di Andrea Ferri
C’è un dato che, letto velocemente, potrebbe sembrare quasi un ritorno al passato: quando gli italiani devono informarsi su qualcosa che considerano importante, tornano alla televisione.
Ma ce n’è un altro, forse meno appariscente, che racconta molto meglio il futuro: quando entriamo nel mondo digitale, sempre più spesso non siamo noi a scegliere direttamente la fonte dell’informazione. Qualcuno – o qualcosa – la sceglie per noi.
È questa la fotografia più interessante che emerge dal Report AGCOM “Il consumo di informazione politico-elettorale durante la campagna referendaria 2026”, realizzato sulla campagna per il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo attraverso un’indagine campionaria condotta da GfK Italia e integrata con i dati Sinottica.
I numeri sono significativi.
Durante la campagna referendaria la televisione è stata utilizzata per informarsi dal 58,7% degli italiani, mentre Internet si è fermata al 46,2%.
Un’inversione rispetto alle normali abitudini informative, nelle quali il digitale ha ormai stabilmente superato la televisione.
Quando la posta in gioco viene percepita come importante, insomma, il vecchio televisore continua a rappresentare per molti italiani una sorta di porto sicuro.
Non necessariamente l’unico.
Ma quello al quale tornare quando bisogna capire.
E questo dovrebbe far riflettere chi, ormai da anni, continua ad annunciare la morte della televisione.
Il ritorno del passaparola
C’è poi un altro dato sorprendente.
Il 25,1% degli italiani ha utilizzato familiari e amici per informarsi sul referendum. Il peso del passaparola è praticamente raddoppiato rispetto alle normali abitudini informative.
Nell’epoca degli smartphone, degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, dunque, una persona su quattro continua a chiedere informazioni anche alle persone che conosce.
Forse non dovrebbe stupirci.
Quando dobbiamo scegliere un ristorante consultiamo le recensioni, ma spesso chiediamo ancora consiglio a un amico. Quando dobbiamo acquistare qualcosa leggiamo decine di opinioni online, ma il suggerimento di una persona della quale ci fidiamo continua ad avere un peso.
Succede anche con la politica.
Resta però un 10,7% della popolazione che dichiara di non essersi informato sulla consultazione referendaria.
Ed è probabilmente questo uno dei dati sui quali politica e informazione dovrebbero interrogarsi maggiormente.
Giovani su Internet, adulti davanti alla TV
La fotografia cambia profondamente osservando l’età.
I più giovani privilegiano Internet. Con l’aumentare degli anni cresce invece progressivamente il peso della televisione, che diventa dominante nelle fasce più mature.
Ma non è soltanto una questione generazionale.
Conta anche il livello d’istruzione.
Tra i laureati Internet raggiunge il 61,5% e diventa la prima fonte utilizzata per informarsi sulla campagna referendaria.
Interessante anche la differenza geografica: Internet viene utilizzata per informarsi dal 52,2% dei residenti al Centro, contro il 44% del Nord.
Fin qui potremmo parlare semplicemente della convivenza tra vecchi e nuovi media.
Ma è quando AGCOM entra dentro Internet che la fotografia diventa molto più interessante.
Chi decide cosa leggiamo?
Social network e piattaforme di condivisione video costituiscono il principale ingresso digitale all’informazione politico-elettorale e vengono utilizzati dal 20,4% della popolazione.
Poi troviamo i siti e le applicazioni di televisioni, quotidiani e radio, i motori di ricerca, le testate native digitali, gli aggregatori, le applicazioni di messaggistica e persino i chatbot basati sull’intelligenza artificiale.
AGCOM mette insieme queste diverse modalità e arriva a un dato che dovrebbe essere scritto a caratteri molto grandi sulle scrivanie di editori, giornalisti e comunicatori:
le fonti algoritmiche raggiungono il 34,2%, quelle editoriali online il 22,4%.
Ed è qui che cambia tutto.
Per decenni abbiamo discusso del potere dei direttori dei giornali.
Erano loro, insieme alle redazioni, a decidere quali notizie meritassero la prima pagina, quali relegare nelle pagine interne e quali non pubblicare.
Poi sono arrivati Internet e i social network e abbiamo pensato che quel potere fosse finalmente passato al lettore.
“Scelgo io cosa leggere”.
Ne siamo davvero sicuri?
Oggi una parte crescente delle informazioni arriva davanti ai nostri occhi perché un algoritmo ha stabilito che potrebbe interessarci.
Non vediamo necessariamente ciò che è più importante.
Vediamo ciò che una piattaforma considera più adatto a noi.
È una differenza enorme.
Facebook resiste, TikTok conquista i giovani
Anche la geografia dei social raccontata da AGCOM merita attenzione.
Facebook resta la piattaforma prevalente per l’accesso all’informazione politico-elettorale, seguito da Instagram, TikTok e YouTube.
Ma dietro questa classifica generale esistono due mondi differenti.
Instagram e TikTok hanno un peso particolarmente rilevante tra i giovani, mentre Facebook cresce nelle fasce d’età più adulte.
Non esiste quindi più un unico luogo nel quale parlare agli elettori.
Un messaggio politico destinato a un ventenne e uno rivolto a un sessantenne probabilmente non devono soltanto utilizzare linguaggi differenti.
Devono ormai abitare piattaforme differenti.
E alla fine cerchiamo ancora i giornalisti
Poi arriva quello che considero forse il dato più interessante dell’intero rapporto.
Quando gli italiani utilizzano social network e piattaforme video per cercare informazione politica, gli account dei giornalisti risultano la fonte alla quale viene prestata maggiore attenzione: li indica il 49% degli utilizzatori.
Seguono gli account nativi social dedicati all’informazione, quelli di esponenti e partiti politici e quelli dei media tradizionali.
Influencer e creator generalisti hanno invece un peso marginale.
C’è una differenza generazionale, naturalmente: tra gli utilizzatori con più di 65 anni le fonti giornalistiche raggiungono il 57,8%, mentre tra i ragazzi tra 18 e 24 anni scendono al 38,2%, fascia nella quale acquistano maggiore importanza creator e fonti ibride.
Ma quel 49% dice comunque qualcosa di importante.
Possiamo cambiare il mezzo.
Possiamo passare dalla carta alla televisione, dalla televisione al sito Internet, dal sito a Facebook, da Facebook a TikTok.
Possiamo farci suggerire una notizia da un algoritmo.
Ma quando vogliamo capire davvero che cosa sta accadendo continuiamo, almeno in parte, a cercare qualcuno che abbia un nome, un volto e una credibilità.
Ed è forse questa la migliore notizia contenuta nel rapporto AGCOM.
La nuova battaglia dell’informazione
Il problema dei prossimi anni non sarà soltanto stabilire se vincerà la televisione oppure Internet.
Quella battaglia appartiene già al passato.
La vera partita sarà decidere chi controllerà l’accesso all’informazione.
Gli editori?
I giornalisti?
Le piattaforme?
Gli algoritmi?
I motori di ricerca?
I chatbot di intelligenza artificiale?
Probabilmente tutti insieme.
Ma in proporzioni che oggi stiamo appena cominciando a comprendere.
La televisione, almeno quando arriva un appuntamento importante, dimostra di essere tutt’altro che morta.
Internet continua inevitabilmente a crescere.
I social sono diventati porte d’ingresso alle notizie.
E gli algoritmi sono i nuovi, invisibili direttori che ogni giorno compongono una prima pagina diversa per ciascuno di noi.
Con una differenza fondamentale rispetto al passato.
Il direttore di un giornale sapevamo chi fosse.
Quello che oggi decide quale notizia apparirà per prima sul nostro smartphone, molto spesso, non lo vediamo nemmeno.
Tutti i dati riportati provengono dal Report AGCOM sul consumo di informazione politico-elettorale durante la campagna referendaria 2026, pubblicato il 5 agosto. (AGCOM)
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