Il Safe, acronimo di Security Action for Europe, è lo strumento creato dall’Unione Europea per agevolare e sostenere le spese per la Difesa dei vari Stati membri, per un ammontare complessivo di 150 miliardi di euro. Il regolamento che lo istituisce è entrato in vigore il 29 maggio 2025 e rappresenta il primo pilastro del piano ReArm Europe/Prontezza 2030 presentato dalla Commissione europea. Concretamente si tratta di un piano di indebitamento congiunto garantito dal bilancio comunitario, che mette a disposizione prestiti a lunga scadenza e tassi competitivi per aiutare gli Stati membri a soddisfare l’aumento degli obiettivi di spesa Nato e sostenere l’industria bellica europea. Non sono quindi contributi a fondo perduto, ma finanziamenti da restituire, pensati come alternativa più conveniente rispetto al ricorso ai mercati.
La richiesta italiana: 14,9 miliardi “prenotati”
L’Italia è tra i principali richiedenti dei fondi Safe dopo Polonia e Romania e a fine agosto 2025 aveva presentato domanda per 14,9 miliardi di euro, richiesta accettata da Bruxelles e che attende solo la firma del contratto esecutivo. A confermarlo è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, durante l’audizione alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato seguita all’informativa sugli esiti del vertice Nato di Ankara di inizio luglio. Tajani ha spiegato che il governo ha “prenotato 14,9 miliardi” e deciderà “a fine anno” quanti utilizzarne effettivamente, “probabilmente saranno di meno”, come sostenuto anche dal ministro della Difesa Crosetto, che ha parlato di una cifra tra “sei, sette, otto o nove” miliardi.
Il caso politico e la retromarcia di Tajani
Sulla vicenda è nato un piccolo giallo politico. In un primo momento, intervenendo alla Camera, Tajani aveva dichiarato: “Abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno, formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto per come investirli nell’anno successivo”. Una frase che ha subito acceso le polemiche nella maggioranza, tanto che lo stesso ministro, lasciando l’audizione, è stato costretto a precisare che il governo ha soltanto “prenotato” i 14,9 miliardi, e che deciderà entro la fine dell’anno cosa utilizzare, senza che sia stata presa alcuna decisione definitiva sull’importo. In serata, ai microfoni di Radio Uno, Tajani ha ulteriormente ridimensionato il caso, parlando di “una tempesta in un bicchier d’acqua” e ribadendo che la decisione finale spetta al Parlamento.
Perché i fondi Safe dividono la maggioranza
Le tensioni non nascono soltanto dalla forma delle dichiarazioni, ma da una questione sostanziale: chi decide, e quanto. La Lega ha rivendicato con forza il ruolo del Parlamento, con fonti del partito che hanno fatto sapere: “Sull’uso dei fondi Safe l’ultima parola spetta al Parlamento”, mentre il senatore Claudio Borghi ha scritto su X di prendere atto “con piacere delle precisazioni di Tajani sui fondi Safe”, sottolineando che “non c’è nessuna decisione sul loro utilizzo o meno” e che sarà il Parlamento a decidere “sulla base dei dati di opportunità e convenienza”.
A complicare il quadro c’è anche la posizione tecnica di Crosetto, che ha voluto ridimensionare il significato politico dello strumento: “Il programma Safe, per come è stato impostato, è uno strumento di finanziamento della spesa militare, non aggiuntivo di quella prevista a bilancio. Per cui in Italia il Safe è un’alternativa al BoT”. In sostanza, per il ministro della Difesa non si tratta di nuove risorse da aggiungere alla spesa militare già programmata, ma di un canale di finanziamento alternativo — più conveniente sul piano finanziario — per capitoli di spesa già impegnati. Una lettura che stempera la portata “politica” dell’operazione, ma che non convince tutti: c’è chi, nella maggioranza e nell’opposizione, la considera comunque un passo verso un maggiore riarmo europeo dell’Italia, tema su cui il centrodestra resta diviso, e chi teme che l’ambiguità sulle cifre reali (14,9 miliardi “prenotati” contro i 6-9 miliardi che si prevede di utilizzare davvero) apra un varco a polemiche strumentali.
La pressione di Bruxelles
Sul governo italiano pesa anche il pressing della Commissione europea, che chiede risposte rapide. Un portavoce di Bruxelles ha dichiarato: “Nella situazione ideale, vogliamo sicuramente che l’Italia mantenga i 14,9 miliardi di Safe come annunciato oggi”, avvertendo che se qualcosa dovesse cambiare a livello di fondi, la Commissione si troverebbe in una situazione ancora più urgente, perché quei fondi dovrebbero essere riallocati, “non c’è tempo da perdere”. Il portavoce ha anche fatto notare che l’Italia risulta al momento l’unico Stato che, aspettando fino a dicembre per la firma dell’accordo di prestito, non rispetta una tempistica considerata adeguata da Bruxelles, dal momento che un eventuale ridimensionamento della richiesta obbligherebbe la Commissione a riallocare le risorse rimaste ad altri Paesi Ue interessati, come Romania e Polonia, entro l’anno.
Cosa succede adesso
Il percorso, secondo quanto ricostruito nell’audizione parlamentare, prevede alcuni passaggi precisi nei prossimi mesi:
- Entro fine anno, il governo dovrà sciogliere la riserva e comunicare a Bruxelles l’importo definitivo che intende effettivamente utilizzare tra i 14,9 miliardi “prenotati” — una cifra che, sulla base delle dichiarazioni di Crosetto, dovrebbe attestarsi tra i 6 e i 9 miliardi.
- La scelta tecnica su quanto e come impiegare i fondi spetterà al ministero della Difesa, che valuterà la convenienza del Safe come alternativa a BoT e CcT per finanziare capitoli di spesa già impegnati a bilancio.
- La decisione politica, come chiarito dallo stesso Crosetto, resta distinta: riguarderà l’eventuale scostamento di bilancio su cui il Parlamento potrebbe votare a settembre, relativo agli obiettivi di spesa per la difesa (0,9%) e per l’energia (0,6%), reso possibile dalla clausola di flessibilità legata alla procedura d’infrazione europea.
- Bruxelles, nel frattempo, continuerà a esercitare pressione per una firma rapida del contratto esecutivo, temendo che ogni rinvio comprometta i tempi di riallocazione dei fondi tra gli altri Stati membri interessati.
Il nodo politico, insomma, resta aperto: la partita si sposterà ora dalle audizioni parlamentari al confronto, atteso in autunno, tra maggioranza e opposizioni sullo scostamento di bilancio e sull’entità reale dell’impegno italiano nel riarmo europeo.
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