La corsa all’intelligenza artificiale si misura sempre meno soltanto sulla potenza dei modelli. Sicurezza, privacy e trasparenza possono diventare elementi decisivi nella scelta di un fornitore, soprattutto quando un software accede a documenti, email e dati aziendali. L’AI Trustworthiness Ranking ha analizzato 500 società di 36 Paesi e assegna il primo posto a Google con Gemini. Il dato più debole riguarda però la sicurezza, che ottiene una media di appena 32 punti su 100, contro i 90 della trasparenza organizzativa.
Il confronto copre 21 categorie e assegna a ogni impresa un punteggio da 0 a 100 costruito su quattro aree ponderate: sicurezza, privacy dei dati, trasparenza dell’organizzazione e percezione pubblica.
Come viene misurata la fiducia nelle aziende AI
L’indice nasce per offrire un criterio di confronto tra centinaia di servizi che chiedono agli utenti di affidare informazioni personali o aziendali ai loro sistemi.
Non valuta quindi quale modello scriva meglio, generi immagini più realistiche o produca codice più rapidamente.
L’attenzione va al comportamento delle società che sviluppano questi strumenti.
Le aziende con un punteggio pari o superiore a 75 vengono classificate come “AI Trustworthiness Leaders of 2026”.
Il progetto comprende assistenti AI, strumenti per la produttività, piattaforme di programmazione, servizi musicali, software creativi e altre categorie. L’aggiornamento è previsto con cadenza annuale.
A supporto del progetto opera anche un advisory board composto da figure attive nei settori dell’intelligenza artificiale, della cybersecurity e della tecnologia.
Google Gemini è primo, poi Krisp e Fireflies.ai
La prima posizione va a Google con Gemini.
Alle sue spalle compaiono Krisp e Fireflies.ai.
Seguono Adobe, Magnific, Writesonic, Veryfi, Salesforce, Grammarly e Lovable.
La classifica offre una fotografia molto diversa da quelle costruite sulla qualità percepita dei modelli o sulla popolarità commerciale.
Qui pesano soprattutto le modalità con cui le aziende proteggono i dati, spiegano le proprie pratiche e rendono accessibili informazioni sulla struttura e sul funzionamento organizzativo.
Tra le categorie analizzate, Office & Productivity ottiene la media più alta, pari a 78 su 100.
All’estremo opposto si trova Music & Audio, con 54 punti.
La sicurezza è il punto più debole
La distanza tra le quattro aree analizzate è ampia.
La sicurezza raccoglie una media di 32 punti su 100, il risultato peggiore dell’intero confronto.
La trasparenza organizzativa arriva invece a 90 su 100.
La differenza suggerisce che molte aziende riescono a presentare in modo relativamente chiaro struttura e identità societaria, mentre risultano molto meno convincenti quando l’attenzione si sposta sulle protezioni applicate ai sistemi e ai dati.
Per un’impresa che valuta l’acquisto di una piattaforma AI, questo divario può diventare un elemento da inserire nella selezione del fornitore.
Un’applicazione utilizzata per scrivere testi e una piattaforma autorizzata ad accedere a inbox, pagamenti o processi aziendali espongono infatti l’organizzazione a livelli di rischio molto diversi.
I principali numeri del ranking
- 500 aziende AI esaminate;
- 36 Paesi rappresentati;
- 21 categorie analizzate;
- 75 punti come soglia per i “Trustworthiness Leaders 2026”;
- sicurezza a 32/100 di media;
- trasparenza organizzativa a 90/100;
- Office & Productivity a 78/100;
- Music & Audio a 54/100.
Quando l’AI passa dalle risposte alle azioni cambia anche il rischio
Akshika Wijesundara, membro dell’Advisory Board del ranking, cofondatrice di SnapDrum e TAI Labs, CTO di Tilli Kids e Senior AI Advisor alle Nazioni Unite, richiama l’attenzione sull’evoluzione degli strumenti AI.
«L’AI sta passando dal rispondere alle domande al compiere azioni, leggere caselle di posta, spostare denaro e prendere decisioni per nostro conto. Un chatbot che gestisce male i dati è un problema di privacy. Un agente con autorizzazioni ampie e una governance debole è un problema di sicurezza, con errori che si propagano nei sistemi reali alla velocità delle macchine. Le aziende che mostrano chiaramente come proteggono i dati, come li utilizzano e come governano ciò che la loro AI è autorizzata a fare avranno un vantaggio significativo nel conquistare fiducia nel lungo periodo».
Il passaggio dagli assistenti agli agenti capaci di eseguire attività rende quindi più rilevanti autorizzazioni, gestione degli accessi e responsabilità dell’azienda che sviluppa il servizio.
Il 63% non chiarisce se usa i dati per addestrare l’AI
Uno dei risultati più rilevanti riguarda le informative sulla privacy.
L’analisi delle policy delle 500 aziende mostra che il 63% non spiega con chiarezza se utilizza i dati degli utenti per addestrare i propri modelli.
Dentro questa quota, il 42% non affronta affatto il tema nelle proprie informative.
Un ulteriore 21% fornisce indicazioni giudicate vaghe.
Per un’impresa cliente, sapere se documenti, conversazioni o altri contenuti caricati su una piattaforma possono essere impiegati nell’addestramento rappresenta una parte della valutazione prima dell’adozione.
La mancanza di chiarezza rende più difficile stabilire cosa accade alle informazioni dopo l’utilizzo del servizio.
Anche sui tempi di conservazione prevale l’incertezza
Un risultato simile emerge sulla data retention.
Il 65% delle aziende non indica chiaramente per quanto tempo conserva i dati degli utenti.
Il 9% non fornisce informazioni sulla conservazione o sulla cancellazione.
Il 56% tratta l’argomento in termini generici senza specificare periodi precisi.
Il problema diventa particolarmente rilevante quando un servizio AI viene utilizzato all’interno di processi aziendali e riceve informazioni commerciali, documenti riservati o dati riferibili a clienti e dipendenti.
La domanda, in questo caso, non riguarda soltanto ciò che il sistema fa durante l’utilizzo, ma anche ciò che rimane dopo.
Perché privacy e sicurezza incidono sulla reputazione
Voldemaras Kadys, membro dell’Advisory Board e Head of Security and Platform Engineering di Mediatech, società editoriale digitale dietro Cybernews, lega direttamente la gestione dei dati alla fiducia del mercato.
«Gli strumenti AI possono avere accesso a enormi quantità di dati sensibili degli utenti e delle aziende, quindi le società devono essere chiare su come utilizzano, conservano e condividono quei dati. Devono inoltre dimostrare di avere solide misure di sicurezza per proteggerli. Se un’azienda non è trasparente sulle proprie pratiche relative ai dati, o subisce un incidente di sicurezza, può perdere rapidamente la fiducia dei propri clienti, e quella fiducia non è facile da riconquistare».
Per chi vende servizi AI alle imprese, la reputazione può quindi dipendere anche dalla capacità di spiegare in modo comprensibile trattamento, conservazione e protezione delle informazioni.
Immagine generata con l’AI.
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