Genova, 8 agosto 2026 – Over 65 (longennials), soluzioni abitative e tecnologie emergenti. Per Niccolò Casiddu, 66 anni, professore ordinario di design all’Università di Genova, questa è la ricerca di una vita.
“In poche parole, design per l’inclusione, ad esempio per gli anziani. Con un obiettivo: riuscire a superare lo stigma del prodotto specialistico per quel target”.
Niccolò Casiddu, 66 anni, professore ordinario di design all’Università di Genova. “L’obiettivo? Riuscire a superare lo stigma del prodotto specialistico per un certo target”
Partendo dalle soluzioni abitative: il mercato italiano per la terza età, suggerisce Eurispes, è tra i meno sviluppati d’Europa, mentre stanno prendendo quota gli esperimenti di senior housing.
“La cosa certa è questa: non ci sono e non ci potranno mai essere strutture sufficienti per tutti gli over 65 che ci sono e che ci saranno. Questa è una cosa impossibile. Nessun welfare, neanche in un paradiso fiscale, potrà mai permettersi di costruirle e gestirle”.
Parlando degli over 65 autosufficienti, quali sono gli esperimenti più interessanti in Italia per le soluzioni abitative?
“Il tema di base, che portiamo avanti ad esempio con il mio gruppo di ricerca, è che le persone possibilmente dovrebbero restare a casa propria”.
Ma spesso gli appartamenti non sono adatti.
“Vero. Però non serve molto per adeguarli alla vita delle persone che, invecchiando, riducono le proprie abilità e le proprie capacità di autonomia, che non significa mancanza di autonomia. E anche su questo il contesto conta”.
A questo link le info su Eurispes
Adeguarli come?
“Con l’ausilio delle tecnologie, come telemedicina, teleassistenza, telecompagnia. Ma anche le soluzioni più innovative, come la robotica e l’automazione domestica, la domotica, possono dare un contributo straordinario alla qualità della vita delle persone. Perché il tema poi è questo. Si può riassumere nello slogan, più anni alla vita o più vita agli anni. Ripetuto spesso ma molto vero. E la qualità della vita di un over 65 la fa il contesto nel quale ha sempre vissuto. La rete di conoscenze, di amicizie, di vicinato, i negozi, la farmacia, la chiesa, il circolo delle bocce. Questo è il tema: mantenere le persone non solo nella propria abitazione ma anche nel proprio contesto di vicinato, dove si sono generate delle reti”.
L’alternativa qual è?
“Ad esempio i cosiddetti golden ghettos, strutture molto belle. In Italia non ce ne sono moltissime, è una concezione dei Paesi nordici ma soprattutto anglosassoni, dell’Australia e della Nuova Zelanda. Dunque una persona programma che a un certo punto della tua vita si sposterà in una zona magari anche climaticamente più mite. Spesso ci sono questi micro quartieri abitati solo da anziani, se mai ci fosse un prete celebrerebbe esclusivamente funerali e mai battesimi.
Andando su una versione più… umanistica?
“Esistono i co-housing multi generazionali, sono tentativi che si stanno realizzando anche in Italia, a fatica, più semplice da dire che da fare. Prevedono una convivenza multi generazionale, quindi giovani, anziani, bambini vivono in uno stesso ambiente, ciascuno con i propri spazi. Si prova a costruire una rete di connessioni che possono essere di ausilio reciproco”.
Nel frattempo.
“Sappiamo che ci sono quartieri soprattutto di edilizia pubblica costruiti negli anni ‘70 e ‘80 che hanno bisogno di essere rigenerati. Perché la scadenza della qualità delle strutture sta arrivando, se non è già arrivata. Quindi sarebbe il momento di ripensare questi luoghi”.
Cosa manca, prima di tutto, al di là dell’ascensore?
“Lavoro a Genova e quel particolare è dirimente. Molti anziani vivono nel centro storico in edifici di impianto medioevale alti anche sei-sette-otto piani, quasi tutti senza ascensore. Così rischiano di finire carcerati in casa, non possono uscire. Poi c’è tutto il tema dell’eliminazione dei pericoli. Dico sempre ai miei studenti che se non fai uno spigolo poi non ci devi mettere un paraspigoli. Quindi evitare dislivelli e scalini dove non sono necessari. Avere servizi igienici pensati bene, che non sono i bagni per disabili, quelli sono proprio una schifezza. Nessuno ci vuole andare, intanto perché creano lo stigma. E poi sono mal dimensionati. Serve invece uno spazio giusto dove trovi subito dei punti d’appoggio piuttosto che spazi molto grandi”.
Quindi il difetto dei progettisti è pensare solo al bello, non all’utilità?
“Il bello? Magari. Il problema è che non ci abbiamo più pensato. Una cosa bella corre il rischio di essere anche giusta; una cosa brutta sicuramente è sbagliata. Dobbiamo eliminare i rischi. Si possono fare piccole cose. E c’è tanta tecnologia che ci aiuta, che può essere personalizzata, bisogna metterne quanta ne serve. Dalla sensoristica all’automazione necessaria che senza essere invasiva nella sfera personale può aiutare tanto. Teniamo conto che per un anziano solo ci sono 3-4-5 persone coinvolte, dai figli a chi lo assiste”.
In sintesi la casa ideale per un anziano, pensiamo ad esempio agli autosufficienti, elimina i pericoli, ha l’ascensore e usa la tecnologia?
“Esattamente. E deve poter continuare a far sentire le persone nel proprio ambiente. Quando si iniziano a mettere maniglioni nei bagni si crea un ambiente che sa di ospedale”.
Intanto la silver economy vale duecento miliardi all’anno, in Italia, ci ricordano Eurispes e Confindustria.
“Oggi gli over 65 sono un motore economico importante. Intanto perché hanno un reddito disponibile, con le loro pensioni. E hanno sempre più la voglia di passare tempo attivo, ad esempio viaggiando. Lo confermano anche i dati del World Economic Forum”.
Il mondo invecchia, l’Italia è ai primi posti.
“Il problema sta diventando molto importante anche in Cina. Per effetto della politica del figlio unico il tasso di sostituzione tra giovani e anziani si è drasticamente invertito. In più, la Cina sta vivendo un fenomeno di neo urbanesimo, per cui molti si spostano dalle zone rurali alle grandi città, in genere da anziani”.
Gerontecnologia: qual è una invenzione destinata a cambiare la vita degli over 65?
“Credo che l’assistenza robotica sarà sempre più importante. E dobbiamo sfatare il mito che gli anziani sono ostili alle tecnologie. Abbiamo fatto molte ricerche sperimentali, coinvolgendoli. La curiosità, la capacità di entrare in contatto e la voglia di apprendere è veramente notevole”.
Niccolò Casiddu, 66 anni, professore ordinario di design all’Università di Genova: “Telemedicina e telecompagnia ma anche robotica e domotica possono dare un contributo straordinario alla qualità della vita delle persone”
longennials senior housing italia cosa sapere
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link






