L’Europa ricorda Marcinelle guardando a un obiettivo che non ha ancora raggiunto. Nel settantesimo anniversario della tragedia mineraria del Bois du Cazier, la Commissione europea ha proposto di fare dell’8 agosto la Giornata europea in memoria delle vittime degli incidenti sul lavoro e per la tutela e la dignità dei lavoratori. L’iniziativa, annunciata il 22 luglio, raccoglie la richiesta avanzata dal Parlamento europeo e sostenuta da diversi Stati membri, tra cui l’Italia.
La scelta della data porta direttamente al mattino dell’8 agosto 1956, quando un incendio nella miniera di Marcinelle, in Belgio, uccise 262 lavoratori di dodici nazionalità. Gli italiani erano 136, il gruppo più numeroso. Quella tragedia, legata anche alla grande migrazione di manodopera del dopoguerra, è diventata nel tempo uno dei simboli europei del costo umano del lavoro industriale. Il Parlamento europeo ha approvato a maggio la proposta di dedicare l’8 agosto alle vittime degli incidenti e delle malattie professionali con 395 voti favorevoli, 12 contrari e 41 astensioni.
Settant’anni dopo, però, il punto non è soltanto ricordare. È misurare quanto l’Europa si sia avvicinata all’obiettivo dichiarato dalla Commissione: “Vision Zero”, eliminare le morti legate al lavoro nell’Unione europea. I dati disponibili mostrano progressi, ma anche una sostanziale resistenza del fenomeno.
Nel 2023, ultimo anno per il quale Eurostat dispone di un quadro completo, nell’Ue sono stati registrati 3.298 incidenti mortali sul lavoro. Nello stesso anno gli infortuni non mortali con almeno quattro giorni di assenza sono stati circa 2,83 milioni. Il tasso medio europeo è stato di 1,63 morti ogni 100 mila occupati.
Il confronto con dieci anni prima restituisce una fotografia meno rassicurante di quanto possa suggerire l’evoluzione delle norme sulla sicurezza. Nel 2013 le vittime erano 3.408. Nel 2023 erano 3.298: 110 morti in meno in un decennio, una riduzione di poco superiore al 3%. Rispetto al 2022, il numero è addirittura cresciuto di 12 unità, anche se il tasso rapportato agli occupati è sceso da 1,66 a 1,63.
Per gli incidenti gravi non mortali il miglioramento è più evidente. Il tasso è passato da 1.686 casi ogni 100 mila occupati nel 2013 a 1.393 nel 2023. In termini assoluti, gli incidenti non mortali sono diminuiti del 3,8% nell’arco del decennio.
La distanza dallo zero, dunque, resta ampia. E soprattutto non è distribuita allo stesso modo tra chi lavora in un ufficio, chi sale su un’impalcatura, chi guida un mezzo pesante e chi entra ogni giorno in una miniera.
Cantieri, miniere e trasporti: dove lavorare è più pericoloso
Il settore che concentra il maggior numero di morti è quello delle costruzioni. Nel 2023 quasi un incidente mortale su quattro nell’Unione europea, il 24% del totale, si è verificato in un cantiere. Seguono trasporti e magazzinaggio con il 16,4%, la manifattura con il 13,4% e agricoltura, silvicoltura e pesca con il 12,9%. Insieme, questi quattro comparti rappresentano il 66,8% di tutti gli incidenti mortali sul lavoro nell’Ue.
La graduatoria cambia se invece del numero complessivo di vittime si considera il rischio rispetto agli occupati del settore. Qui emerge un’attività che rimanda direttamente all’Europa di Marcinelle: l’estrazione mineraria. Nel 2023 miniere e cave hanno registrato 10,8 incidenti mortali ogni 100 mila occupati, il tasso più alto tra le attività economiche analizzate da Eurostat. Seguono le costruzioni con 6,3, agricoltura, silvicoltura e pesca con 6 e trasporti e magazzinaggio con 4,9.
Anche gli infortuni non mortali mostrano differenze nette tra i diversi settori produttivi. Le costruzioni hanno registrato 2.899 incidenti ogni 100 mila occupati, davanti ai servizi di acqua, fognature, gestione dei rifiuti e bonifiche, con 2.819 casi, e ai trasporti, con 2.366. Nei dieci settori a maggiore incidenza il tasso è diminuito rispetto al 2013 quasi ovunque. L’eccezione è rappresentata da sanità e assistenza sociale, dove è aumentato, seppure leggermente, da 1.502 a 1.507 casi ogni 100 mila occupati.
I numeri permettono quindi di individuare i comparti più esposti, ma diventano più difficili da interpretare quando si tenta di stabilire quale Paese europeo sia “più sicuro”.
Eurostat avverte che i sistemi nazionali di registrazione non sono perfettamente omogenei. I dati derivano dalle denunce agli enti assicurativi, ai sistemi di sicurezza sociale, agli ispettorati o ad altre autorità competenti. In alcuni Stati esistono forti incentivi a notificare un infortunio, perché dalla denuncia dipende l’accesso a indennizzi e prestazioni; in altri il fenomeno della sotto-notifica è più rilevante. Cambia inoltre la copertura dei lavoratori autonomi e di alcune categorie professionali.
Per gli incidenti mortali la comparabilità è maggiore, perché una morte sul lavoro difficilmente sfugge alle autorità. Per quelli non mortali, Eurostat considera invece i confronti tra alcuni gruppi di Paesi più problematici. Dal 2023 è stato introdotto anche un nuovo indicatore riferito ai soli dipendenti, proprio per ridurre le distorsioni dovute alla diversa copertura degli autonomi nei sistemi nazionali.
È un limite metodologico che diventa anche un problema politico. Per capire se “Vision Zero” funziona servono norme comuni, controlli efficaci ma anche una capacità comune di misurare ciò che accade. Una parte della sicurezza europea si gioca quindi su una questione apparentemente tecnica: contare nello stesso modo gli incidenti in 27 sistemi del lavoro differenti.
Gli incidenti sono solo una parte delle morti legate al lavoro
I 3.298 decessi registrati da Eurostat non raccontano inoltre l’intero costo sanitario del lavoro. Quella statistica misura gli incidenti: eventi riconoscibili che avvengono durante l’attività lavorativa e provocano la morte della persona entro un anno. Molte delle conseguenze più gravi dell’esposizione professionale, al contrario, diventano visibili dopo anni o decenni.
Il caso più rilevante è quello dei tumori professionali. Il cancro resta la principale causa di morte correlata all’attività professionale nell’Ue. Secondo Eu-Osha, oltre 100 mila persone muoiono ogni anno per tumori legati al lavoro. L’ultima Workers’ Exposure Survey dell’Agenzia, condotta in sei Stati membri e rappresentativa di 98,5 milioni di lavoratori, ha inoltre stimato che 46,6 milioni potrebbero essere stati esposti ad almeno un fattore di rischio cancerogeno durante l’ultima settimana lavorativa considerata dall’indagine.
È anche su questo fronte che negli ultimi anni si è concentrata l’azione europea, con la revisione dei limiti di esposizione professionale e il rafforzamento delle norme su amianto, piombo, sostanze cancerogene, mutagene e reprotossiche. Il quadro strategico Ue sulla salute e sicurezza 2021-2027 affianca infatti alla prevenzione degli incidenti quella delle malattie professionali e inserisce la “Vision Zero” tra i suoi obiettivi centrali.
La posta in gioco è sanitaria, ma anche economica. Secondo la Commissione europea, incidenti e malattie legate al lavoro comportano ogni anno costi stimati intorno al 3,3% del Pil dell’Unione europea, tra perdita di produttività, assenze, cure, prestazioni sociali e conseguenze di lungo periodo per lavoratori e imprese.
Da Marcinelle agli algoritmi, cambiano anche i rischi
La nuova Giornata europea nasce mentre la definizione stessa di sicurezza sul lavoro si sta allargando.
La miniera di Marcinelle rappresenta il rischio industriale nella sua forma più riconoscibile: macchinari, ambienti confinati, incendi, sostanze pericolose. Questi pericoli non sono scomparsi, ma oggi al loro fianco se ne affacciano altri, legati alla trasformazione digitale e climatica del lavoro.
Nella risoluzione approvata a maggio, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di intervenire sui rischi associati all’intelligenza artificiale e alla gestione algoritmica dei lavoratori. Un software può assegnare compiti, stabilire turni, monitorare prestazioni e velocità di esecuzione, valutare un dipendente o influenzare l’organizzazione del lavoro. Secondo Eu-Osha, questi sistemi possono aumentare produttività ed efficienza, ma possono anche ridurre l’autonomia, intensificare i ritmi e alimentare stress e altri rischi psicosociali.
C’è poi il clima. L’Agenzia europea per la sicurezza sul lavoro segnala che l’aumento delle temperature e la maggiore frequenza delle ondate di calore stanno ampliando l’esposizione professionale allo stress termico. I lavoratori all’aperto sono i più immediatamente coinvolti, ma il rischio riguarda anche stabilimenti industriali, magazzini, cucine, ambienti non adeguatamente climatizzati e attività che richiedono dispositivi di protezione pesanti.
È su questo terreno che oggi si misura l’efficacia delle politiche europee sulla sicurezza. Il quadro normativo dell’Ue si è consolidato nel corso dei decenni. L’articolo 153 del Trattato sul funzionamento dell’Unione consente all’Ue di adottare norme in materia di salute e sicurezza; la direttiva quadro del 1989 ha fissato i principi fondamentali della prevenzione e il Pilastro europeo dei diritti sociali riconosce a ogni lavoratore il diritto a un ambiente sano, sicuro e adeguato.
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