Il don Mazzi che non si vedeva in tv


Ieri nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano si sono tenuti i funerali di don Antonio Mazzi (Verona, 30 novembre 1929 – Milano, 31 luglio 2026).

Il don Mazzi che non avete visto in tv io lo incontravo alla sera alla cascina di Exodus, al Parco Lambro, a Milano. Mi chiamava ogni tanto, la scusa era parlare di qualche progetto tv ma poi il colloquio diventava subito personale, magari davanti ad un ottimo bicchiere di Amarone che gli portavo in omaggio alle sue origini veronesi. Io gli dicevo di me, un po’ vergognandomi di rubare tempo a lui che il suo tempo lo dedicava a persone che avevano ben più bisogno («ma che ne sai tu?», mi diceva) e mi faceva capire che ognuno è importante allo stesso modo e ugualmente prezioso in modi diversi, che nessuno cammina da solo perché le strade che siamo chiamati a percorrere sono scelte dall’incontro tra un Amore infinito e una nostra altrettanto infinita libertà.

Lui, don Antonio, conosceva le strade e sapeva bene che essere un prete di strada, anzi «da marciapiede» voleva dire riconoscere nelle strade “la strada”; contemplava quell’Amore (è la parola giusta: contemplava nell’agire, nelle opere); amava quella libertà che vedeva in ogni persona come segno dell’essere creatura. Libera e amata.

Questo mi insegnava, mentre mi raccontava delle persone che arrivavano da lui. Me le aveva fatte conoscere, tante. Erano gli anni di piombo e c’erano, affidati a lui, terroristi che avevano ucciso, qualcuno più volte, assassini che erano stati pochi anni prima miei compagni di scuola, ed ora con lui cercavano di ritrovare il senso di quelle strade sbagliate.

«Bisogna dare fiducia»

Vennero gli anni dell’edonismo e della droga, e altri volti da incontrare in cui riconoscere il Volto, e non era facile di fronte a ragazze che avevano massacrato a coltellate la madre o una suora (che ora è beata e che morendo aveva invocato misericordia per le sue assassine). Vennero gli anni del bullismo e don Mazzi fu tra i primi ad intravederne il drammatico pericolo per i giovanissimi. Tutti anni attraversati dal devastante potere della droga: conobbe e aiutò tanti tossici duri, a volte cattivi. Vennero gli anni dell’Aids e don Mazzi si vide affidati dal cardinale Carlo Maria Martini i preti malati di una malattia che portava lo stigma sociale del contagio: lebbrosi con la tonaca. E anche questi voleva che incontrassi. Mi spingeva ad incontrare la persona in ogni condizione. Mi era amico e mi voleva bene così. Lui andava in tv, si esponeva alle interviste a rischio di essere frainteso o usato: si dava tutto a tutti. Pazienza se non piaceva alla destra perché sembrava di sinistra e alla sinistra perché ne svelava le ipocrisie, come svelava le ipocrisie dei borghesi e dei poveracci, dei preti e delle persone perbene. Senza cattiveria, ma chiaro il giudizio sul male, che conosceva bene. 

Sempre sereno era lo sguardo, anche quando era addolorato nel vedere la fragilità umana, che sembra non aver limite. Diceva che «stiamo freschi se, per comportarci da santi, dobbiamo aspettare di essere santi». Non faceva sconti ai suoi superiori ecclesiastici, non era certo un prete clericale, si fidava dei peggiori «perché bisogna dare fiducia». 

Camera ardente di don Antonio Mazzi nella sede della Fondazione Exodus nel parco Lambro a Milano, 1 agosto 2026
Camera ardente di don Antonio Mazzi nella sede della Fondazione Exodus nel parco Lambro a Milano, 1 agosto 2026 (Foto Ansa)

Amava la Chiesa

Era un educatore: ogni persona che incontrava, assassino o santo, era come una sfida e una provocazione alla sua umanità. Ascoltava e, se proprio sentiva qualcosa di eclatante, si lasciava scappare una espressione che tradiva il suo accento veneto, ed era in realtà un’invocazione: «O Maria Vergine!». E voleva dire che l’avevi fatta grossa.

Anche lui aveva i suoi momenti di fatica, quando vedeva qualcuno dei suoi ragazzi ritornare sulla strada sbagliata, e lo andava a cercare a costo di vedersi rifiutato. Era fatto così. Tutto a tutti. Non gli piacevano Vaticano e cardinali, le porpore e l’ostentazione, i segni del potere, ma non faceva della povertà un vanto narcisistico, anzi amava la Chiesa come il suo maestro don Giovanni Calabria, fatto santo da Giovanni Paolo II, che offri la sua vita a Dio chiedendo la guarigione del papa Pio XII. “Poveri Servi” ma “servi della Divina Provvidenza”, così si chiama la congregazione fondata da don Calabria da cui don Mazzi non volle mai separarsi, fedele e obbediente anche quando era diventato famoso per le sue presenze televisive e sui gìornali.

«Ora passa da qui»

Sentiva tutto come una responsabilità affidata e ogni particolare era importante. Per questo mi invitava a conoscere davvero i suoi “ragazzi”, magari quando il mio interesse era solo egoista e professionale, teso a carpire l’intervista al terrorista figlio di un ministro o alla ragazzina che aveva ucciso in nome di satana o della droga. «Mangia con loro e fatti delle domande, a te stesso prima che a loro». Era un educatore in tutto, sempre, e uno psicologo acuto delle profondità umane che esplorava ogni giorno, sapeva che educare vuol dire far crescere in un rischio, ed era così con tutti, proprio con tutti, anche quando gli costava fatica.

Mi confidò una volta: «Devo andare a parlare con una persona che ho accolto in comunità e non sopporto proprio, ha fatto del male, tanto, a persone innocenti ed è ancora arrogante e pieno di sé… Maria Vergine… sapessi: forse Gesù ora passa da qui».

Milano lo ha salutato ieri nella basilica di Sant’Ambrogio. E una strana coincidenza (sarà una coincidenza?) ha portato a celebrare il funerale di don Antonio proprio nella bellissima chiesa romanica dove un grande confessore, il canonico penitenziere monsignor Giovanni Mercandalli, passò gli ultimi anni della sua vita, benché gravemente malato, impegnato nella sua apparente impotenza ad accogliere e guarire i malati del Male.

Bello vederli vicini davanti al santo Ambrogio, santo delle opere e delle misericordia. La gloria si manifesta in tanti modi, attraverso opere e misericordia. Don Antonio, prete della Strada, testimone della provvidenza sotto i riflettori della tv o nel buio di un parco tra gli spacciatori di morte, ha vissuto 96 anni restando sempre giovane. Teso al destino che coglieva nel concreto di ogni essere umano che la provvidenza gli faceva incontrare.


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Giancarlo Giojelli

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