Open innovation, trasferimento tecnologico, formazione imprenditoriale e ricerca applicata: sono questi i pilastri su cui Catania ha costruito, in oltre trent’anni di collaborazione tra università, imprese e sistema sanitario, uno dei principali ecosistemi HealthTech del Mezzogiorno. Una rete sempre più integrata che punta a trasformare la ricerca scientifica in soluzioni per la salute.
Dall’Etna Valley alla Start Cup Catania
A Catania, l’ecosistema dell’innovazione affonda le proprie radici nello sviluppo dell’Etna Valley, il distretto della microelettronica che, a partire dagli anni Novanta, ha trasformato il territorio in uno dei principali poli tecnologici del Paese. Un’evoluzione alla quale ha contribuito anche Elita Schillaci, ex amministratrice delegata del Distretto Micro e Nanosistemi, realtà che riuniva le università siciliane attorno alle tecnologie microelettroniche.
«Abbiamo cercato di comprendere come l’esperienza di una grande multinazionale potesse interagire con un ecosistema locale così dinamico, analizzando le relazioni tra multinazionali, università, fornitori locali e partner internazionali» spiega Schillaci, docente di Imprenditorialità e Business Planning all’Università di Catania e direttrice del centro di ricerca e studi avanzati Innovation Leadership in Health Management (ILHM).
Erano gli anni in cui si faceva strada l’idea «che le università dovessero diventare sempre più motori di nuova conoscenza, trasferimento tecnologico e collaborazione con le imprese. E il territorio siciliano era già fertile da questo punto di vista».
In quegli stessi anni, oltreoceano, nella Silicon Valley si stava affermando quello che diventerà il riferimento dell’ecosistema innovazione e che permetterà la nascita di multinazionali come Apple, Google, Netflix. L’ateneo siciliano ha inglobato quella visione, che oggi trova espressione in YouCube, l’incubatore dell’ateneo, nella Start Cup Catania, in programmi di formazione imprenditoriale e iniziative di open innovation dedicate anche al settore delle scienze della vita.
Formare i talenti per restare in Sicilia
«Non è vero che possono creare un’impresa soltanto gli studenti di economia o chi studia discipline manageriali» racconta Agata Matarazzo, docente di Management della sostenibilità e delegata del rettore al Trasferimento tecnologico, startup e spin-off, convinta che il trasferimento tecnologico inizi prima di tutto dalla diffusione di una cultura dell’innovazione e dell’imprenditorialità.
Per questo è stato istituito il percorso di formazione all’imprenditorialità multidisciplinare, aperto a tutti gli studenti e le studentesse dell’ateneo e avviato in vista della Start Cup Catania, la competizione dell’Università dedicata alla creazione di startup innovative. La call per la nuova edizione della business plan competition scade il prossimo 26 agosto.
A questa iniziativa si affianca una dimensione internazionale. Grazie al supporto della European University of Customised Education (EUNICE), a giugno l’Università di Catania ha organizzato una Summer School internazionale, durante la quale team multidisciplinari hanno sviluppato progetti, business plan e pitch davanti a una giuria internazionale.
«Dobbiamo aprire i confini e dare ai nostri studenti, indipendentemente dal proprio corso di laurea o dipartimento, la possibilità di confrontarsi con docenti e realtà italiane, europee e internazionali. Il mercato oggi è globale e anche la formazione deve esserlo. Per questo abbiamo introdotto nuovi insegnamenti, seminari professionalizzanti e assegni di ricerca costruiti sulle esigenze delle imprese».
La collaborazione coinvolge settori strategici come microelettronica, energie rinnovabili, economia circolare e petrolchimico. In parallelo, con le sedi di Ragusa e Siracusa l’Università ha rafforzato la propria presenza sul territorio: «sono i docenti a spostarsi, in questo modo gli studenti riducono le spese di trasporto, vitto e alloggio, e noi portiamo competenze, innovazione e trasferimento tecnologico».
Tecnologie innovative e ESG
Le collaborazioni sono strategiche anche per le iniziative che riguardano il settore biomedicale. Che ruotano attorno a un obiettivo chiaro: «mettere il paziente al centro rappresenta un cambio di prospettiva, perché si parte dai bisogni della persona».
Questo, spiega Agata Matarazzo, significa progettare tecnologie capaci di migliorare il percorso di cura, dalla diagnosi precoce alla riduzione dei tempi di ospedalizzazione.
«Oggi si parla molto di ESG, di bilancio di sostenibilità – spiega la professoressa -. Le aziende che finanziano la Start Cup cercano startup sostenibili, una visione che si collega alla tutela della salute pubblica, dall’alimentazione alla riduzione dell’impatto ambientale e allo sviluppo di tecnologie in grado di migliorare la qualità della vita e il benessere delle persone. In questo contesto, strumenti come l’intelligenza artificiale e la telemedicina rappresentano due delle direttrici più promettenti per l’evoluzione del sistema sanitario».
Una convinzione condivisa anche da Elita Schillaci, che vede nell’IA un alleato strategico della ricerca e della pratica clinica e non un potenziale sostituto dell’essere umano. «Il più delle volte le barriere sono culturali. Oggi tutti parlano di intelligenza artificiale nel settore della salute, ma quanti la utilizzano davvero? Cosa significa governarla? Per questo stiamo lavorando anche con giovani imprenditori dell’intelligenza artificiale a un processo di “reverse mentoring”: loro ci aiutano a comprendere e utilizzare le nuove tecnologie, mentre noi mettiamo a disposizione la nostra esperienza, il nostro patrimonio di conoscenze e la capacità di interpretare i problemi».
Il nuovo orizzonte nell’health-tech
Se startup e trasferimento tecnologico rappresentano uno dei pilastri dell’ecosistema catanese, un altro riguarda l’evoluzione della ricerca nel settore delle scienze della vita. È da questa visione che nel 2019 è nata una delle iniziative più ambiziose dell’Università di Catania: il centro di ricerca Innovation Leadership in Health Management (ILHM).
L’idea, spiega Schillaci, è nata dopo un periodo trascorso a Singapore, a contatto con uno dei principali centri di medicina traslazionale.
«Lì ho capito che l’healthcare sarebbe stato profondamente trasformato dal digitale. Ed è ciò che è accaduto. Sono arrivati l’Internet of Medical Things, i wearable, la medicina di precisione, l’intelligenza artificiale, i farmaci innovativi, le applicazioni della fisica quantistica. Il settore è esploso dal punto di vista dell’innovazione tecnologica. L’healthcare è diventato “techcare”».
Durante l’emergenza pandemica il centro ha avviato numerosi progetti dedicati alla telemedicina, alle nuove modalità di somministrazione delle terapie oncologiche e al monitoraggio remoto dei pazienti con sclerosi multipla.
Il progetto Disruptive Innovation in TechCare
Da quell’esperienza nasce il ciclo di incontri “Il Futuro della medicina”, giunto alla seconda edizione, che riunisce ricercatori, clinici, imprese e investitori per confrontarsi sulle principali sfide dell’innovazione sanitaria.
«I risultati prodotti da ciascun tavolo venivano elaborati in tempo reale dall’intelligenza artificiale – racconta Schillaci – che sintetizzava le evidenze emerse durante la discussione e le confrontava con dati scientifici provenienti da database specializzati. In questo modo abbiamo accelerato i tempi di analisi e la condivisione delle informazioni».
L’iniziativa è poi confluita nel progetto Disruptive Innovation in TechCare, che studia come introdurre le tecnologie nella pratica sanitaria senza creare nuove disuguaglianze, a partire dal digital divide che rischia di escludere le persone meno digitalizzate o chi vive in aree con connettività insufficiente. Ma il divario è anche quello di genere. Inserita tra le Unstoppable Women di StartupItalia, il network che valorizza le protagoniste dell’innovazione italiana, Schillaci osserva come il settore resti ancora a prevalenza maschile, anche nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, con il rischio di amplificare i bias esistenti.
«La tecnologia deve essere uno strumento capace di ridurre le disuguaglianze, non di aumentarle. Nel caso delle donne è, prima di tutto, una questione di equità, perché metà della popolazione è composta da donne. Se pensiamo al digital divide, all’interno dello stesso territorio esiste anche un divario tra uomini e donne. Non dobbiamo essere the one. Dobbiamo essere one of many.»
Le startup dell’ecosistema HealthTech
Dall’intelligenza artificiale alla medicina di precisione, fino ai software per la simulazione dei farmaci e alle piattaforme per l’analisi del DNA e lo sviluppo di prodotti nutraceutici, le realtà che stanno prendendo forma nell’ecosistema siciliano dell’HealthTech coprono ormai gran parte della filiera dell’innovazione biomedica. Tra queste c’è Moltheria, che integra modellistica molecolare, bioinformatica e intelligenza artificiale per supportare la medicina di precisione e formulare indicazioni terapeutiche personalizzate.
«Ci occupiamo da tempo di modellistica molecolare, quindi di progettazione di farmaci e dello studio dell’interazione tra farmaci e recettori proteici» spiega Cosimo Gianluca Fortuna, professore associato di Chimica organica, delegato del rettore alle politiche per l’orientamento dell’Università di Catania e co-founder di Moltheria insieme a Simone Ronsisvalle, Giuseppe Forte e Piero Pavone. «Abbiamo sviluppato competenze in diversi ambiti, dagli antitumorali agli antibatterici, e partiremo dalle malattie infettive per cui oggi non esiste un protocollo standard».
La sfida di Moltheria: IA applicata alla diagnostica
L’ambizione è ampia e si concentra sulle malattie infettive e rare, sulle patologie oncologiche, anche pediatriche, e altri ambiti ad alta complessità clinica.
«Vogliamo applicare tutto il nostro lavoro all’intelligenza artificiale per creare un sistema che, a partire dalla patologia del paziente, suggerisca i farmaci potenzialmente utilizzabili. L’obiettivo è sviluppare un’applicazione che possa supportare il medico e fornire indicazioni in tempi rapidi».
Non sostituire il personale medico, ma offrirgli uno strumento di supporto alle decisioni cliniche. Il percorso richiederà ancora tempo, soprattutto per l’automatizzazione del sistema, ma il gruppo guarda con fiducia ai prossimi passi. «Trovare una soluzione che ci permetta di individuare rapidamente la terapia più adatta per i bambini con malattie rare per me sarebbe un successo incredibile», afferma Fortuna.
Per l’avvio definitivo del progetto bisognerà però attendere ancora qualche mese. «Stiamo apportando le modifiche che la Commissione Startup e Spin-off ci ha indicato. Le abbiamo sottoposte un paio di settimane fa e aspettiamo una risposta positiva. A quel punto decideremo se costituire uno spin-off o una startup».
Un ecosistema che cresce
Dall’ultima edizione del report Listup, che mappa le startup e Pmi innovative italiane nel campo delle scienze della vita, emerge che nel periodo 2020-2025 sono state censite in Sicilia 53 startup life science. Un ecosistema che cresce.
A sostegno dell’innovazione, a fine 2024 è stato inaugurato a Catania il quinto Village italiano di Crédit Agricole, dopo Milano, Parma, Padova e Sondrio. Un ulteriore tassello dell’ecosistema catanese: Le Village by CA Sicilia favorisce infatti la condivisione di progetti tra startup e aziende e a un anno dall’inaugurazione ha raddoppiato il numero delle giovani imprese innovative, con l’ambizione di progettare il futuro e creare opportunità anche per i giovani che scelgono di restare o di tornare nella propria terra. Parole di Hugues Brasseur, amministratore delegato del Gruppo e responsabile di Crédit Agricole in Italia.
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Alessandra Romano
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