Al centro della mostra il dialogo che il fotografo instaura, grazie ai suoi scatti magnetici in bianco e nero, con i protagonisti della storia dell’arte: dalle sculture di Michelangelo, Bernini e Canova, alla forza espressiva del gesto moderno e contemporaneo, rappresentata da Alberto Burri, Emilio Vedova e Hermann Nitsch.
Le sue immagini rivelano lati segreti e sensuali delle celebri opere e indagano sull’identità degli artisti. A questa ricerca si affianca una sezione dedicata al Duomo di Milano, una serie di scatti inediti sulla cattedrale, non solo nella sua architettura, ma nella sua anima universale.
Aurelio Amendola al Palazzo Reale di Milano
Aurelio Amendola (Pistoia, 1938), può essere definito un artista fotografo, come sostiene Bruno Corà, perché utilizza magistralmente una tecnica, quella della fotografia, per creare le sue opere.
Con la mostra Aurelio Amendola Capolavori fotografati torna a Palazzo Reale, dopo trent’anni dalla personale Cappelle Medicee (1995). 85 fotografie, alcune inedite, realizzate tra il 1976 e il 2025, portano lo spettatore ad addentrarsi nella ricerca artistica di una figura centrale per la fotografia d’arte contemporanea, in particolare d’arte scultorea, che si distingue per la capacità di attraversare la storia dell’arte dall’antico al moderno e trasformare la luce in un racconto. L’esposizione è promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale, in collaborazione con Associazione Culturale BUILDING.
Aurelio Amendola, uno sguardo che cattura la pratica artistica dei grandi maestri del Novecento
Il percorso espositivo si apre con un primo nucleo di fotografie – riunite grazie a prestiti di collezioni quali la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia e Nitsch Foundation di Vienna – che sono dedicate a tre protagonisti del Novecento, la cui pratica artistica è legata intrinsecamente all’azione: Hermann Nitsch, Alberto Burri ed Emilio Vedova. Amendola riesce a ritrarli nei loro atelier, catturandone così la dimensione più intima e segreta, ma al tempo stesso dinamica e restituendo nelle sue immagini tutta la forza e l’intensità della loro arte. Nei loro lavori il gesto diventa un segno, una traccia visibile dell’atto creativo. Il fotografo-artista è il mediatore tra lo sguardo del visitatore e il gesto iconico dell’artista.
1 / 7
2 / 7
3 / 7
4 / 7
5 / 7
6 / 7
7 / 7Le opere di Aurelio Amendola sui tre grandi artisti del Novecento
Tra le opere presentate un’interessante selezione mostra le “azioni rosso sangue” realizzate da Hermann Nitsch nel castello di Prinzendorf nel 2012, riuscendo a condensare l’essenza della sua pratica in una narrazione raccolta e inedita, diversa dalla dimensione performativa e corale che ne caratterizza le azioni.
Di particolare rilievo sono senza dubbio le Combustioni di Alberto Burri, realizzate nel 1976 a Città di Castello. In questa sequenza fotografica l’artista viene magistralmente colto nell’atto di bruciare una superficie plastica, alterando la materia. Emerge con chiarezza il processo creativo, in cui il gesto dà forma alle opere più iconiche.
Nelle fotografie del 1987 dedicate a Emilio Vedova, emerge invece il vortice generativo della sua arte: l’energia che ne attraversa le opere, come i grandi tondi, si manifesta come estensione di una gestualità tesa, ma controllata. Amendola riesce a cogliere Vedova mentre si muove nel suo spazio d’atelier come in un campo d’azione, e così il corpo dell’artista diviene matrice del segno pittorico.

Dal Duomo di Milano alla rilettura critica di capolavori scultorei
La mostra prosegue con una sala dedicata al Duomo di Milano, fotografie del 2009 esposte per la prima volta al pubblico. Attraverso piccoli dettagli – come le statue gotiche o le forme delle guglie, prospettive alternative e giochi di luce – la cattedrale viene riletta in tutta la sua complessità, bellezza e forza espressiva. Ciò nel contesto di Palazzo Reale, con il suo legame e la sua prossimità fisica con il Duomo, con il quale da secoli si fronteggiano, come simboli del potere spirituale e temporale. Questi scatti assumono così un valore particolarmente evocativo, rafforzando il dialogo tra l’immagine e il luogo rappresentato.
I capolavori senza tempo della storia dell’arte nella mostra di Aurelio Amendola a Palazzo Reale
Il percorso espositivo si conclude con 35 scatti che ritraggono alcuni dei più celebri capolavori scultorei di grandi Maestri italiani del passato: Gian Lorenzo Bernini, Antonio Canova e Michelangelo Buonarroti. Attraverso giochi di luce che esaltano la superficie marmorea, le fotografie in bianco e nero di Amendola mettono in evidenza prospettive e dettagli, portando lo sguardo del visitatore a soffermarsi su scorci inediti dei ben noti gruppi scultorei. Accade così che opere viste e studiate acquistino una nuova prospettiva, che supera i confini del tempo e della separazione tra marmo e carne, tra raffigurazione e realtà. Ci si ritrova catturati, come se li vedessimo di nuovo per la prima volta, dalla drammaticità e dalla prepotenza del gesto del Ratto di Proserpina (1621–1622) di Bernini, dalla delicatezza del tempo sospeso e dell’attimo che cattura la metamorfosi di Amore e Psiche (1787–1793) di Canova, fino ad arrivare allo sguardo profondo, che buca la fotografia, della statua di Giuliano de’ Medici, realizzata da Michelangelo per le Cappelle Medicee della Sagrestia Nuova a Firenze (1521–1534) e al David, di cui le immagini di Amendola sembrano restituirci la sostanza, la pelle del pastore che affronta Golia.
Il marmo conserva infatti le tracce dell’intervento dello scultore. La superficie, abilmente animata da giochi di luce e chiaroscuro, viene riletta dall’obiettivo del fotografo, che ne fa emergere una nuova intensità. Un viaggio che mette in relazione pratiche artistiche e periodi storici tra loro molto diversi, costruendo una narrazione potente e stratificata, che rilegge la storia dell’arte da una prospettiva nuova, personale, interrogando la materia e il gesto iconico.
Cosa rende Amendola un celebre fotografo, parola a Bruno Corà
“Mi piace ricordare che l’antecedente all’attività del fotografo è quella del pittore e dello scultore, che davanti alla modella o alla natura morta ritraevano il soggetto. Adesso non è più davanti alla modella che l’artista-fotografo si esibisce, ma davanti all’opera, perché trasmette qualcosa che è già stato fatto da un altro artista, che ha un altro linguaggio. Questo nuovo atto su che cosa si basa, qual è la prerogativa che, a mio avviso, viene fuori in modo prepotente dall’arte fotografica di Aurelio Amendola? Credo che il fotografo, quando arriva alla grandezza artistica di Amendola, è anche un critico d’arte. È colui che con l’obiettivo denota gli elementi salienti dell’opera che ritrae. Dunque, esercita una vera e propria attività critica, non è solo lo sguardo intelligente, intuitivo, c’è una lettura che lui compie sulle opere, oppure sul corpo dell’artista se ce l’ha davanti, se agisce nello spazio. Un’attività critica prima di un’attività di rappresentazione. Ma cosa succede quando Amendola opera? Deve sentire attrazione verso il soggetto che sta operando. Poi, nel caso in cui ciò che lui osserva non sia un quadro o una scultura, ma un corpo vivo, come quello di un artista, deve avere la sua fiducia. L’artista si deve sentire a suo agio, deve sentire non un estraneo, ma qualcuno che in consonanza si muove intorno a lui, registrando i momenti salienti della sua azione. E poi c’è il contesto, l’artista si muove nel suo studio, l’ambiente è determinante: il quadro non è l’unica cosa raffigurata, ci sono il pavimento, le pareti e l’artista stesso, che è impiastrato di tutti i colori. C’è una fotografia straordinaria, io la considero una sorta di crocefissione del pittore dentro la pittura, un’immagine unica.
Di Burri c’è una sequenza di cinque scatti, che impressiona perché questa combustione che esercita sulla plastica, siccome è trasparente, investe l’artista stesso e sembra che il fuoco nasca lui, che lui lo emetta col suo corpo e col suo soffio. Un altro aspetto da cogliere è il comportamento dell’artista, che ci dice molto sull’aspetto linguistico di quello che sta facendo: lui coglie questi aspetti, come quando Vedova passa dalla stecca di legno o dal pennello alla scopa ed è qualcosa che impressiona, che dipinga con la scopa, ma l’effetto linguistico finale deve essere quello che l’artista predilige.
La cosa curiosa è che Amendola, un maestro del bianco e nero, quando ha dovuto immortalare gli artisti viventi c’è riuscito meglio con la fotografia a colori, mentre per quel che riguarda le opere del passato c’è una distanza, quindi la fotografia in bianco e nero è molto più efficace. Se noi non avessimo questa produzione, soprattutto degli artisti viventi, una certa mitografia d’autore non esisterebbe, come quella che ha reso grandi artisti come Picasso, che è dovuta molto spesso anche alla fotografia che si è costruita su di loro, non solo alle opere. Duchamp è stato ripreso da Man Ray, grande fotografo, grande artista e Picasso è stato fotografato da David Douglas Duncan, altro grande fotografo, anche lui un grande artista. Perciò sono questi fotografi-artisti che hanno reso immortale l’opera di pittori e artisti”.
Giulia Bianco
Milano // fino 6 settembre 2026
Aurelio Amendola – Capolavori fotografati
PALAZZO REALE, Piazza del Duomo 12
Scopri di più
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Giulia Bianco
Source link

