E se anche in Italia fosse possibile portare una brezza d’arte e di creatività nelle aule dei tribunali? È questa la scommessa di Andrea Spinelli (Milano, 1990), artista che nel 2022 ha deciso di dedicarsi al cosiddetto courtroom sketching”, una pratica alla quale avevamo già dedicato un articolo nel 2023, ricostruendone per sommi capi la lunga storia. Questa tradizione, dal marcato carattere anglosassone fin dalle origini, è pressoché sconosciuta nel nostro Paese e poco diffusa nel resto dell’Europa continentale, salvo alcune interessanti eccezioni. Eppure, introdurre nelle aule di giustizia un gesto profondamente umano come il disegno, può contribuire a restituire empatia e attenzione alle persone coinvolte.

Cristina Valente, insegnante precaria nelle scuole della Sardegna, durante il proprio percorso in Didattica dell’Arte ha riconosciuto nell’esperienza di Andrea Spinelli un progetto di particolare valore formativo. Ha quindi deciso di contattarlo per realizzare la prima tesi specialistica italiana interamente dedicata all’arte giudiziaria, con l’auspicio che questa esperienza possa essere riproposta anche in altri contesti. La ricerca sottolinea inoltre le potenzialità pedagogiche del disegno, inteso come strumento capace di comunicare gesti, atmosfere e dettagli difficilmente esprimibili attraverso le sole parole. Il 7 luglio 2026, presso l’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” di Sassari, Valente ha discusso con successo la tesi Ritrattisti d’arte nelle aule di giustizia, con Andrea Spinelli nel ruolo di correlatore esterno. Li abbiamo intervistati.

Andrea Spinelli

Intervista a Cristina Valente e Andrea Spinelli

Cristina, il tuo percorso comincia con le Scienze della comunicazione e approda all’Accademia di Belle Arti. Come sei arrivata all’illustrazione giudiziaria?
CV: La mia formazione nasce dalla comunicazione, e questo mi ha dato un modo molto ampio di osservare la realtà. In seguito, anche per il mio lavoro di insegnante, ho sentito il bisogno di completare quel percorso recuperando una dimensione che mi mancava: la manualità. Avevo frequentato l’istituto d’arte, ma desideravo mettere davvero in dialogo arte e comunicazione, aggiungendo un terzo ambito che mi ha sempre affascinata: quello della giustizia. Quando ho iniziato la ricerca, ho trovato pochissimo materiale italiano. Incontrare il progetto di Andrea mi ha fatto capire che questa storia deve essere ancora costruita.

Andrea Spinelli dipinge in aula
Andrea Spinelli dipinge in aula

Andrea, come nasce l’idea di entrare con pennelli e acquerelli nel Tribunale di Milano?
AS: Nell’agosto del 2022 stavo guardando un documentario sulle Bestie di Satana e mi hanno colpito le immagini delle udienze. Provenivo dal live painting, soprattutto durante i concerti, e più volte qualcuno mi aveva detto: “Mi ricordi quei disegnatori che si vedono nei processi americani”. In quel momento i due elementi si sono uniti. Avevo dipinto dal vivo in molti contesti, ma mai in tribunale, e mi sembrava una sfida molto stimolante. Ne parlai con un amico giornalista, Pierfilippo Colombo, che mi suggerì di scrivere a Fabio Roia, allora presidente del Tribunale di Milano. Rimase colpito dal progetto e ci incontrammo quasi subito per capire come renderlo possibile. Io non avevo alcuna esperienza del mondo giudiziario.

Cristina, nella tesi confronti l’esperienza italiana con la tradizione statunitense e francese. Che cosa hai scoperto osservando autori come Jane Rosenberg e Siegfried Mahé/Zziigg?
CV: Negli Stati Uniti esistono archivi molto vasti e una lunga tradizione, legata anche a processi fortemente mediatizzati. Proprio per questo emerge una differenza importante: il racconto americano può assumere una dimensione spettacolare molto più marcata. Il disegno di Rosenberg con Donald Trump imbronciato, diventato la copertina del New Yorker, mostra con grande efficacia quanto la scelta di un’espressione possa condensare l’immagine pubblica di una persona. Sul versante francese ho avuto la fortuna di intervistare Mahé, Zziigg. Ho rivolto a lui e ad Andrea le stesse 10 domande, così da confrontare approcci nati in Paesi diversi. Mi ha colpito trovare molte affinità.

Tesi
Tesi

Il disegno come testimonianza del processo

Andrea, che cosa significa concretamente disegnare durante un’udienza?
AS: Utilizzo strumenti molto semplici: alcuni pennelli, fogli per acquerello, acqua e una tavolozza, tutto raccolto in una valigetta. Arrivo poco prima dell’udienza. Sapere se sarà presente l’imputato, quali testimoni deporranno e quale fase processuale si svolgerà mi aiuta a scegliere il punto di osservazione. Ho una postazione preferita in ogni aula, ma non rimango sempre nello stesso punto: il lavoro è dinamico anche nello spazio. Un’opera può nascere in 15 minuti, ma il tempo necessario varia molto a seconda della complessità della scena. Un’udienza può durare ore: mi è capitato di seguire per sei ore la requisitoria di un pubblico ministero.

Cristina, quale ruolo ha il progetto tridimensionale che accompagna la tesi?
CV: Il plastico nasce dal tentativo di tradurre la ricerca in uno spazio. Avevo lavorato su materiali giudiziari storici conservati nell’Archivio di Stato di Sassari, nei quali alcune scene erano ricostruite attraverso sagome ritagliate. Quando ho iniziato la tesi mi sono chiesta come far percepire non soltanto le immagini, ma anche il contesto nel quale prendono forma: ho progettato un ambiente ispirato all’aula giudiziaria, accostandolo a una sala espositiva dalle pareti bianche. L’aula possiede una dimensione quasi sacrale: è fatta di silenzio, rispetto, ruoli, distanze e rituali. Anche lo spazio museale modifica il valore di ciò che vi viene collocato.

Cristina Valente con il plastico
Cristina Valente con il plastico

Andrea, il disegno d’aula può raccontare aspetti che sfuggono alla cronaca senza pretendere di sostituirsi alla verità processuale?
AS: Credo che il suo valore consista soprattutto nell’impatto umano e sociale. Chi non frequenta un tribunale difficilmente può percepire che cosa accada davvero in aula, anche sul piano emotivo. Il disegno offre un’altra forma di racconto, capace di soffermarsi sugli atteggiamenti, sulle attese e sulla psicologia delle persone presenti.Più professionisti mi hanno fatto notare che il disegno introduce una lentezza oggi quasi controcorrente. Per me, quella lentezza è una parte essenziale del valore dell’opera.

Arte, educazione e prospettive future del courtroom sketching

Cristina, quale uso didattico può avere l’illustrazione giudiziaria in una scuola o in un’accademia?
CV: Il primo esercizio dovrebbe essere imparare a fermarsi davanti a un’immagine. Persone diverse possono osservare lo stesso disegno e attribuire significati differenti ai gesti, alle posture o alle relazioni fra i soggetti. In questo modo il disegno diventa uno strumento per riconoscere anche i limiti del proprio sguardo. Nella scuola l’arte viene ancora troppo spesso ridotta al “disegnino sotto il testo”, come se avesse una funzione puramente decorativa. Vorrei invece utilizzarla per lavorare sulle emozioni, sul pensiero critico e sulla capacità di ascolto. L’illustrazione giudiziaria permette inoltre di affrontare i temi della legalità e della cittadinanza senza trasformarli in concetti astratti: dietro ogni immagine ci sono persone, regole, responsabilità e conseguenze.

Plastico
Plastico

Andrea, in un’epoca di immagini generate dall’intelligenza artificiale, che valore assumono la manualità e l’imperfezione?
AS: Il problema dell’intelligenza artificiale, per me, non è soltanto che possa produrre un contenuto dopo poche istruzioni, facendo risparmiare tempo e denaro: delegando la realizzazione, non si compie l’esperienza che conduce all’opera. Per un artista quell’esperienza è centrale. L’arte insegna che l’imperfezione non è soltanto tollerabile, ma può diventare il tratto più personale di un lavoro. Il disegno d’aula restituisce una visione lenta, ma viene realizzato rapidamente, sotto la pressione di ciò che accade. Per questo considero il live painting una pratica estremamente contemporanea: l’artista è immerso nella situazione, bombardato da stimoli visivi e sonori, e deve trasformarli in una sintesi immediata.

Cristina, che cosa ha aggiunto alla ricerca la collaborazione diretta con Andrea?
CV: Volevo conoscere non soltanto i disegni, ma anche la persona e il suo modo di pensare. La mia relatrice, Monia Mancusa, ha creduto fin dall’inizio nel valore scientifico del progetto e fra noi tre si è creata una forte sinergia. Ora vorremmo portare il lavoro oltre la tesi. L’obiettivo non è soltanto dare visibilità ad Andrea, ma far conoscere una pratica che in Italia non è ancora pienamente riconosciuta. Mostre, attività nelle scuole e nelle accademie possono creare un dialogo fra arte, giustizia e comunicazione.

Plastico
Plastico

Andrea, quale futuro immagini per l’illustrazione giudiziaria in Italia?
AS: Una parte del riconoscimento è arrivata dal mondo del diritto, grazie alla sperimentazione del Tribunale di Milano. Vorrei però che l’illustrazione giudiziaria fosse riconosciuta anche dal sistema dell’arte e dell’informazione, non soltanto per il mio percorso personale, ma come pratica dotata di un valore autonomo. In altri Paesi viene utilizzata quotidianamente dai media; in Italia dobbiamo ancora comprenderne appieno il potenziale artistico, sociale ed educativo. Vorrei realizzare mostre sempre più articolate e creare una rete italiana di illustratori giudiziari. È però necessaria una preparazione specifica: bisogna conoscere le regole dell’aula, capire come comportarsi e affrontare anche il carico emotivo di ciò che si ascolta.

Thomas Villa

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Thomas Villa

Source link