C’è un momento nell’anno in cui il mondo dello sport globale guarda verso il Golfo Persico con l’attesa di chi sa che sta per assistere a qualcosa di speciale. Di solito è a novembre, quando il sole di Abu Dhabi illumina il circuito di Yas Marina per l’ultimo Gran Premio della stagione di Formula 1.

Quella sensazione, quest’anno, è mescolata a qualcosa che negli ultimi vent’anni di storia del GP di Abu Dhabi non aveva mai avuto spazio: l’incertezza.

Il Gran Premio di Abu Dhabi 2026 è finito in bilico mentre la Formula 1 valuta le proprie opzioni, con una scadenza decisiva fissata per settembre. Nel frattempo, la Malesia ospiterà il Gran Premio del Bahrain dal 2 al 4 ottobre, dopo che la Formula 1 aveva cancellato le gare in Bahrain, Qatar e Arabia Saudita poco più di due settimane dopo lo scoppio della guerra.

La F1 si è già adattata. Ha trovato soluzioni alternative per i Gran Premi del Golfo che non potevano svolgersi. Ora si trova davanti alla scelta più difficile: Abu Dhabi, l’evento che chiude la stagione, il circuito che ha ospitato titoli mondiali e addii leggendari, può tenersi o no?

Prima di parlare di geopolitica, bisogna capire cosa perderebbe la Formula 1 se Abu Dhabi saltasse. Non solo un Gran Premio: l’ultimo Gran Premio. Il finale di stagione. Il momento in cui i titoli vengono assegnati o persi, in cui i piloti si congedano, in cui la stagione si chiude con la cerimonia che solo Yas Marina sa offrire.

Il circuito di Yas Marina non è il tracciato più esaltante del calendario. I puristi lo criticano per la mancanza di sorpassi, per le curve troppo lente, per l’asfalto che non sfida abbastanza. Ma non è per il tracciato che Abu Dhabi è diventata la gara finale della stagione. È per l’esperienza complessiva: la location sull’isola di Yas, la gara al tramonto con i colori che sfumano nell’illuminazione artificiale, le feste post-gara, la concentrazione di ospiti VIP che arrivano da ogni parte del mondo per quello che è diventato, di fatto, l’evento conclusivo della stagione sportiva globale.

Sostituirlo sarebbe possibile. Ma non equivalente. E la Formula 1 lo sa.

Per capire perché la scadenza di settembre è così critica, bisogna ricordare quello che è già successo in questa stagione.

Quando il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti è esploso a fine febbraio, la Formula 1 si è trovata di fronte a una situazione senza precedenti nella sua storia recente: tre Gran Premi consecutivi nel Golfo Persico, Bahrain, Arabia Saudita e Qatar, potenzialmente a rischio. La risposta è stata rapida e pragmatica: cancellazione e ricerca di alternative. Il Bahrain è stato spostato in Malesia. Gli altri hanno trovato soluzioni di riprogrammazione.

Ma Abu Dhabi è diversa. Non si può semplicemente spostare il finale di stagione su un altro circuito senza cambiare la natura della stagione stessa. E il calendario F1 è già compresso, già denso di Gran Premi che competono per date, televisioni e sponsor.

La scadenza di settembre che la Formula 1 ha fissato non è arbitraria. È il limite entro il quale gli aspetti logistici di un eventuale trasferimento o cancellazione devono essere decisi per non compromettere la stagione. Oltre quella data, le squadre, le strutture hospitality dei team, i trasporti, le televisioni, un sistema enormemente complesso, non avrebbero il tempo di riorganizzarsi.

Ma c’è una dimensione di questa storia che va oltre il calendario sportivo. Ed è la dimensione che rende la notizia rilevante non solo per gli appassionati di Formula 1, ma per chiunque segua la traiettoria degli Emirati nel panorama globale.

Il Gran Premio di Abu Dhabi non è un evento sportivo. È uno strumento di soft power tra i più efficaci mai costruiti nel Golfo.

Dal suo debutto nel 2009, il GP di Abu Dhabi ha portato sull’isola di Yas, ogni anno e con crescente regolarità, una concentrazione di attenzione mediatica, turismo di lusso, ospiti istituzionali e copertura televisiva globale che nessuna campagna pubblicitaria potrebbe replicare, indipendentemente dall’investimento. Decine di milioni di spettatori in tutto il mondo guardano Abu Dhabi per ore, ogni novembre. Vedono lo skyline, vedono le infrastrutture, vedono l’organizzazione impeccabile. Vedono un Paese che funziona.

Questo è il dividendo che Abu Dhabi ha incassato per sedici anni di finale di stagione. È un dividendo che non si misura in dirham: si misura in percezione globale, in investitori attratti, in turisti che prenotano dopo aver visto la gara in televisione, in diplomatici che vengono a novembre e restano per il weekend.

Perdere il GP di Abu Dhabi non sarebbe solo una perdita sportiva. Sarebbe una perdita di visibilità globale in un momento in cui Abu Dhabi ha più che mai bisogno di mostrare al mondo che è aperta, stabile e operativa.

La pressione iraniana che non si vede in pista

C’è un elemento che nessun comunicato ufficiale della Formula 1 o del governo emiratino nominerà mai esplicitamente, ma che è il sottofondo di tutta questa storia: la pressione iraniana.

Il conflitto del 2026 ha dimostrato che gli UAE sono vulnerabili a campagne di attacchi fisici e digitali che, anche quando non producono danni catastrofici, generano percezione di insicurezza. E la percezione di insicurezza è nemica del turismo, degli eventi internazionali e di qualsiasi attività che richieda che persone da tutto il mondo salgano su un aereo e vengano qui.

Gli UAE hanno condannato con la massima fermezza i rinnovati attacchi ostili dell’Iran contro Bahrain, Kuwait e Giordania con missili e droni, definendoli una flagrante violazione della sovranità di nazioni fraterne. L’accordo di pace del 17 giugno mostra crepe. Le tensioni non sono risolte. Sono sospese.

Per la Formula 1, che deve garantire la sicurezza di migliaia di persone, piloti, team, staff e spettatori, in una location nel cuore di una regione ancora instabile, questa non è una questione teorica. È una valutazione di rischio concreta che deve essere completata entro settembre.

La storia del motorsport è piena di gare cancellate, spostate, rinviate per ragioni politiche. Il Gran Premio del Sudafrica fu escluso dal calendario F1 per anni durante l’apartheid. Il GP d’Argentina scomparve durante le tensioni economiche e politiche degli anni ’80. La Cina è entrata e uscita dal calendario in base alle relazioni diplomatiche.

In tutti questi casi, il messaggio era lo stesso: la Formula 1 va dove può andare in sicurezza e con profitto. Non è un’organizzazione umanitaria. Non è un’agenzia diplomatica. È un business globale che ha bisogno di certezze operative.

Abu Dhabi ha sempre offerto quelle certezze in modo così affidabile da essere diventata il finale di stagione. La domanda del 2026 non è se Abu Dhabi voglia ancora ospitare la Formula 1. La vuole. Disperatamente. La domanda è se la Formula 1 possa permettersi il rischio di confermarla prima di essere sicura che il contesto regionale lo consenta.

Quando arriverà settembre e la Formula 1 dovrà annunciare la sua decisione, ci sarà molto più di una gara in gioco.

Se il GP di Abu Dhabi verrà confermato, sarà il segnale più potente possibile che la normalità è tornata nel Golfo, non solo per lo sport, ma per l’economia, per il turismo, per gli investimenti. Una gara confermata vale più di qualsiasi comunicato del Ministero dell’Economia.

Se invece verrà cancellato o spostato, il segnale sarà l’opposto: che le tensioni regionali sono ancora abbastanza reali da rendere impossibile garantire la sicurezza di un evento globale di questa portata. Un messaggio che si tradurrà immediatamente in prenotazioni cancellate, investimenti rinviati, conferenze spostate.

Non è retorica. È la meccanica del segnale. Gli eventi internazionali di grande visibilità funzionano come indicatori di fiducia nel sistema: quando ci sono, il sistema funziona; quando non ci sono, qualcosa non va.

Abu Dhabi lo sa. La Formula 1 lo sa. E settembre dirà chi dei due ha valutato meglio la situazione.

Sedici anni fa, io c’ero quando le luci di Yas Marina si accesero per la prima volta su una gara di Formula 1. Da allora, non si sono mai spente a novembre e ho cercato quasi sempre di esserci perché davvero l’ultima gara della stagione di F1 ha quel sapore unico e particolare di chi ama mescolare sport, adrenalina e un pizzico di mondanità in salsa emiratina, che rende questa data unica.

Quest’anno, per la prima volta, c’è qualcuno che sta valutando se lasciarle spente. Speriamo di no… e me lo auguro per tutti, appassionati e non, che vogliono la tranquillità e la pace a prescindere.


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Carlo Scavone

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