Roma, 14 agosto 2026 – L’ultima vittima della crociata condotta dall’amministrazione Trump contro la scienza è caduta martedì 11 agosto 2026: il rapporto annuale sullo stato dell’Artico – pubblicato dal 2006 sotto la direzione della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) – rimarrà chiuso nel cassetto. “La supervisione del rapporto sull’Artico 2026 non sarà affidata alla NOAA”, ha annunciato l’ente, senza fornire ulteriori spiegazioni. Eppure, la sintesi era molto attesa dal momento che il profondo Nord è considerato il barometro dell’intensità del cambiamento climatico.

Il rapporto sull’Artico chiuso in un cassetto

L’anno scorso, per esempio, il rapporto aveva evidenziato un incremento delle temperature di oltre 1,6°C rispetto alla media precedente (1991-2020) e un deterioramento della banchisa polare senza precedenti. Dati “assolutamente fondamentali” per l’istituto meteorologico danese, ma anche per i ricercatori di tutto il mondo. Al di là dell’Artico, però, è la visione del ruolo della scienza promossa dall’amministrazione americana a destare l’allarme delle università e degli istituti di ricerca d’oltreoceano, preoccupati dallo smantellamento di decenni di conoscenze accumulate principalmente dagli Stati Uniti. È infatti l’osservatorio di Mauna Loa, alle Hawaii, gestito dalla NOAA a registrare fin dal 1958 il livello di CO2 nell’atmosfera. Ed è il National Snow and Ice Data Center dell’Università del Colorado, creato anch’esso dalla NOAA, che conserva i dati sull’andamento annuale dei ghiacci marini in entrambi i poli. Proprio la NOAA è stata più volte bersaglio delle ire di Donald Trump: all’inizio del suo secondo mandato, complice i tagli imposti dal DOGE guidato da Elon Musk fino a maggio 2025, l’agenzia ha perso 12mila dipendenti, licenziati in tronco nel giro di una settimana.

Donald Trump (Afp)

Gli attacchi di Trump contro la scienza

L’ostilità della destra americana nei confronti del mondo accademico americano affonda le radici già negli anni Cinquanta, quando molti professori erano considerati dei “pericolosi comunisti”. Negli ultimi anni, però, con l’arrivo di Donald Trump, il rapporto tra Washington e le università ha toccato il fondo. Nel febbraio 2021, poco dopo l’insediamento del democratico Joe Biden alla Casa Bianca, JD Vance, attuale vicepresidente americano, accusava le università di essere “il nemico”. Ancora pochi mesi fa, a luglio 2026, sotto pressione dai Repubblicani, la prestigiosa National Academies of Sciences, Engineering and Medicine ha dovuto rimuovere un capitolo sul cambiamento climatico contenuto in un manuale di riferimento per giudici americani. L’ente si è giustificato, spiegando che il capitolo in questione necessitava di una rilettura. Secondo gli autori del capitolo Jessica Wentz e Radley Horton, invece, si tratta di un’interferenza politica: con il progressivo aumento dei processi legati alle conseguenze del cambiamento climatico, privare i giudici di questo capitolo rende più difficile stabilire il “polluter pays principle”, secondo cui chi è responsabile di una fonte di inquinamento deve pagare in caso di danni ambientali.

Cambiamento climatico. Alluvioni sempre più frequenti

Gli effetti del cambiamento climatico

Fondi federali dirottati su AI e tecnologia

Non è però soltanto una questione ideologica: limitando i fondi federali e riorientandoli verso determinati campi come l’intelligenza artificiale e la tecnologia, l’amministrazione Trump vuole progressivamente sostituire la ricerca pubblica con fondi e società private. La National Science Foundation (NSF) ha annunciato un ricollocamento di 1,5 miliardi di dollari da progetti universitari a due nuovi X-Labs, dedicati alla strumentazione e ai sistemi quantistici.

Per documentare questo processo, la Union of Concerned Scientists registra da oltre vent’anni le pressioni governative subite dai ricercatori: se durante i due mandati di George W. Bush la lista contava 96 attacchi e durante i mandati di Barack Obama e Joe Biden 21 in totale, dall’inizio del 2025 il gruppo ha già identificato quasi 600 attacchi.

Visto breve per dottorandi

Concretamente, l’amministrazione Trump ha limitato la durata del visto per dottorandi e studenti PhD a quattro anni, spesso insufficienti: il 97% degli studenti internazionali impiega circa sei anni per terminare il dottorato. Un altro ostacolo è la riforma di maggio 2026 dell’Office of Management and Budget (OMB), che prevede nuove regole per distribuire borse di ricerca, limiti alle cooperazioni internazionali e un nuovo sistema per valutare la necessità di finanziare uno studio. Un punto particolarmente sensibile perché al metodo della rilettura tra pari – il peer review su cui si fonda la credibilità della ricerca – l’amministrazione preferisce considerare l’utilità della ricerca per le politiche governative del momento. La riforma per ora è ferma al Senato. Lo stesso Senato che ha anche bloccato in extremis la fine del finanziamento al sistema globale di sensori oceanici, un programma lanciato vent’anni fa e il cui costo di 361 milioni di euro è irrisorio rispetto ai benefici.

Censure e tagli

Il portale Silencing Science Tracking recensisce tutti gli attacchi politici, federali o locali, contro la scienza, non solo quella climatica ma anche in quella medica, energetica e sociologica. Il database suddivide i vari tipi di attacchi in sei categorie: censura da parte delle autorità, autocensura, tagli, cambio di personale, ostacoli alla ricerca e bias o rappresentazioni erronee. Passando in rassegna la lista, risulta per esempio un taglio del 23% rispetto al 2026 nel prossimo bilancio della National Aeronautics and Space Administration (NASA): 3,4 miliardi di dollari prelevati principalmente dal dipartimento delle ricerche scientifiche.

Sito specchio e database per non perdere i dati

Non è solo la ricerca a soffrire del disinvestimento federale, ma anche l’infrastruttura necessaria a raccogliere e conservare i dati sul lungo periodo. Dopo la chiusura della piattaforma Climate.gov, contenente tutti i dati relativi al cambiamento climatico, un gruppo di ricercatori guidati da Rebecca Lindsey – l’ex caporedattrice del sito – lo ha clonato, ribattezzandolo Climate.us. I costi attuali, circa 250mila dollari scrive il media francese Sudouest, sono coperti per circa un terzo da donazioni private.

Un’altra organizzazione, la Public Environmental Data Project (PEDP), fondata nel 2024 da Cathy Richards, specialista di dati, si occupa proprio di salvare database che rischiano di sparire da un momento all’altro. Ad allertare l’organizzazione sono spesso gli scienziati stessi, preoccupati di perdere il lavoro di una vita, che sperano di trovare un modo per preservarlo. In questo modo, la PEDP di Cathy Richards ha già salvaguardato informazioni cruciali sulle inondazioni, sulle emissioni di gas serra e sulla produzione energetica degli Stati Uniti.

Il salvagente europeo

Un altro interlocutore per gli scienziati americani sono gli istituti europei, spesso dipendenti dai dati di Washington. Nemmeno un anno fa, sette Stati europei tra cui Danimarca, Finlandia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi, Svezia e Spagna, hanno deciso di unirsi per “specchiare e potenzialmente sostituire i servizi americani” per quanto riguarda le informazioni sulla salute e sul clima.

A febbraio per esempio, l’Istituto meteorologico danese ha cominciato a scaricare le serie storiche dei dati climatici statunitensi, mentre la Norvegia ha stanziato due milioni di dollari per archiviare questi dati. A marzo 2025 invece, l’università francese di Aix-Marseille aveva creato l’iniziativa Safe Place for Science, raccogliendo in pochi mesi quasi 600 candidature provenienti da ricercatori americani. Al di là delle singole iniziative, il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen avevano lanciato il programma Choose Europe for Science, dotato di circa mezzo miliardi di euro, per attirare i talenti dall’estero. Di questi, lo European Research Council aveva stanziato sette milioni di euro destinati a finanziare borse di studio per quei ricercatori stranieri pronti a trasferirsi in uno Stato dell’Unione europea.

Il nodo stipendi

Circa un quinto dei ricercatori delle migliori università statunitensi proviene o ha studiato in Europa, ma non basta la nostalgia per tornare a lavorare nel Vecchio continente. La questione degli stipendi è centrale: un ricercatore di primo piano dell’Università della California può guadagnare tra i 500.000 e oltre un milione di dollari all’anno, mentre i professori degli atenei europei guadagnano in media 75.000 euro, spiega questo rapporto del think tank europeo Bruegel. Anche a livello nazionale, il divario è incolmabile: gli Stati Uniti investono globalmente nella ricerca e sviluppo circa 850 miliardi di dollari l’anno, pari al 3,6 % del Pil e finanziano da soli oltre la metà dei sistemi internazionali, dall’osservazione dell’oceano alla ricerca spaziale. Germania, Francia, Italia, Spagna e Paesi-Bassi, i primi cinque Stati dell’Ue, spendono insieme 345 miliardi di dollari. L’Europa sta progressivamente sviluppando la propria infrastruttura e il sistema di satelliti Galileo, così come il Copernicus Earth observation programme – l’iniziativa europea di osservazione satellitare della Terra per la sicurezza civile e la documentazione degli effetti del cambiamento climatico – ne sono la prova. Ma la strada è ancora lunga e, senza il supporto dei fondi federali americani, la conoscenza scientifica rischia di subire danni irreversibili.


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