Mps, Lovaglio, la Maestà e il senso della banca per l’Italia


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«Con il prezzo non si può comprare tutto». Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps nel parlare venerdì scorso ai dipendenti convocati subito dopo l’incontro con gli analisti finanziari [LEGGI], sceglie attentamente le parole per parlare dell’operazione con Intesa Sanpaolo.

E si affida alla Maestà di Simone Martini (anche se confonde l’autore e cita il Lorenzetti), custodita nel Palazzo Comunale di Siena.

Il senso della banca per l’Italia e l’Ue

Rimane la questione che da settimane proponiamo ai nostri lettori. Nella battaglia in corso per l’acquisto e lo spezzettamento di Mps c’è una domanda più grande: cosa deve essere una banca oggi nel nostro Paese e in Europa? Solamente un asset finanziario da comprare e rivendere (magari dopo avere guadagnato) oppure elemento necessario e indispensabile al servizio di imprese, risparmiatori e territori?

«Sorprende che qualcuno venga e pensi che con il prezzo si possa comprare tutto e dimenticare la storia di due aziende uniche al mondo come Mps e Mediobanca», ha detto riferendosi proprio al board di Intesa San Paolo, autore dell’Opas ostile.

Richiamando la Maestà di Simone Martini, l’affresco trecentesco che domina il Palazzo Pubblico di Siena commissionato dal Governo dei Nove, ha spiegato: «La Madonna protegge i governanti solo fino a quando questi assicurano che agiranno con senso di giustizia, competenza e rispetto dei più deboli». E ancora: «Dimenticatevi la mia protezione se anteporrete gli interessi vostri personali a quelli della collettività».

Al di là della metafora artistica, il ragionamento è preciso. Nelle operazioni industriali non può contare soltanto il prezzo. Sorprende che lo dica uno che da tutta la vita si occupa di banca e finanza e che lo faccia scegliendo di parlare di arte senese, di identità. E di giustizia.

«E come si distinguono in azienda (gli interessi)? Valutando il razionale industriale! E nell’operazione proposta da Intesa non si riesce a trovarlo». È un passaggio che merita attenzione, anche al di là della contesa societaria e della risposta diretta data al presidente di Unipol Carlo Cimbri che a fine luglio aveva parlato di “un forte razionale industriale e finanziario”. Se dovesse andare in porto l’operazione, lo ricordiamo, a Bper quindi Unipol andranno oltre 600 filiali di Mps più il patrimonio immobiliare.

Il valore di una banca

Ma soprattutto Luigi Lovaglio sembra aprire direttamente a un interrogativo più generale: qual è il valore di una banca, oggi?

È soltanto quello che emerge dal prezzo di Borsa, dagli utili e dal dividendo che può distribuire agli azionisti? Oppure esiste un valore fatto di relazioni, fiducia, territorio, credito alle imprese, lavoro, risparmio e capacità di accompagnare lo sviluppo?

Lo stesso Lovaglio sembra indicare questa seconda strada quando afferma: «Il cda e io personalmente siamo completamente impegnati a trovare una soluzione alternativa che sia nell’interesse di tutti gli stakeholders, perché così si crea un circolo virtuoso: se si tutelano gli interessi degli stakeholders, automaticamente ci sarà un beneficio per gli azionisti». E ancora: «Stiamo lavorando per una soluzione che mantenga l’integrità di MPS e Mediobanca».

Stakeholder, dunque. Non soltanto azionisti, ma dipendenti, clienti, imprese e territori. Una parola che acquista un peso particolare proprio mentre il sistema bancario italiano attraversa una trasformazione profonda.

30mila famiglie hanno avuto il mutuo

C’è un dato che più di tutti colpisce un profano della finanza nella semestrale Mps. Ed è quello relativo alle erogazioni di mutui ipotecari alle famiglie pari a 3,6 miliardi di euro. Considerato che, in media in Italia, i mutui, sono di circa 128mila euro, significa che, nei primi sei mesi del 2026, Mps ha permesso a circa 30mila famiglie di comprarsi una casa e investire sul proprio futuro. Mentre ha erogato prestiti di credito al consumo per 5,5, miliardi, che con una media di circa 13.000 euro di prestito singolo, significa una platea di 423mila correntisti, tra famiglie, piccole imprese e professionisti. Dati che più di altri raccontano il valore (non il prezzo) di una banca.

Record di utili per le banche: 83 mln al giorno

Ma la strada sembra essere un’altra. Come confermano i numeri presentati dal sistema bancario italiano che vive una stagione di profitti straordinari. Le cinque banche più grandi – Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco BPM, BPER e MPS – hanno infatti annunciato utili complessivi per oltre 15 miliardi di euro, il 3,7% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Il Corriere della Sera conteggia un guadagno di 83 milioni al giorno da gennaio a giugno. È il miglior semestre di sempre per le cinque sorelle!!

Una redditività che rende ancora più interessante la domanda posta, indirettamente, da Lovaglio: se una banca è anche un’infrastruttura economica del Paese, quanto del suo successo finanziario deve tornare all’economia reale?

Ma l’Italia reale è un’altra

Perché, intanto, l’Italia reale continua a procedere a fatica. Nel secondo trimestre del 2026 il PIL è cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1% rispetto allo stesso trimestre del 2025. La crescita acquisita per il 2026 è dello 0,8%. A giugno la produzione industriale è diminuita dell’1% rispetto a maggio e dello 0,6% su base annua. Insomma, se l’economia reale in Italia stenta, quella finanziaria festeggia numeri record.

E non va meglio all’occupazione. Che, è vero che cresce mentre la disoccupazione è ai minimi. Ma sappiamo che si tratta spesso di lavoro povero, con stipendi fermi da anni. Nel primo trimestre del 2026 le retribuzioni reali italiane sono cresciute dell’1,3% rispetto all’anno precedente, ma risultano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021.

E per i nostri giovani sembra non ci siano grandi opportunità di lavoro e di futuro. E sempre più spesso decidono di lasciare il Paese, anche con una laurea in tasca.

Desertificazione bancaria in atto

In questo scenario, studiato da anni ma mai realmente affrontato dalla politica, si concentra il sistema bancario ma soprattutto si rafforza quello finanziario. Mentre le banche scompaiono dai territori e diventano sempre più immateriali. La chiamano desertificazione bancaria. Colpisce in particolare le aree interne e quelle cosiddette marginali del Paese. Nei primi sei mesi sono scomparse 333 filiali e anche il personale è stato ridotto di 5.621 persone.

È il paradosso della trasformazione bancaria. Con minori costi di personale e sportelli, le cinque principali banche del Paese ottengono maggiore produttività e capacità di generare ricavi e fare guadagni da record. Creando valore per i loro piccoli e grandi soci, ma soprattutto i grandi. Al ritmo di 3,5 milioni ogni ora.

Sarà pure una trasformazione inevitabile sul piano industriale. Ma guardare solo “al prezzo”, come dice Lovaglio, senza riflettere sul valore è tutt’altro che neutrale sul piano economico e infine sociale.

Intendiamoci, non c’è niente di scandaloso nel fatto che una banca guadagni. Un sistema bancario solido e redditizio è un elemento importante per qualsiasi economia. Ma proprio per questo il tema posto è interessante.

Se la banca è un’infrastruttura, il suo valore non può essere misurato soltanto attraverso il conto economico. Deve essere misurato anche attraverso la capacità di finanziare le imprese, accompagnare gli investimenti, sostenere il risparmio e presidiare i territori.

Due Italie, due diverse fotografie

Perché i numeri sembrano raccontare due Italie.

Una è quella dei bilanci bancari, della Borsa, degli utili record e dei dividendi. L’altra è quella delle imprese in difficoltà, della cassa integrazione, dei salari che non crescono, degli sportelli che chiudono e dei giovani che fanno le valigie. Due fotografie dello stesso Paese che, sempre più spesso, sembrano appartenere a mondi diversi.

Allora la domanda più importante non è perché le banche guadagnino così tanto.
È perché un Paese nel quale il sistema finanziario produce profitti record continui a non riuscire a creare abbastanza lavoro di qualità, a far crescere i salari, a trattenere i propri giovani e a garantire sviluppo ai territori più fragili.

La vicenda Mps, al di là dell’esito della Opas e dei conigli che l’ad riuscirà a estrarre dal suo cilindro, pone una questione che riguarda l’intero sistema. Cosa sono diventate e che ruolo devono avere le nostre banche?

Banche sempre più grandi, efficienti e redditizie, capaci di competere sui mercati internazionali? Certamente. Ne siamo convinti. Ma anche capaci di conservare una funzione economica e sociale. Specie in un Paese composto in larga parte di piccole e medie imprese e nel quale interi territori rischiano di rimanere senza presidi.
Forse è proprio per questo che, in una stagione nella quale le banche italiane macinano utili come mai prima, vale la pena riflettere le parole pronunciate a Siena.

Dietro quel richiamo alla Maestà di Simone Martini, al “senso di giustizia” e al “razionale industriale” c’è una domanda molto concreta. Ha senso che la finanza cresca così tanto se, al contempo, non permette all’Italia di crescere insieme a lei? Perché insistere con una concentrazione bancaria che non sembra mostrare potenziali ricadute nell’economia reale (l’esempio di Lovaglio sul breakup e la centrale elettrica divisa in due è perfetto)

Chi deve scegliere alla fine quale la strada migliore intraprendere? Possono essere decisioni lasciate solo ai soci finanziari di questi istituti dai bilanci record o non spetta anche alla politica, nazionale, comunitaria, decidere? Chi si assumerà la responsabilità collettiva dei suoi effetti?


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Michele Taddei

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