cosa c’è dietro la prima operazione dal 2011


Sul mercato dei cambi lo yen guadagna terreno dopo settimane di forte pressione ribassista, sostenuto dalle speculazioni su un nuovo intervento coordinato. Stati Uniti e Giappone sono intervenuti congiuntamente sul mercato dei cambi per sostenere la valutazione della moneta giapponese, in un’operazione molto rara che Tokyo ha confermato oggi. Il ministro delle Finanze giapponese Satsuki Katayama ha dichiarato che le autorità nipponiche hanno condotto un intervento coordinato di acquisto di yen insieme agli Stati Uniti, aggiungendo che i funzionari non esiteranno a mettere in campo ulteriori interventi valutari con Washington.

Si tratta del primo intervento congiunto sul mercato dei cambi dal 2011, finalizzato a sostenere la valuta giapponese e a frenare gli acquisti di Treasury, alimentati dal divario dei tassi d’interesse, che avevano spinto al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato Usa esercitando pressioni anche sulla Federal Reserve. L’effetto sul cambio si è fatto sentire immediatamente: il rapporto dollaro-yen si attesta ora a 156,68, ad una certa distanza dal picco di 164 toccato la settimana precedente, sebbene ancora al di sopra dei 155,2 registrati subito dopo la conferma dell’intervento.

Le parole di Tokyo: “Non esiteremo a ripeterlo”

Nella nota diffusa da Tokyo, Katayama ha collocato l’operazione in una cornice di coordinamento già avviata da mesi. “Il Ministero delle Finanze giapponese ha acquistato yen in coordinamento con il Dipartimento del Tesoro statunitense”, ha affermato il ministro, spiegando che l’azione congiunta è stata intrapresa in conformità con la dichiarazione congiunta dei ministri delle Finanze di Giappone e Stati Uniti rilasciata nel settembre 2025, al fine di contrastare l’eccessiva volatilità e i movimenti disordinati dello yen registrati negli ultimi mesi.

Il messaggio più significativo, però, riguarda il futuro: Tokyo non ha intenzione di fermarsi a un’unica operazione. Il Ministero delle Finanze giapponese ha precisato che Giappone e Stati Uniti non esiteranno a intraprendere ulteriori azioni, confermando una rara iniziativa bilaterale per arrestare la caduta della valuta verso nuovi minimi da quarant’anni. Un atteggiamento che gli analisti leggono come segnale di determinazione: secondo gli osservatori, la notizia sottolinea la volontà di entrambi i Paesi di impedire che una svendita dello yen e dei titoli di Stato giapponesi provochi ripercussioni globali, a partire dall’ulteriore pressione al rialzo sui rendimenti .

Il fronte americano: Bessent conferma e rilancia

Anche dal lato statunitense sono arrivate conferme e aperture. Il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ha dichiarato che le mosse coordinate sul mercato dei cambi hanno contenuto le oscillazioni disordinate dello yen giapponese, aggiungendo che il Tesoro resterà vigile e manterrà stretti contatti con le controparti del Ministero delle Finanze e della Banca del Giappone.

Il coordinamento tra i due Paesi non si è fermato all’intervento diretto sul cambio. In un ulteriore segno di collaborazione, Bessent ha dichiarato che nei prossimi mesi gli Stati Uniti valuteranno la possibilità di ampliare la Federal Reserve Repurchase Facility, lo strumento che fornisce liquidità temporanea in dollari, definendolo un “importante sostegno”. 

Il commento è arrivato dopo un raro post su X del Ministero delle Finanze giapponese, in cui si affermava di disporre di un’ampia gamma di strumenti per far fronte alle esigenze di liquidità del mercato, incluso l’accesso proprio a quella Repo Facility della Fed, introdotta nel 2020 per stabilizzare i mercati durante la pandemia di Covid-19, che consente al Giappone di raccogliere liquidità in dollari senza dover ricorrere a vendite dirette di titoli del Tesoro.

Un precedente risale al 2011, ma l’obiettivo era opposto

Per trovare l’ultimo intervento congiunto di questa portata bisogna tornare indietro di quindici anni. L’intervento congiunto sul mercato dei cambi rappresenta infatti il primo dal 2011. Ma le circostanze, allora, erano radicalmente diverse: in quel caso l’obiettivo era opposto a quello attuale, poiché lo yen si era rafforzato eccessivamente perché gli investitori, considerandolo una valuta rifugio, avevano scommesso sul rientro di capitali in Giappone in vista della ricostruzione post-terremoto e tsunami che avevano colpito il paese. Curiosamente, quell’intervento del 2011 era stato condotto proprio con l’obiettivo di indebolire lo yen dopo il devastante terremoto nel Giappone orientale, l’esatto contrario di quanto sta accadendo oggi.

Perché lo yen adesso è debole

Le radici della debolezza strutturale della valuta giapponese vanno cercate nella politica monetaria. I tassi di interesse nipponici sono rimasti per anni molto più bassi rispetto a quelli delle altre grandi economie, e questa distanza si è ampliata nettamente dal 2022, quando le banche centrali occidentali hanno iniziato ad alzare rapidamente i tassi per contrastare l’inflazione seguita alla pandemia e all’invasione russa dell’Ucraina. 

Tassi più alti rendono una valuta più attraente, perché offrono agli investitori rendimenti superiori sugli strumenti finanziari denominati in quella moneta: per questo molti investitori hanno venduto attività in yen per acquistare dollari e altre valute più redditizie, deprezzando ulteriormente la moneta giapponese e spingendola, nelle scorse settimane, ai livelli più bassi degli ultimi quarant’anni sul dollaro.

Le vere ragioni dietro l’intervento: economia, geopolitica e debito pubblico

Dietro la scelta, rarissima, di un intervento congiunto si intrecciano motivazioni economiche molto concrete e interessi che vanno ben oltre la semplice difesa del cambio. 

Per Tokyo, la posta in gioco è la tenuta stessa della propria economia: uno yen troppo debole rende più cari le importazioni di energia e materie prime, alimenta l’inflazione interna e mette sotto pressione le famiglie giapponesi, in un contesto in cui la Banca del Giappone fatica ancora a normalizzare in modo deciso la propria politica monetaria. 

Ma la spinta più insolita arriva dal lato statunitense, ed è qui che si annida la ragione più strategica dell’operazione: il governo americano ha un interesse diretto a evitare che il Giappone, principale detentore straniero di titoli del Tesoro Usa, sia costretto a vendere massicciamente quei titoli per finanziare la difesa della propria valuta. Una vendita di quella portata rischierebbe di far salire i tassi di interesse americani, rendendo più costoso per Washington finanziare il proprio debito pubblico in un momento in cui i rendimenti dei Treasury sono già sotto pressione crescente. A questo si somma una preoccupazione più ampia e sistemica, condivisa da entrambi i governi: il timore che un ulteriore, disordinato indebolimento dello yen possa propagarsi ai mercati finanziari globali, innescando instabilità valutaria anche in altre aree del mondo — Europa inclusa — e minando la fiducia degli investitori in un momento già segnato da tassi elevati e debiti pubblici crescenti su scala internazionale. 

L’intervento coordinato, insomma, non è solo un gesto di solidarietà valutaria tra alleati storici, ma una mossa calcolata per proteggere due interessi nazionali strettamente interdipendenti: la stabilità dell’economia giapponese e la sostenibilità del debito americano.


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