiente.
Alla fine del primo trimestre del 2026, in Polonia risultavano 100.200 posti vacanti, il 16,7% in più rispetto alla fine del 2025. Quasi il 29% riguardava professioni specialistiche; il 19,4% operatori e montatori di impianti e macchinari; il 15,6% operai qualificati e artigiani. Nello stesso trimestre erano stati creati oltre 136 mila nuovi posti, con manifattura, commercio, costruzioni, trasporti e magazzinaggio tra i comparti più attivi.
L’Ungheria ha adottato una soluzione più drastica. Il decreto entrato in vigore il 5 giugno ha ritirato l’elenco dei Paesi ammessi al canale per i “guest worker”. Dal giorno successivo non è stato più possibile presentare nuove domande. Prima della modifica, il sistema era accessibile soprattutto ai cittadini di Georgia, Armenia e Filippine e consentiva alle imprese autorizzate di reclutare personale per attività che richiedono qualifiche basse o intermedie.
La sospensione non riguarda tutti i permessi per lavoro, né cancella quelli già concessi. Colpisce però il canale costruito per rispondere in tempi relativamente rapidi alle necessità della manifattura e della logistica. Nel 2026 il tetto complessivo per i permessi ordinari e quelli destinati ai lavoratori ospiti era già stato fissato a 35 mila unità.
Budapest intende spingere le aziende a cercare personale tra i residenti e ad aumentare le retribuzioni. È una pressione che può correggere modelli fondati su salari bassi e rotazione elevata. Ma se i candidati non possiedono la qualifica richiesta, abitano lontano dagli impianti o hanno già un impiego, l’aumento della paga non garantisce l’assunzione.
Nell’aprile 2026 lavoravano in Ungheria 108.700 cittadini stranieri, 3.100 in più rispetto a dodici mesi prima. L’aumento era dovuto soprattutto ai lavoratori provenienti da Paesi esterni all’Unione. Nello stesso periodo la manifattura aveva perso 16 mila occupati su base annua, mentre il tasso di disoccupazione si manteneva poco sopra il 4%.
La manodopera straniera è già nel sistema
Il dibattito politico tratta spesso l’immigrazione economica come una scelta futura. In Polonia la scelta è già avvenuta. Alla fine di giugno 2025 gli stranieri iscritti al sistema previdenziale ZUS erano circa 1,2 milioni, pari al 7,6% degli assicurati. In dodici mesi erano aumentati del 6,9%. Gli ucraini erano 818 mila, quasi due terzi del totale; i bielorussi oltre 136 mila.
Il dato previdenziale registra persone occupate regolarmente, che versano contributi e partecipano al finanziamento delle prestazioni sociali. Mostra quanto rapidamente la Polonia sia passata da Paese di emigrazione a polo di attrazione regionale. Alla fine del primo trimestre del 2026, gli stranieri presenti nel sistema previdenziale erano già più di 1,3 milioni.
Dopo l’adesione all’Unione europea nel 2004, milioni di polacchi si erano trasferiti verso Regno Unito, Germania e Paesi Bassi. La crescita dei salari e della produzione nazionale ha poi aumentato il fabbisogno interno, mentre le generazioni in ingresso nel mercato del lavoro diventavano meno numerose. Le imprese hanno colmato la distanza reclutando prima nei Paesi vicini, poi in Asia. Questa manodopera si concentra in edilizia, trasporti, magazzini, agricoltura, industria alimentare e manifattura. Una parte dei rapporti è stagionale; un’altra risponde a carenze ricorrenti.
Il passaggio da un sistema espansivo a uno selettivo pone quindi una questione di qualità amministrativa. Bloccare un contratto fittizio tutela il mercato. Ritardare l’ingresso di un saldatore o di un conducente che un’impresa cerca da mesi produce un risultato diverso. La linea di confine non passa dal numero complessivo dei documenti, ma dalla capacità di verificare rapidamente ogni domanda.
In Ungheria la presenza straniera è più ridotta, ma segue la stessa logica. Rapportati ai circa 4,65 milioni di occupati, i 108.700 lavoratori stranieri rilevati ad aprile superano di poco il 2%. La media nazionale nasconde però concentrazioni superiori nei poli industriali, dove le imprese devono effettuare molte assunzioni nello stesso territorio e in periodi brevi.
Negli ultimi anni Budapest ha attirato investimenti nell’automotive, nell’elettronica e nella produzione di batterie. Progetti di questa scala richiedono centinaia o migliaia di addetti, spesso prima che il mercato locale riesca ad adeguarsi. La disponibilità di personale diventa così parte dell’infrastruttura industriale, al pari dell’energia, dei trasporti e degli incentivi fiscali.
Il modello dei lavoratori ospiti era stato disegnato per soddisfare questa domanda senza favorire un radicamento stabile. I permessi sono legati al datore di lavoro, hanno durata limitata e non aprono normalmente la strada al ricongiungimento familiare o alla residenza permanente. Il lavoratore viene ammesso perché necessario, ma resta separato dal progetto di lungo periodo del Paese.
Per le aziende il costo è il ricambio: alla scadenza del titolo, il personale formato deve essere sostituito e ricominciano selezione e addestramento. Il meccanismo copre un picco temporaneo, meno un fabbisogno stabile. La sospensione dei nuovi ingressi rende questa fragilità più visibile, perché riduce anche il bacino dal quale attingere per sostituire chi lascia il Paese.
Il vincolo demografico
La questione decisiva non è quanti visti verranno concessi nel prossimo trimestre, ma quanti lavoratori resteranno disponibili nel prossimo decennio. Il Polish Economic Institute stima che entro il 2035 il mercato polacco possa perdere 2,1 milioni di occupati, pari al 12,6% della forza lavoro attuale.
Il calo non sarà uniforme. I settori industriali potrebbero perdere circa 400 mila addetti; la riduzione potrebbe arrivare al 29% nell’istruzione e al 23% nella sanità. Sono comparti nei quali l’età media è già elevata e la sostituzione del personale richiede anni di formazione.
L’invecchiamento procede più rapidamente della media europea. Tra il 2015 e il 2025 l’età mediana della popolazione polacca è aumentata di 3,8 anni, contro i 2,1 dell’Unione. La base occupazionale si restringe mentre cresce il numero delle persone che dipendono da pensioni, sanità e assistenza. Il contributo dei lavoratori stranieri pesa quindi sulla produzione corrente e sulla tenuta dei conti sociali.
Anche l’Ungheria perde popolazione. Nel 2025 il numero degli abitanti è diminuito di circa 51 mila unità, nonostante il saldo migratorio internazionale positivo. Il Paese continua, inoltre, a cedere lavoratori verso Austria e Germania, dove le retribuzioni sono più alte. Le imprese ungheresi cercano a Est e in Asia una parte della forza lavoro che l’economia nazionale esporta verso Ovest.
Le alternative esistono: maggiore partecipazione di donne, giovani, anziani e persone con disabilità, trasporti migliori, servizi per l’infanzia e formazione professionale. Sono politiche necessarie che richiedono investimenti, coordinamento e anni prima di produrre una variazione significativa nell’offerta di lavoro.
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