Mancini di nuovo ct dell’Italia: la memoria corta di un calcio che perdona anche la fuga verso i petrodollari


di Mario Modica

Roberto Mancini torna a essere il commissario tecnico della Nazionale italiana. La FIGC ha deciso di riaffidare la panchina azzurra all’allenatore che aveva già guidato l’Italia dal 2018 al 2023, conquistando il Campionato europeo nel 2021, ma fallendo successivamente la qualificazione ai Mondiali del Qatar.

Ad annunciarne la nomina è stato il presidente federale Giovanni Malagò, che ha indicato Mancini come la persona giusta per aprire un nuovo corso, affiancato da Claudio Ranieri nel ruolo di direttore tecnico e presidente del Club Italia. 

Una scelta che può essere spiegata dal punto di vista tecnico. Molto meno da quello dell’opportunità, della credibilità e del rispetto dovuto alla maglia azzurra.

Mancini è indubbiamente un allenatore di valore. Nessuno può cancellare la splendida cavalcata culminata nella notte di Wembley dell’11 luglio 2021, quando l’Italia sconfisse l’Inghilterra e tornò sul tetto d’Europa. Quella Nazionale riuscì a creare entusiasmo, identità e un rapporto profondo con milioni di italiani.

Proprio per questo, quanto accadde nell’agosto del 2023 risultò ancora più difficile da accettare.

Il 13 agosto Mancini presentò improvvisamente le dimissioni da commissario tecnico, lasciando la Nazionale a poche settimane da importanti impegni per la qualificazione europea. Parlò di una scelta personale e, successivamente, di divergenze con l’allora presidente federale Gabriele Gravina. 

Pochissimi giorni dopo, il 27 agosto, venne annunciato come nuovo allenatore dell’Arabia Saudita.

Una successione temporale che, al di là delle spiegazioni fornite, lasciò inevitabilmente l’impressione di un abbandono dell’azzurro per il verde dei dollari, o meglio dei petrodollari sauditi. Secondo le ricostruzioni pubblicate all’epoca, il contratto avrebbe garantito a Mancini compensi nell’ordine di decine di milioni di euro a stagione. 

È legittimo scegliere il contratto più ricco. Un professionista può decidere dove lavorare e a quali condizioni. Ma la Nazionale non è un club qualsiasi. Non dovrebbe essere una panchina che si lascia da un giorno all’altro quando arriva un’offerta economicamente irrinunciabile, per poi tornarvi quando l’esperienza all’estero è terminata.

Allenare l’Italia dovrebbe rappresentare un punto di arrivo, non una sistemazione temporanea in attesa di un ingaggio più remunerativo.

Il ritorno dopo il fallimento saudita

L’avventura di Mancini in Arabia Saudita non ha prodotto i risultati sperati. Si è conclusa nell’ottobre del 2024, dopo appena quattordici mesi, con una risoluzione consensuale determinata da prestazioni deludenti e da un rapporto sempre più difficile con l’ambiente calcistico locale.

Poco dopo, Mancini ammise pubblicamente di aver commesso un errore lasciando la Nazionale italiana, sostenendo però di non essere una persona eccessivamente attaccata al denaro. 

Un’ammissione apprezzabile, certamente. Ma le parole non cancellano le scelte.

La sensazione è che Mancini abbia riscoperto il valore della maglia azzurra soltanto dopo la conclusione della ricchissima parentesi saudita. Oggi torna sulla stessa panchina che aveva abbandonato improvvisamente, accolto da una Federazione che sembra avere dimenticato tutto.

Dimenticato il momento dell’addio.

Dimenticata la difficoltà nella quale venne lasciata la Nazionale.

Dimenticato il danno d’immagine subito da un’intera organizzazione.

Dimenticato, soprattutto, che rappresentare l’Italia dovrebbe richiedere qualcosa in più di un buon curriculum tecnico.

La FIGC aveva davvero bisogno di tornare indietro?

La scelta di Mancini racconta anche la fragilità del calcio italiano, incapace di progettare un futuro senza rivolgersi nuovamente al proprio passato.

La Federazione ha preferito la strada apparentemente più rassicurante: richiamare l’allenatore dell’Europeo 2021, sperando che il ricordo di Wembley possa ricostruire entusiasmo e fiducia. Ma dal 2021 è trascorso molto tempo e il percorso successivo di Mancini non è stato altrettanto brillante.

Sotto la sua gestione, l’Italia non si qualificò ai Mondiali del 2022. A questo fallimento si aggiunse la traumatica uscita di scena dell’agosto 2023. Il titolo europeo rimane un risultato straordinario, ma non può diventare un lasciapassare eterno capace di assolvere ogni errore e ogni comportamento successivo.

Il problema, dunque, non è soltanto Mancini.

Il problema è una Federazione che, nel momento della difficoltà, sceglie di affidarsi proprio a chi aveva voltato le spalle alla Nazionale nel momento in cui avrebbe dovuto assumersi maggiormente le proprie responsabilità.

Giovanni Malagò ha dichiarato che Mancini è la persona giusta. Sarà il campo a stabilire se abbia ragione dal punto di vista sportivo. Ma sul piano simbolico e istituzionale questa nomina rimane discutibile.

Vincere non basterà a cancellare il passato

Naturalmente tutti gli italiani si augurano che la Nazionale torni a vincere, a qualificarsi per le grandi competizioni e a rappresentare con dignità il Paese. Quando scenderanno in campo gli Azzurri, il sostegno non potrà mancare.

Ma sostenere la squadra non significa rinunciare alla memoria.

Mancini dovrà riconquistare la fiducia degli italiani, non soltanto attraverso i risultati, ma dimostrando con i comportamenti che questa volta la maglia azzurra viene prima di tutto.

Perché l’Italia non può essere considerata una seconda scelta.

Non può essere il luogo nel quale rientrare quando terminano i contratti milionari all’estero.

E non può essere una panchina da abbandonare quando, accanto al tricolore, compare il colore molto più seducente dei dollari degli Emirati o dei petrodollari sauditi.

Roberto Mancini ha ottenuto una seconda possibilità. Nel calcio, come nella vita, è giusto concederla. Ma una seconda possibilità non significa cancellare ciò che è accaduto.

La FIGC ha scelto di dimenticare.

Gli italiani, forse, faranno più fatica.


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