In questo anno del centenario dalla nascita di Vincenzo Agnetti (Milano, 1926 – 1981), grande protagonista e anticipatore della stagione del concettuale in Italia, tra iniziative editoriali e mostre tematiche in spazi pubblici e privati la Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare, va alla radice del suo lavoro con opere che partono dalla fine degli anni Sessanta e si focalizzano sui primi Anni Settanta. In particolare sul 1973, anno in cui Agnetti tenne la sua personale alla Pinacoteca Provinciale di Bari come vincitore della III edizione nazionale del Premio Pino Pascali, prestigioso riconoscimento istituito nel 1969 dai genitori del celebre artista pugliese insieme a Palma Bucarelli, la storica Soprintendente della Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma. Ora, con il progetto “Confluenze”, la Fondazione Pascali ripresenta i protagonisti del primo ciclo del Premio che durò sino al 1978, per essere rilanciato venti anni dopo con respiro internazionale.
La mostra dedicata ad Agnetti alla Fondazione Pascali
Le opere di Agnetti tornano qui in una nuova forma allestitiva, curata da Gaspare Luigi Marcone con l’Archivio Vincenzo Agnetti guidato dalla figlia Germana, che propone gran parte di opere fondanti della sua ricerca apparse nella storica mostra barese, con spirito di ricostruzione filologica. Attraverso sedici lavori emblematici emerge il pensiero dell’artista sull’arte e sulla vita. La parola si fa materia, il pensiero diventa forma, tra tempo e spazio, memoria e presente. Agnetti analizza e destruttura dal suo interno il sistema dell’arte, della cultura, della politica e del potere. Attraverso ossimori e paradossi reclama il rapporto con il pubblico. Trasforma l’opera in uno spazio mentale che si attiva in un corpo a corpo che adopera il linguaggio come arma intellettuale rivolta al confronto e all’introspezione. Tutto è aperto e circolare come nei celebri feltri “Chi entra esce” e “Chi esce entra” (1970/71), incipit del percorso che conduce alla grande installazione centrale “Progetto per un Amleto politico” (1973), esperimento di “teatro statico”.
Il progetto per un Amleto Politico
Uno “spettacolo senza movimento senza personaggi e senza testo” in cui l’artista depura la scena e l’accumulo interpretativo dell’Amleto, emblema del dubbio e del suo opposto che si definisce nella razionalità del calcolo. Lo sostituisce con un’installazione fatta di una successione di bandiere del mondo, uno statement in sette punti e sequenze numeriche anche declamate in voce con tonalità modulate come fosse un comizio senza significati che arringa la folla. Si crea così uno spazio concettuale che trova nuova vitalità nell’installazione frontale al mare, quel Mar Mediterraneo eternamente violato che qui esalta la carica politica dell’opera.
Centrale è anche la sua messa in discussione del funzionamento della comunicazione, di cui già segnalava lo svilimento dei valori con la produzione di “informazioni inutili”. Premonitrice la sua consapevolezza delle conseguenze che avrebbe avuto sull’identità e la creazione di nuove solitudini. Le evoca la serie fotografica con interventi a china dell’Autotelefonata (yes)” (1972), e le “14 proposizioni” del 1972, telegrammi che l’artista inviava all’indirizzo del suo studio in via Macchiavelli 30 a Milano.
Tracce di memoria alla Fondazione Pino Pascali a Polignano
Tracce di memoria che Agnetti definisce come “un percorso a ritroso che apre parti inviolate”. Concetti ad alta densità che l’artista vuole sintetizzare in assiomi, sino a schemi semplificati in grafici e diagrammi. Forse emersi dal suo passato di lavoro in Argentina in cui dal ’62 al ’67 si occupò di automazione elettronica per le centrali idroelettriche. Una pausa di oltre cinque anni (che ha definito di “Arte no”) allontanandosi dal fervore culturale di Milano cui aveva attivamente partecipato come teorico del gruppo Azimuth insieme a Piero Manzoni ed Enrico Castellani, così come dai suoi studi giovanili al Piccolo Teatro, dando priorità alla vita all’rispetto all’arte in una felice avventura familiare e in un accumulo esplorazioni e di viaggi in Sud America in cui prevale il contatto con la natura che riporterà nel suo “Progetto panteistico n.2” (1972) esposto in mostra.
1 / 5
2 / 5
3 / 5
4 / 5
5 / 5Chi era Vincenzo Agnetti, l’artista
Ma del resto Agnetti è il teorico del “dimenticare a memoria”, della sedimentazione dell’esperienza. Ne è lampante l’opera “Libro dimenticato a memoria” (1970) in cui ha tagliato tutta la parte di testo con la speranza che in una società evoluta la cultura possa essere parte integrante del nostro patrimonio genetico. Lo spazio vuoto creato dall’assenza di parole si fa così spazio astratto dove ogni cosa si rende possibile: “In principio era la negazione in attesa dello stupore”. Perché dimenticare permette di accogliere con più libertà l’avvenire. “Allora senza impedimenti ritroveremo nella memoria liberata lo spazio primitivo e con esso l’indifferenza verso la cultura per la cultura e le cose per le cose”.
Lo sguardo di Vincenzo Agnetti è sempre rivolto al futuro, come nel suo “Identikit” (1973) in cui indaga il ritratto in relazione al tempo. Ma se il futuro è continua mutazione può comprendere anche l’imprevisto, come la sua improvvisa e prematura morte. Ed è proprio la parola morte che sembra non comparire mai nella sua vasta opera. Si concettualizza forse come misura del tempo in una delle tavole in bachelite incise delle “Otto proposizioni” (1972) in cui afferma: “Temporalità – il nostro limite è quello di non essere nel tempo ma solo e soli in una storia del tempo relativa al nostro limite”.
Paola Marino
Polignano a Mare//fino al 27 settembre 2026
Fondazione Pascali
Via Parco del Lauro, 119
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Paola Marino
Source link



