Non appena il cavallo varca la porta d’ingresso dell’oratorio tutti i rumori si affievoliscono all’unisono. Niente più invocazioni. Niente più canti. Niente più parole scambiate furtivamente. Per qualche secondo l’unico suono che si sente è quello degli zoccoli del barbero che picchiano sul pavimento. In fondo alla chiesa il correttore, ossia il sacerdote della contrada, recita le preghiere di rito, solleva l’aspersorio, lascia cadere l’acqua benedetta sul fantino e sul cavallo. Quando ha terminato non si rivolge più alla sua comunità, ma direttamente al barbero. Lo guarda negli occhi, solleva una mano. Poi pronuncia una frase destinata a restare sospesa a mezz’aria, lì tra l’ordine e la speranza: «Va’ e torna vincitore». E mentre il cavallo si volta ed esce, il destino di un popolo intero si ritrova raccolto dentro quelle cinque parole.
Un rito che non è mai fallito
Sembra una scena irripetibile. Invece si svolge quasi in contemporanea negli oratori di altre nove contrade ogni volta che si corre il Palio. Altri correttori compiono gli stessi gesti, usano le stesse parole, augurano la stessa sorte ai propri cavalli. Anche se sanno perfettamente che solo uno potrà davvero tornare con il drappellone. Eppure, nessuno tra gli sconfitti considera davvero fallito quel rito.
La benedizione del cavallo non rappresenta un’incursione occasionale della fede dentro lo steccato di una festa profana. Perché nel Palio di Siena i momenti religiosi sono talmente numerosi da formare una seconda trama, parallela eppure inseparabile da quella della corsa. Solo nel giorno della Carriera se ne possono contare almeno dodici: la Messa del fantino, celebrata al mattino, le dieci benedizioni dei cavalli, infine la corsa della contrada vittoriosa verso il Duomo per ringraziare la Madonna.
È solo il momento più visibile di un calendario religioso iniziato molto tempo prima, di un percorso partito con la novena in cattedrale, proseguito con il Corteo dei Ceri e dei Censi, la benedizione del drappellone, la messa dell’Assunta. In pratica, prima ancora che i cavalli entrino tra i canapi le comunità di Siena hanno già pregato, offerto, benedetto e affidato alla Vergine il «cencio» che ogni contrada desidera strappare alle altre.
Il Palio di Siena tra sacro e profano
All’inizio degli anni Settanta Pasolini vedeva nel calcio «l’ultima rappresentazione del sacro del nostro tempo». Un pensiero ripetuto talmente tante volte che nel corso degli anni ha finito per diventare filastrocca. In un periodo in cui l’ingolfamento dei calendari ha fatto perdere al pallone la sua cadenza liturgica, il Palio di Siena si presenta come l’unica competizione capace di allacciare insieme riti e rituali, fede e superstizione. E non sempre in parti uguali. Messe, benedizioni e preghiere alla Madonna si trovano a coesistere con rivalità, alleanze e voltafaccia.
Il sacro non rende la corsa più «educata» e cavalleresca, non ne annacqua l’essenza con l’idea di fair play. Allo stesso modo il «profano» non riesce a ridurre la religione a una decorazione folkloristica. Le due dimensioni non si assolvono e non si neutralizzano a vicenda, continuano a fluire una nell’altra, in un moto perpetuo che ha consentito alla Carriera di attraversare i secoli mantenendo intatta la propria carica.

Don Gabbricci: «Il Palio è vita»
«Se il Palio di Siena fosse solo una corsa di cavalli, una rievocazione o una tradizione sarebbe lettera morta – dice a Tempi don Massimiliano Gabbricci, correttore della Lupa e cappellano della Nazionale di calcio – invece il Palio è vita. Questa festa offre una visione d’insieme dell’esistenza: come nella vita anche qui le sconfitte sono più delle vittorie, le delusioni più numerose delle gioie, le morti superiori alle nascite. Ma, soprattutto, nel Palio come nell’esistenza di una persona, le dinamiche del sacro e del profano convivono tranquillamente, anzi sono inscindibili l’una dall’altra».
Proprio la benedizione del cavallo mostra questa coesistenza nella sua forma più radicale. Terminata la preghiera, infatti, il sacerdote si rivolge non alla sua comunità, ma parla direttamente a un animale. «Questo perché il vero protagonista del Palio è il cavallo, che può vincere anche scosso – spiega don Massimiliano – il fantino ha un ruolo fondamentale, ma il vero eroe della festa è il barbero. Durante la benedizione si crea una sinergia profonda, bella, tra l’uomo e il cavallo».
Una centralità che era già stata riconosciuta il 17 gennaio, il giorno di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, con la benedizione delle stalle. Nei giorni della Carriera, però, questo legame si radicalizza. Un cavallo ricevuto in sorte appena tre giorni prima smette di essere l’animale che dovrà correre in piazza, ma un simbolo, un catalizzatore di speranza, un’espressione della stessa contrada di cui porta addosso i colori, il nome, le paure e le speranze.
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«Il Palio di Siena crea comunione»
Non tutti i contradaioli hanno lo stesso rapporto con la fede. Eppure durante la benedizione nessuno si comporta come se ciò che sta accadendo fosse irrilevante. «Il credente e il non credente condividono l’appartenenza alla stessa realtà – dice ancora il sacerdote – Ci sono riti laici e riti religiosi, e tutti sono inscindibili dal Palio. Il rito, grazie al suo simbolismo e alla capacità di mediare la realtà grazie al suo linguaggio particolare, fa emergere gli aspetti più reconditi della persona. Durante questi riti non ci preoccupiamo di trattenere le nostre emozioni, anzi, le esprimiamo. Perché il rito genera comunione, vita e vissuto».
A Siena si crea così una situazione peculiare. La fede individuale non viene misurata, il dubbio non comporta l’esclusione. È il gesto comune a tenere insieme le persone e permettere loro di esprimere delle sensazioni che, fuori da quel contesto, cercherebbe probabilmente di nascondere.
Così una festa in cui la trascendenza gioca ancora un ruolo fondamentale crea un miracolo completamente terreno, rimettendo al centro la dimensione sociale e collettiva. «Il Palio di Siena crea comunione – spiega don Massimiliano – e questo incontro assume un valore particolare in questo mondo così parcellizzato e spersonalizzante. Durante questa festa c’è la possibilità di recuperare il valore della persona nel suo rapporto con gli altri, con gli animali e con la realtà del Creato».


Il sacro non garantisce il risultato, ma…
Quando pronuncia la benedizione del cavallo, però, don Massimiliano non è solo un sacerdote. È anche un lupaiolo che desidera la vittoria della sua contrada con tutto se stesso. Senza che queste due identità entrino per forza in conflitto. «Questi elementi convivono dentro di me in maniera ancora più particolare – dice – Mi impegno come ministro del culto, ma non posso accantonare le mie speranze, le mie attese, le mie paure, i miei sogni. Quando si perde, il correttore si sente in qualche modo corresponsabile della sconfitta. Ma quando si vince, ha l’illusione di essere stato parte integrante della vittoria. So che non ha senso sul piano religioso, ma fa parte della mia umanità».
Nei suoi anni da correttore, il Palio ha dispensato a don Massimiliano tante delusioni. Ma anche gioie straordinarie. Come nel 2016. La Lupa era la contrada «nonna», quella che non vinceva da più tempo. Almeno fino a quando il sacerdote benedisse la cavalla Preziosa Penelope e il fantino Scompiglio. I due vinsero la Carriera del 2 luglio, spezzando il digiuno. Poi trionfarono anche ad agosto, dando vita a un piccolo capolavoro che regalò al parroco il titolo di «Don Cappotto».
A Siena il sacro non viene solo rappresentato, ma continua ad agire. Non garantisce il risultato, non indirizza la sorte, non impedisce a nove popoli di tornare a casa sconfitti. Cosa rimane, allora, delle benedizioni che non hanno portato alla vittoria? «Resta la realtà che si è vissuta in quei giorni. Resta l’incontro che si vive in Contrada. Restano le emozioni provate, anche se il successo non si è concretizzato – garantisce don Massimiliano – E resta il desiderio che possa realizzarsi nel Palio successivo».
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Andrea Romano
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