L’ultima volta di un papa al Meeting di Rimini fu nel 1982 con la visita di Giovanni Paolo II alla kermesse nata negli ambienti di Comunione e Liberazione. Quarantaquattro anni dopo, un pontefice torna a Rimini (il 22 agosto) e abbiamo chiesto a Davide Prosperi, presidente della Fraternità del movimento giussaniano, cosa si aspetta da questa visita.
Con quali sentimenti Cl attende papa Leone XIV?
Il primo sentimento è una gratitudine sorpresa e commossa. Che il successore di Pietro scelga di venire in mezzo al popolo del Meeting è anzitutto un dono che nessuno di noi poteva prevedere: lo accogliamo come un gesto di paternità verso tutti coloro che in questi quarantasette anni hanno costruito questa esperienza di incontro – lasciatemi dire – unica nel suo genere, e come una responsabilità che ci viene consegnata. Il secondo sentimento è un’attesa desiderosa: questa visita è per noi occasione preziosa per lasciarci nuovamente convertire, per riascoltare dall’origine – cioè da Pietro – il compito per cui il Meeting e il movimento esistono.
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Che significato ha per voi la sua presenza, dopo quella di Giovanni Paolo II nel 1982?
Inevitabile notare il legame con la visita di Giovanni Paolo II nel 1982, ma senza nostalgia. Allora il Meeting era appena nato dall’intuizione di alcuni amici riminesi, educati da don Giussani a non censurare nulla dell’umano. Quarantasette anni dopo, papa Leone troverà lo stesso popolo, arricchito da generazioni nuove, che continua a scommettere sul fatto che la fede genera cultura, opere, incontro e amicizia tra i popoli, avendo come orizzonte il mondo. Il titolo di questa edizione – “L’amor che move il sole e l’altre stelle” – evidenzia esattamente ciò che il Papa non si stanca di annunciare: la realtà non è tenuta insieme dal potere o dalla paura, ma da un Amore che si è fatto carne. La sua stessa presenza sarà la verifica più autorevole di questo titolo.
Che cosa chiede oggi la Chiesa ai movimenti?
Mi pare che Leone XIV lo stia indicando con chiarezza: non protagonismi contrapposti, ma comunione; non difesa di uno spazio, ma passione per la missione. Nelle occasioni in cui è intervenuto pubblicamente su questi temi, il Papa ha continuato a ripetere che i carismi, lungi dall’essere una sorta di proprietà privata, sono doni dati alla Chiesa intera perché il Vangelo raggiunga l’umanità di ciascuno, specialmente là dove la fede sembra più estranea alla vita. Per noi questo significa vivere il carisma di don Giussani come fattore vivo per la conversione nostra e per l’edificazione della Chiesa tutta. Il modo più vero di prepararci alla visita del Papa è dunque questa disponibilità a essere, semplicemente, figli immedesimati con i sentimenti del Santo Padre.

Uno dei temi più ricorrenti nei discorsi di papa Prevost, sin dalla sua elezione, è la pace. Oggi nel mondo si contano più di cinquanta conflitti, alcuni particolarmente cruenti come quello che insanguina l’Ucraina. Altre situazioni complicate sono vissute dalle popolazioni mediorientali (Iran, Terra Santa, Libano) e sudamericane (Venezuela, Haiti). Alcune comunità di Cl sono presenti in questi paesi. Come vivono quella pace «disarmata e disarmante» di cui parla papa Prevost?
Quella formula, pronunciata la sera stessa dell’elezione e poi ripresa nel messaggio per la Giornata mondiale della pace, non è uno slogan: è una descrizione della pace di Cristo risorto, che nasce dal rifiuto della violenza e ha la forza di smascherare l’inganno di un mondo costruito sui rapporti di forza. Nel discorso al corpo diplomatico dello scorso 9 gennaio il Papa lo ha detto con realismo: «La pace resta un bene arduo ma possibile». E davanti a chi pretende di trascinare Dio nei conflitti ha ammonito: «Dio non può essere arruolato dalle tenebre». Chi vive nei luoghi feriti dalla guerra ce lo testimonia continuamente. Penso a don Piotr Żelazko, che guida i cattolici di lingua ebraica in Israele, la cui vicenda abbiamo raccontato a maggio sulla rivista del movimento Tracce: quando è scoppiata la guerra con l’Iran, mentre molti lasciavano il paese, lui è rientrato passando a piedi la frontiera dall’Egitto, perché – dice – «Israele è la mia casa, qui c’è la mia gente». Ha trovato le sue comunità che celebravano la Messa nei rifugi, sottoterra, e la preghiera che continuava. Visitando una famiglia colpita da un bombardamento a Be’er Sheva ha capito che «il dolore non ha bandiera: le lacrime di una madre sono le stesse, sempre, che sia palestinese o israeliana, che sia musulmana, ebrea o cristiana». Il rischio più grande, ha osservato, è la disumanizzazione dell’altro: quando accade, la violenza diventa facile. Per questo «la pace è possibile, se comincia da relazioni concrete, quotidiane». Ecco in cosa consiste, per noi, la pace «disarmata e disarmante» invocata da Leone XIV: non passività, ma la positività costruttiva di chi non ha bisogno di annientare l’altro per affermare se stesso, perché la propria consistenza è altrove. E “disarmante” è anche l’effetto che queste presenze hanno su chi le incontra. L’estate scorsa oltre cento ragazzi di Gioventù studentesca hanno preparato per il Meeting una mostra sulle “profezie della pace” a partire da queste parole del cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, assunte come criterio-guida dell’intera mostra: «Dentro questo mare di odio, di guerre, dolore e paura, [occorre] essere capaci di vedere le realtà belle, di cercare le persone che spendono la propria vita per qualcosa di bello: sono i risorti di oggi che ti dicono che c’è ancora luce. Per me questa è la speranza». Nella mostra, infatti, i ragazzi hanno incontrato esperienze di pace apparentemente impossibili eppure reali, vissute nel contesto di conflitti armati in corso in ogni parte del mondo, da Haiti al Myanmar. Racconto questi episodi perché sono parte integrante del compito che la Chiesa affida oggi a tutto il movimento di Comunione e Liberazione. Papa Francesco, nell’udienza del 15 ottobre 2022, ci aveva chiesto: «Vi invito ad accompagnarmi nella profezia per la pace!». Con Leone XIV questa sequela continua: la pace comincia senz’altro dai tavoli negoziali, che sono necessari e vanno sostenuti con convinzione, ma richiede al contempo il coinvolgimento “dal basso” di uomini e donne talmente afferrati dall’Amore che per questo non si lasciano determinare dalla rabbia e dall’odio. Molto in tema con il titolo di questo Meeting.


A proposito di Magnifica Humanitas, lei ha scritto sull’Osservatore romano che l’enciclica «invita a stare nella realtà senza bende sugli occhi, con una passione per il destino di ogni essere umano». Cosa intende?
Magnifica Humanitas ha il coraggio di guardare in faccia la sfida dell’intelligenza artificiale senza cedere né all’entusiasmo ingenuo né alla paura. Il Papa non demonizza la tecnica: chiede che il progresso non riduca la persona a funzione, a dato quantificabile, a calcolo e prestazione. Ma il nocciolo duro del messaggio del Papa non è nemmeno questo, a mio avviso. In realtà, la preoccupazione di fondo è quella di fissare il contenuto profondo dell’antropologia cristiana di fronte alla sfida del postumanesimo. Il punto decisivo è che la custodia dell’umano di cui parla non si realizza per decreto, né solo con regole e codici etici, pur necessari. Si realizza educando: cioè generando persone capaci di stare davanti alla realtà con tutte le domande aperte. Il rischio più insidioso dell’era digitale, infatti, non è che le macchine arrivino a pensare come noi, ma che noi smettiamo di pensare: che davanti a strumenti che offrono risposte immediate e apparentemente perfette, i giovani perdano il gusto di domandare, cioè la curiosità, lo stupore e il desiderio, che sono il motore dell’umano. Mi ha colpito la lettera aperta che una studentessa ha affisso nella sua scuola, a Lugo di Romagna, alla fine dello scorso anno scolastico, poi diffusa sui social e ripresa dai giornali: «Mi domando perché la mattina mi sono alzata per andare in un luogo dove nessuno mi vede, […] dove si è solo di fretta e in ansia per finire un programma […] che mi avete spiegato in modo freddo, distante e morto. Pretendete un albero altissimo, meraviglioso, possente, ma non vi curate un minimo di innaffiarlo». È un grido, è la domanda di essere guardati da qualcuno per il quale la vita ha un significato e che sia disponibile a condividerlo. A questa domanda nessun algoritmo può rispondere.
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Lei ha anche scritto che l’enciclica indica «l’urgenza di un’alleanza educativa». Cioè?
Lo scenario – estremamente realistico – delineato dall’enciclica rende ancor più evidente il valore fondativo dell’educazione, che don Giussani definiva «introduzione alla realtà totale»: una trasmissione di nozioni, ormai, può farla benissimo (e velocemente) una macchina; la vera urgenza è invece comunicare un’ipotesi di significato della realtà e dell’esistenza dentro un rapporto vivo, in cui l’adulto rischia la propria libertà davanti alla libertà del ragazzo, e viceversa. Non a caso l’enciclica parla di alleanza educativa: famiglia, scuola, università, comunità cristiana, mondo del lavoro non possono più procedere separati, ciascuno lamentando le mancanze dell’altro, mentre le grandi piattaforme online “coltivano” – loro sì, alleate e sistematiche – l’immaginario e gli affetti dei nostri figli. Occorre un patto tra adulti che abbiano qualcosa di vero e di bello da testimoniare. Mi torna in mente la risposta di Rose, un’amica infermiera che a Kampala accompagna centinaia di donne malate di Aids e poverissime. A chi le chiedeva come poterla aiutare – aspettandosi la richiesta di una lista di medicine o di progetti – ha risposto: «Ciò di cui c’è più bisogno è qualcosa che commuova il cuore dell’uomo. Perché se il cuore dell’uomo non è commosso, nulla di vero può partire». È la migliore sintesi dell’enciclica che io abbia ascoltato finora. Il Meeting, in fondo, è da quarantasette anni un piccolo laboratorio di questa alleanza: un luogo dove generazioni diverse si incontrano per stare – insieme – davanti alle domande più grandi. Che il Papa venga a visitarlo proprio nell’anno di Magnifica Humanitas è, per noi, una conferma della strada fin qui intrapresa e un compito per il futuro.
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Emanuele Boffi
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