Una verifica fiscale in un centro estetico di Albenga ha portato alla scoperta di una frode internazionale da 1,5 miliardi di euro. L’operazione “China Express”, condotta dalla Guardia di Finanza di Savona, ha coinvolto circa 200 società e portato alla denuncia di 190 persone. I militari hanno sequestrato immobili, auto, liquidità e beni di lusso per oltre 7 milioni di euro, recuperato a tassazione 120 milioni e chiuso d’ufficio 105 partite Iva.
L’indagine ha interessato 14 regioni e ha colpito soprattutto imprenditori attivi nel commercio all’ingrosso e al dettaglio di abbigliamento e bigiotteria. Su delega della Procura di Savona, la Guardia di Finanza ha eseguito sequestri preventivi nei confronti di 22 imprenditori, in prevalenza di origine cinese.
La verifica ad Albenga che ha fatto partire l’indagine
Il primo elemento anomalo è emerso durante un controllo in un centro estetico di Albenga, gestito da un uomo di origine cinese. L’attività non disponeva di magazzino, dipendenti o una struttura economica adeguata, ma risultava aver emesso fatture per circa 20 milioni di euro relative alla vendita all’ingrosso di abbigliamento.
I documenti erano indirizzati a 204 società italiane ed estere. La sproporzione tra la struttura dell’impresa e il volume delle operazioni ha portato i finanzieri ad approfondire i rapporti commerciali.
Il titolare è stato segnalato alla Procura di Savona per emissione di fatture relative a operazioni inesistenti e per distruzione o occultamento della contabilità. Nel corso dell’indagine sono state denunciate anche 192 persone fisiche indicate come beneficiarie dei documenti fiscali.
La cifra di 192 persone riguarda questo specifico passaggio investigativo, mentre il dato sintetico comunicato per l’intera operazione indica 190 denunciati.
Come funzionava il sistema delle false fatture
Gli accertamenti hanno riguardato conti bancari, documenti societari, dispositivi informatici e abitazioni. Gli investigatori hanno eseguito perquisizioni personali e domiciliari e interrogato i principali soggetti coinvolti.
Dall’analisi sono emerse imprese che avrebbero inserito in contabilità fatture per acquisti e servizi mai effettuati. I documenti non provenivano soltanto dal centro estetico di Albenga, ma anche da altri soggetti.
Le fatture per la cessione di beni contenevano descrizioni generiche come “Shoes”, “Bijoux” e “Jeans”, senza indicazioni su quantità, prezzo o modello. Altri documenti riportavano massaggi e trattamenti per il corpo, pur essendo destinati a società attive nel commercio di abbigliamento o bigiotteria.
Secondo l’ipotesi investigativa, i beneficiari avrebbero ottenuto due vantaggi. Il primo era fiscale, attraverso la deduzione dei costi e la detrazione dell’Iva. Il secondo era commerciale, perché le false fatture avrebbero permesso di coprire acquisti in nero da fornitori reali e di rivendere la merce a prezzi inferiori a quelli di mercato.
Le società intestate ai prestanome
Una parte delle aziende risultava formalmente amministrata da persone prive di esperienza e risorse economiche. Alcuni intestatari non parlavano italiano, non conoscevano l’attività svolta dalle imprese e in alcuni casi vivevano nei capannoni aziendali.
Le indagini finanziarie hanno permesso di individuare i presunti amministratori di fatto. Erano soggetti che, pur non comparendo nelle visure come titolari, disponevano dei conti correnti, conoscevano clienti e fornitori e gestivano le decisioni aziendali.
Tra i casi ricostruiti compare quello di un quarantenne cinese residente a Milano, titolare di una decina di società, sui cui conti sarebbero stati trovati circa 6 milioni di euro.
Un’altra impresa risultava intestata a una donna cinese di circa sessant’anni, assente dall’Italia dal 2022. Le auto aziendali di lusso, tra cui veicoli Audi e Tesla, erano utilizzate da una famiglia formalmente estranea alla società.
Gli investigatori hanno esaminato anche due catene di supermercati e grandi punti vendita nelle Marche e in Emilia-Romagna. Le attività erano intestate a un diciannovenne pachistano e a una cinquantenne di Casalnuovo di Napoli, entrambi descritti come nullatenenti e privi di esperienza manageriale.
I conti correnti, invece, sarebbero stati gestiti da un cinquantenne cinese che non aveva mai dichiarato redditi in Italia, ma possedeva immobili e auto di lusso per oltre 3 milioni di euro.
I sequestri tra Milano, Roma e il Nord Italia
Il giudice per le indagini preliminari di Savona, su richiesta della Procura, ha riconosciuto la presenza di indizi relativi all’emissione e all’uso di fatture false. I provvedimenti hanno colpito i soggetti indicati come amministratori effettivi delle società.
La Guardia di Finanza ha sequestrato liquidità, azioni, quote societarie, fondi comuni e polizze assicurative per più di un milione di euro. Sono stati acquisiti anche gioielli, borse, orologi e altri preziosi di marchi noti, valutati circa 500.000 euro.
Tra gli otto immobili sottoposti a sequestro figurano un appartamento nel complesso del Bosco Verticale di Milano, una villa di 21 vani con piscina, sauna e centro benessere a Guidonia Montecelio e un attico con piscina nel quartiere Eur di Roma.
L’elenco comprende anche un appartamento di sette vani a Monte Sacro, un immobile di dieci vani a Prato, un appartamento nella zona Loreto a Milano, un villino a Vigevano e un’abitazione di otto vani a Reggio Emilia.
Il valore complessivo dei beni immobili è stato stimato in oltre 7 milioni di euro. I sequestri sono stati confermati dopo le impugnazioni presentate dagli indagati.
Le verifiche fiscali in quattro regioni
Le ispezioni si sono concentrate sui soggetti economici indicati tra i principali utilizzatori delle fatture. Le attività hanno interessato Lazio, Lombardia, Piemonte e Toscana.
I controlli, svolti anche al di fuori degli ordinari criteri territoriali dell’amministrazione fiscale, hanno portato alla contestazione di basi imponibili evase per circa 116 milioni di euro tra imposte dirette e Iva.
Le imprese raggiunte dai sequestri avrebbero movimentato, tra il 2017 e il 2025, circa 700 milioni di euro. Considerando tutte le società segnalate, i flussi ricostruiti raggiungono 1,5 miliardi.
L’operazione ha inoltre portato al recupero a tassazione di 120 milioni di euro e alla cessazione d’ufficio di 105 partite Iva.
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