Bologna, 6 agosto 2026 – Definito da Umberto Eco “il cantautore più colto d’Italia”, Francesco Guccini è una voce che ha attraversato generazioni, un poeta capace di raccontare la storia e le emozioni di un intero Paese. Con i suoi testi densi di poesia e riflessione, ha saputo trasformare la musica in letteratura, lasciando un segno indelebile nella cultura musicale italiana. Scegliere soltanto 10 delle sue canzoni più celebri è un’impresa quasi impossibile, ma ognuna di loro esprime un punto saliente della lunga carriera dell’artista.
La Locomotiva. Da Poggio Renatico a Bologna: scritta in venti minuti è diventata eterna
L’ha scritta in appena venti minuti, poi è diventata eterna. “La Locomotiva” pubblicata nel 1972 all’interno dell’album Radici, è un inno politico, una delle ballate più iconiche di Guccini.
Ispirata a un evento accaduto realmente a fine Ottocento, la canzone narra la storia del macchinista anarchico Pietro Rigosi, che si impadronì di una locomotiva sganciata da un treno merci nei pressi della stazione di Poggio Renatico, dove lavorava, e la diresse verso la stazione di Bologna. Il personale tecnico deviò la corsa della locomotiva su un binario morto, dove il treno finì per schiantarsi contro alcune carrozze ferme. L’impatto fu tremendo, e l’uomo venne sbalzato fuori dal convoglio. Subì l’amputazione di una gamba e riportò gravi danni al viso, ma miracolosamente sopravvisse. Le ragioni che portarono l’uomo a compiere questo gesto così estremo non sono mai state completamente chiarite, ma le sue idee anarchiche e la dichiarazione che fece dopo il ricovero – “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!” – portarono l’opinione pubblica a interpretarlo come un atto di protesta contro le dure condizioni di vita e di lavoro dell’epoca, nonché contro l’ingiustizia sociale che permeava ogni aspetto della quotidianità.
L’Avvelenata: brano autobiografico e polemico
“Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni. Credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi (a sedere!), avrei scritto canzoni”: brano autobiografico e polemico, “L’Avvelenata”, inclusa nell’album Via Paolo Fabbri, 43 del 1976, esprime il disappunto di Guccini verso le critiche ricevute sull’album Stanze di vita quotidiana del 1974. Fu eseguito per la prima volta dal vivo e il critico Riccardo Bertoncelli, citato nel testo, continuò ad essere un riferimento nel brano, nonostante i due si fossero successivamente chiariti. La canzone venne poi registrata solo dopo numerose richieste del pubblico, che la apprezzava particolarmente durante i concerti dal vivo. Ad oggi è indubbiamente una delle canzoni più note di Guccini, che i fan continuano ad apprezzare.
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Dio è Morto: fu apprezzata da papa Paolo VI
Una canzone di protesta che esprime il senso di sfiducia verso le istituzioni e i valori consolidati:
“Dio è morto”, scritta nel 1965, è una manifestazione dei profondi cambiamenti in corso nella società dell’epoca. Il brano affronta temi esistenziali e sociali, riflettendo il disorientamento di una generazione in crisi di valori e segnando una manifestazione di cambiamento e speranza in un futuro migliore.
“Ho visto la gente della mia età andare via lungo le strade che non portano mai a niente, cercare il sogno che conduce alla pazzia, nella ricerca di qualcosa che non trovano, nel mondo che hanno già”.
Nonostante non contenga elementi contro la religione, la canzone fu oggetto di censura da parte della Rai, che la considerò blasfema per il suo titolo e per il contenuto, decidendo di non trasmetterla. Ma al contrario fu apprezzata da Papa Paolo VI che nel brano di Guccini colse la speranza perché “in ciò che noi crediamo Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, in ciò che noi faremo Dio è risorto…”. E andò quindi a finire che la canzone censurata dalla Rai fu invece trasmessa dalla Radio Vaticana.
Nel 1967 furono poi registrate due versioni, una dei Nomadi (che ebbe grande successo) e una cantata da Caterina Caselli, con alcune varianti nel testo.
Il Vecchio e il Bambino: un brano significativo
Contenuta nell’album Radici del 1972, “Il vecchio e il bambino” è una delle canzoni più celebri di Francesco Guccini e rappresenta uno dei brani più significativi della sua carriera. Con il suo stile poetico, Guccini affronta il tema del passaggio generazionale, raccontando un dialogo tra un vecchio e un bambino, che si trovano a riflettere su una società segnata dalla paura e dalla distruzione: “Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera,
la polvere rossa si alzava lontano”, il primo verso della canzone, è l’emblema del significato del brano. Nelle strofe successive, il vecchio racconta al bambino quanto fosse bella, un tempo, quell’immensa pianura. Il bambino, come canta Guccini alla fine del brano, “ristette, lo sguardo era triste, e gli occhi guardavano cose mai viste e poi disse al vecchio con voce sognante: “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”
Eskimo: gli anni giovanili e la relazione con la prima moglie
Inclusa nell’album Amerigo del 1978, “Eskimo” è una canzone che racconta degli anni giovanili trascorsi a Bologna e della relazione con Roberta, sua prima moglie. Il titolo allude alla differenza di classe sociale tra i due giovani: lei, proveniente da un contesto borghese e vestita con un elegante paltò, e lui, con origini più umili, portava un “eskimo innocente, dettato solo dalla povertà”.
Il cantautore le aveva già dedicato, nel 1970, la canzone Vedi cara, altro celebre successo ancora oggi caro ai fan. Dal testo di questa canzone è inoltre tratto il titolo della biografia di Guccini scritta da Massimo Cotto “Portavo allora un Eskimo innocente”, pubblicata nel 2007 da Giunti Editore.
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Farewell: si ispira a Bob Dylan
“Farewell”, Addio. Ispirandosi a Farewell Angelina di Bob Dylan, della quale viene citato un intero verso, Guccini dedicò questo brano, pubblicato nel 1993, alla sua compagna, Angela, con cui si era lasciato da poco. Nella canzone Guccini ripercorre l’intero arco di una relazione, su una musica da ballata folk.
Il verso finale del brano è forse una delle citazioni più note e malinconiche del cantautore: “Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione / E il peccato fu creder speciale una storia normale”.
Bologna: il cantautore la dedica alla “sua” città
Modenese di nascita, ma bolognese di appartenenza. Francesco Guccini non poteva non dedicare una canzone alla “sua” città, che descrive con affetto e ironia. Ne racconta le peculiarità, i difetti, gli scorci che solo chi l’ha vissuta davvero riesce a cogliere.
Per Guccini Bologna è una “vecchia signora dai fianchi un po’ molli”, ma anche una “donna emiliana da zigomo forte”. Bologna è capace d’amore così come è capace di morte.
É una ricca signora che fu contadina, una bambina per bene, una volgare matrona.
Bologna è ombelico di tutto.
Autogrill: un incontro fugace, simbolo della transitorietà
“La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e Seven-up, e il sorriso da fossette e denti era da pubblicità, come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill, mentre i sogni miei segreti li rombavano via i TIR…”. Questo brano tratto dall’album del 1983 “Guccini”, undicesimo in studio del cantautore, racconta un incontro fugace in un autogrill, simbolo della transitorietà e della casualità delle relazioni umane. Guccini descrive con maestria l’atmosfera sospesa di questi luoghi di passaggio, riflettendo sulla solitudine e sul desiderio di connessione.
Cirano: una critica sociale contemporanea
Pubblicato nel 1996 nel suo 17 album “D’amore, di morte e di altre sciocchezze”, il brano “Cyrano” di Francesco Guccini è una critica sociale contemporanea ispirata al celebre romanzo di Edmond Rostand, scritto alla fine dell’800.
Scritta Beppe Dati e arrangiata musicalmente dal produttore musicale Giancarlo Bigazzi,la canzone usa la figura di Cyrano per realizzare una profonda analisi critica della società contemporanea, esprimendo un’invettiva feroce contro la classe politica. Le parole, taglienti e dure, si stemperano però nel finale, quando l’immagine dell’amata Rossana, che nel brano ha l’immagine del sole, si fa strada, portando un momento di dolcezza e di speranza.
Via Paolo Fabbri 43: la Bologna di Guccini
Dà il titolo al suo settimo album, pubblicato nel 1976 e ventinovesimo nella classifica dei cento migliori album italiani di Rolling Stones: Via Paolo Fabbri 43, l’indirizzo bolognese di Guccini, offre uno spaccato della vita bolognese dell’artista, tra riflessioni personali e osservazioni sul mondo circostante. “Fra “krapfen” e “boiate” le ore strane son volate, grasso l’ autobus m’ insegue lungo il viale e l’alba è un pugno in faccia verso cui tendo le braccia, mi scoppia il mondo fuori porta San Vitale e in via Petroni si svegliano, preparano libri e caffè e io danzo con Snoopy e con Linus un tango argentino col caschè”.
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