Contrastare il Governo Schifani sul merito delle questioni


Ci sono momenti nei quali la politica dovrebbe avere la capacità di fermarsi, osservare sé stessa e interrogarsi sul senso più autentico della funzione pubblica. Il primo agosto, mentre la legislatura regionale si avvia verso il suo ultimo anno, è uno di quei momenti.
Da quattro anni il Partito Democratico e le altre forze di opposizione all’Assemblea Regionale Siciliana hanno scelto una linea chiara: contrastare il Governo Schifani sul merito delle questioni, senza mai confondere il dovere della critica con la tentazione della paralisi istituzionale.
Lo abbiamo fatto sull’acqua, denunciando ritardi e assenza di programmazione. Lo abbiamo fatto sulla sanità, chiedendo una riorganizzazione capace di restituire dignità al diritto alla salute. Lo abbiamo fatto sull’agricoltura, sulle infrastrutture, sulle politiche di sviluppo, sulle emergenze che attraversano quotidianamente la vita delle comunità siciliane.
Abbiamo avanzato proposte, scritto emendamenti, costruito iniziative comuni tra tutte le opposizioni. Molte delle modifiche presentate alle leggi di bilancio sono state persino accolte dall’Aula. E, soprattutto, non abbiamo mai utilizzato il Parlamento come un luogo da bloccare per impedire al governo di governare.
Sarebbe stata la scelta più semplice. L’ostruzionismo permanente offre spesso un vantaggio immediato nella comunicazione politica. Ma non è detto che ciò che conviene alla propaganda coincida con ciò che serve ai cittadini.
Per questa ragione, anche nei passaggi più delicati della legislatura, penso alle manovre finanziarie, abbiamo deciso di esercitare un’opposizione rigorosa ma responsabile. Abbiamo contestato le scelte della maggioranza, presentato le nostre alternative, denunciato errori e ritardi, senza però trascinare la Regione nell’esercizio provvisorio o nella paralisi amministrativa.
Qualcuno potrà dire che questo abbia consentito al Governo Schifani di rivendicare quei risultati come propri. È possibile. Ma il nostro compito non era costruire una trappola politica. Era evitare che fossero cittadini, imprese e amministrazioni locali a pagare il prezzo di uno scontro istituzionale.
Esiste infatti una differenza sostanziale tra essere opposizione al governo ed essere opposizione ai bisogni dei siciliani. È una differenza che in questi giorni, osservando quanto accaduto in numerosi Consigli comunali siciliani durante l’approvazione dei Piani Economico-Finanziari del servizio rifiuti e delle tariffe Tari, mi è sembrata purtroppo affievolirsi.
Penso, anzitutto, a quanto accaduto a Trapani.
Quanto abbiamo visto nel Consiglio comunale non rappresenta una fisiologica dialettica democratica. Quando le regole dell’assemblea vengono piegate alle esigenze dello scontro politico, quando il ruolo di garanzia della Presidenza del Consiglio comunale viene messo in discussione da comportamenti che finiscono per comprimere il corretto svolgimento dei lavori, quando la battaglia politica prevale sul rispetto delle istituzioni, allora non siamo più davanti a un confronto democratico. Siamo davanti a un impoverimento della democrazia stessa.
Ma Trapani non è purtroppo un caso isolato. In altri Comuni abbiamo assistito a consiglieri che hanno preferito uscire dall’aula o non partecipare al voto pur di non assumersi la responsabilità di deliberare. Abbiamo visto ex sindaci comportarsi come se i contratti oggi in vigore non fossero anche il risultato delle scelte compiute durante le loro amministrazioni. Abbiamo assistito perfino ad amministrazioni che, per evitare il peso politico di decisioni impopolari, hanno rinunciato a portare in Consiglio atti obbligatori.
Mi domando quale idea di politica ci sia dietro tutto questo. Un Piano Economico Finanziario può essere criticato. Anzi, deve esserlo. È giusto contestare costi, inefficienze, responsabilità amministrative e scelte organizzative. È giusto denunciare ciò che non funziona. Ma impedire che un Comune approvi un atto obbligatorio non significa fare opposizione. Significa impedire all’istituzione di funzionare. E quando un’istituzione non funziona non perde il sindaco, non perde una maggioranza, non perde una parte politica. Perdono i cittadini. Si generano squilibri nei bilanci, si rallentano i servizi, si compromettono gli equilibri finanziari degli enti locali e si allontanano ancora di più le persone dalla fiducia nelle istituzioni.
Per questo sento il dovere di rivolgere questa riflessione innanzitutto alla mia comunità politica. Mi auguro che nessun amministratore, nessun consigliere comunale del Partito Democratico scelga mai la strada della paralisi istituzionale come strumento di lotta politica. Non possiamo pretendere il rispetto delle regole quando governiamo e considerarle un ostacolo quando siamo all’opposizione. La credibilità si misura soprattutto nella coerenza. Chi assume un incarico pubblico giura di esercitarlo con disciplina e onore. Non è una formula retorica. Significa assumersi la responsabilità delle proprie decisioni anche quando esse sono difficili, anche quando espongono al rischio dell’impopolarità. Significa ricordarsi che la funzione delle istituzioni non è quella di alimentare lo scontro permanente ma di produrre decisioni nell’interesse generale.
Naturalmente questo non significa rinunciare al conflitto politico. Anzi. Sul tema dei rifiuti esistono responsabilità politiche enormi che devono essere denunciate con forza. È inaccettabile che, dopo aver chiesto ai cittadini sacrifici importanti per incrementare la raccolta differenziata, raggiungendo risultati che in molti territori siciliani sono finalmente significativi, le famiglie continuino a subire aumenti delle tariffe. Questo è il vero paradosso sul quale la politica dovrebbe concentrare il proprio impegno.
Le ragioni sono note: l’aumento dei costi energetici e dei trasporti, il ritardo accumulato dalla Regione nella realizzazione dell’impiantistica necessaria, una programmazione insufficiente, la permanenza di diseconomie di scala che continuano a gravare sui Comuni e, di conseguenza, sui cittadini. Su questo avremmo dovuto confrontarci. Su come introdurre finalmente la tariffazione puntuale. Su come premiare concretamente chi produce meno rifiuti. Su come efficientare il sistema. Su come ridurre i costi strutturali del servizio. Su come costruire una moderna politica industriale del ciclo dei rifiuti. Questa sarebbe stata una discussione utile ai cittadini. Non la ricerca spasmodica della paralisi amministrativa come strumento di consenso.
La politica non può ridursi all’idea che abbattere l’avversario giustifichi qualsiasi comportamento. Le istituzioni non appartengono alle maggioranze e nemmeno alle opposizioni. Appartengono ai cittadini. Ed è ai cittadini che ciascuno di noi deve rispondere del modo in cui interpreta il mandato ricevuto. Per quanto mi riguarda continuerò a credere che esista un modo diverso di stare all’opposizione. Un’opposizione che controlla, denuncia, propone, costruisce alternative e incalza chi governa con fermezza. Ma che non smarrisce mai il rispetto delle regole democratiche e delle istituzioni. Perché senza istituzioni autorevoli non esiste buona amministrazione. E senza senso delle istituzioni non esiste buona politica”
. On. Dario Safina (PD)


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