Si chiamava Gabe Farrow ed era il cantante. Suonava il mellotron, quella tastiera anni Sessanta che fa un suono di orchestra stanca, e nella biografia lo definivano uno stregone. Accanto a lui c’erano Lennie West alla chitarra, Milo Rains al basso e ai sintetizzatori, e un percussionista dallo spirito libero che si faceva chiamare Orion Del Mar. Il gruppo, spiegava la scheda, piegava il tempo, fondendo tessiture psichedeliche dei Settanta con un alt pop cinematografico e un soul analogico sognante: sembrava un’allucinazione dentro la quale avresti voluto perderti.
Nessuno dei quattro è mai esistito.
The Velvet Sundown, nell’estate del 2025, pubblicarono tre album a poche settimane di distanza l’uno dall’altro superando il milione di ascoltatori mensili su Spotify, con i brani che finivano nelle playlist più popolari. In un momento in cui pochissime band rock nuove riescono a emergere, il loro arrivo faceva notizia. C’era solo una complicazione: la band non era reale. Nessuna foto verificata dei quattro membri, nessun concerto, nessuna intervista, nessun credito di produzione chiaro.
Da oggi, storie come questa avranno un’etichetta addosso.
Che cosa ha annunciato Spotify
A partire da metà settembre comparirà su alcuni profili di artisti un badge chiamato “AI Persona”, che segnala agli ascoltatori come l’identità di quell’artista possa essere generata dall’intelligenza artificiale e non corrispondere a una persona reale. Per impostazione predefinita, la musica di quei profili non entrerà in nessuna raccomandazione editoriale o algoritmica, quindi non comparirà nelle proposte personalizzate a meno che l’utente non abbia scelto di seguire quel profilo.
Da oggi gli artisti possono autodichiararsi attraverso il portale Spotify for Artists. Ma l’autodichiarazione non sarà l’unica strada: revisori umani e strumenti investigativi automatici applicheranno il badge anche ai profili che non si sono fatti avanti, a partire da quelli che hanno superato determinate soglie di pubblico, cioè da quelli che la maggioranza degli ascoltatori incontra davvero.
Il badge apparirà sul profilo, nel banner e nella sezione “Informazioni”, nei risultati di ricerca e nelle righe dei brani dentro le playlist. Toccandolo, l’ascoltatore potrà anche vedere se l’artista lo ha dichiarato spontaneamente oppure se è stata Spotify a doverlo determinare. Per evitare errori, ogni badge assegnato dalla piattaforma passa da una revisione umana prima di essere applicato, e l’artista viene avvisato e può fare ricorso.
Significa che dal mese prossimo un progetto come The Velvet Sundown porterà l’etichetta e resterà fuori dai suggerimenti personalizzati.
La motivazione: gli ascoltatori si sono arrabbiati
La parte più interessante del comunicato non riguarda la tecnologia, riguarda un sentimento. Gli ascoltatori, scrive Spotify, sono stati chiari: non gli piace trovarsi davanti a un profilo che sembra umano e scoprire poi che quella persona è generata da intelligenza artificiale.
“Il legame vero tra un artista e i suoi fan si costruisce solo su una base di fiducia e autenticità”, ha dichiarato l’azienda presentando il badge. “In musica questo significa che chi ascolta deve potersi fidare del fatto che l’artista sia chi dice di essere. Nell’era dell’intelligenza artificiale generativa è più essenziale che mai.”
Non è quindi una questione di qualità del suono. È una questione di patto. Chi ascolta accetta di commuoversi perché crede che, in fondo alla catena, ci sia stata una persona che ha vissuto qualcosa e ha provato a dirla.
Non un divieto, ma una retrocessione
Va detto con precisione, perché la differenza conta: Spotify non caccia nessuno. La musica delle AI Persona resta sulla piattaforma, semplicemente non viene spinta. “Pur credendo che ogni artista abbia libertà creativa nel decidere come presentarsi”, ha scritto l’azienda nel suo post, “la programmazione di Spotify è concentrata sul valorizzare la musica di artisti autentici che stanno costruendo una carriera nella musica”.
È una retrocessione, non un’espulsione. E per un musicista, oggi, la differenza tra essere raccomandato e non esserlo è quasi tutta la differenza che c’è.
Il precedente: come si costruisce una band dal nulla
Il caso Velvet Sundown resta il manuale involontario di come funziona il meccanismo. Il progetto arrivò intorno a 1,4 milioni di ascoltatori mensili nell’estate 2025, un numero che colloca un gruppo sopra il 99,7 per cento degli artisti indipendenti della piattaforma. Nessun tour, nessuna campagna stampa, nessun budget di etichetta: tre album, una biografia malinconica e un volto che la band non aveva.
I sospetti nacquero da dettagli minuscoli: le immagini apparse su Instagram, quattro tizi con chitarre e barbe evidentemente generati; una avvertenza su Deezer secondo cui alcuni brani potevano essere stati creati con intelligenza artificiale; la strana insistenza con cui i pezzi comparivano dentro playlist come “Vietnam War Music” e “Good Mornings”. Nella biografia c’era perfino una citazione elogiativa attribuita a Billboard, che quella rivista non ha però mai pubblicato.
Il 5 luglio 2025 il progetto ammise tutto con un messaggio sui social: non umano né macchina, ma qualcosa che vive nel mezzo. “Un progetto musicale sintetico guidato da direzione creativa umana, composto, cantato e visualizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale. Non è un trucco, è uno specchio.”
Uno specchio, avevano scritto. Un anno dopo, la piattaforma ha deciso che allo specchio va messa una cornice, con scritto sopra che è uno specchio.
Perché arriva adesso
L’etichetta non nasce nel vuoto. È l’ultimo passo di una politica avviata nel settembre 2025, che già identifica e marca la musica generata con tecniche standard di settore e vieta cloni vocali e deepfake non autorizzati. Spotify si muove in equilibrio: da una parte spinge le proprie funzioni basate sull’AI, dalle playlist su richiesta al DJ automatico fino ai remix in arrivo, dall’altra prova ad arginare la valanga di contenuti di bassa qualità che l’intelligenza artificiale ha reso facilissimo produrre in massa.
C’erano già stati un sistema di crediti per dichiarare l’uso dell’AI e un badge “Verified” riservato agli artisti umani autenticati, al quale i progetti generati non potevano accedere. Ora anche loro hanno la loro etichetta.
E il movimento è più largo del solo streaming musicale. Wired osserva che il rifiuto della cosiddetta “slop”, la poltiglia di contenuti generati senza fatica, sta cominciando a produrre effetti concreti: LinkedIn e Snap hanno introdotto etichette e limitazioni, iHeartMedia sta promuovendo un marchio che garantisce l’origine umana, e il capo di YouTube Neal Mohan ha messo il contenimento della slop tra le priorità dell’anno. Il lavoro fatto da una persona sta diventando, silenziosamente, un prodotto di lusso.
La domanda che nessuna etichetta risolve
Resta il punto più scomodo, quello che il badge sposta ma non chiude. Il successo dei Velvet Sundown, notava all’epoca un’analisi, diceva meno sulla bravura dell’imitazione e più su come lo streaming abbia riplasmato ciò che gli ascoltatori cercano nella musica. La produzione a media intensità di quei brani li rendeva abbastanza buoni da restare accesi mentre si faceva altro, e questo, nell’economia degli algoritmi, è il segnale che conta di più.
Un milione di persone ha ascoltato quelle canzoni e nessuna si è accorta di niente, perché nessuna stava davvero ascoltando. La musica di sottofondo è il territorio dove le macchine vincono facile: non serve avere qualcosa da dire per riempire un silenzio.
Da settembre, quando comparirà il bollino, sapremo se chi ascoltava Gabe Farrow lo faceva perché gli piaceva quella voce, o soltanto perché era lì.
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