Le conseguenze del cambiamento climatico non rappresentano più soltanto un rischio ambientale, ma un costo economico sempre più pesante per imprese e Paesi. Basti pensare che tra il 1980 e il 2024 gli eventi meteorologici estremi hanno provocato in Europa perdite per oltre 822 miliardi di euro, di cui 202,4 miliardi concentrati soltanto tra il 2021 e il 2024. Negli ultimi quindici anni il conto è cresciuto del 54%, mentre il costo medio annuo dei danni è salito da 17,8 miliardi di euro nel decennio 2010-2019 a 44,9 miliardi l’anno nel periodo 2020-2024. Un trend che, secondo gli analisti, è destinato ad accelerare e che quest’estate 2026 ha trovato ulteriore conferma nelle violente ondate di calore che hanno colpito gran parte dell’Europa, alternate a grandinate eccezionali e nubifragi che hanno causato danni ad agricoltura, infrastrutture e attività produttive.

Sono questi alcuni dei dati del Rapporto Strategico 2026 Le priorità non negoziabili per il futuro delle imprese e della transizione sostenibile, realizzato da TEHA Group in collaborazione con Erion. Il messaggio è netto: i costi dell’inazione sono ormai superiori a quelli dell’azione e la transizione sostenibile non può più essere considerata soltanto una risposta alla crisi climatica o un esercizio di compliance normativa. È diventata uno dei principali fattori della competizione economica internazionale, capace di determinare resilienza industriale, sicurezza energetica e capacità di attrarre investimenti.

Fonte: Le priorità non negoziabili per il futuro delle imprese e della transizione sostenibile, TEHA ed Erion

Per l’Italia il conto potrebbe diventare particolarmente elevato. Secondo le simulazioni riportate nello studio, uno scenario caratterizzato da un sostanziale immobilismo climatico potrebbe tradursi in una perdita fino al 9,5% del Pil entro il 2035, mentre una strategia fondata su investimenti, innovazione e decarbonizzazione potrebbe produrre già nello stesso orizzonte temporale una crescita dell’economia pari all’1,1%, destinata a salire fino all’8,4% nel 2050. Il vero rischio, sottolinea TEHA, non è quindi la transizione, ma il suo rinvio.

Fonte: Le priorità non negoziabili per il futuro delle imprese e della transizione sostenibile, TEHA ed Erion

Competitività, energia e innovazione diventano le nuove priorità

Il rapporto descrive il contesto internazionale come la nuova “era dei predatori”, caratterizzata da crescente competizione geopolitica, tensioni commerciali e ricerca dell’autonomia strategica. In questo scenario sostenibilità, sicurezza energetica e politica industriale non sono più temi separati.

La Cina continua a rafforzare il proprio vantaggio competitivo nelle tecnologie pulite, controllando oggi tra il 60% e l’85% della capacità produttiva delle principali filiere della clean energy e superando addirittura il 95% in alcune lavorazioni strategiche. Parallelamente il mercato mondiale delle tecnologie per l’energia pulita cresce a ritmi del 20% annuo, raggiungendo nel 2025 un valore vicino ai 1.200 miliardi di dollari, con prospettive di arrivare a quasi 3.000 miliardi entro il 2035, una dimensione comparabile all’attuale mercato globale del petrolio.

Fonte: Le priorità non negoziabili per il futuro delle imprese e della transizione sostenibile, TEHA ed Erion

Anche la competitività delle energie rinnovabili continua a rafforzarsi: oggi impianti eolici onshore e fotovoltaici risultano economicamente più convenienti delle fonti fossili nel 91% dei casi, generando risparmi stimati in circa 467 miliardi di dollari sui costi globali della produzione elettrica.

Per l’Europa la sfida consiste nel trasformare la sostenibilità in una leva di competitività evitando che diventi uno svantaggio rispetto ai concorrenti globali. Anche perché la transizione rappresenta sempre più una questione di sicurezza economica oltre che ambientale.

Le imprese italiane non frenano sugli investimenti ESG

La ricerca ha coinvolto 108 aziende appartenenti all’ecosistema Erion, integrate dal confronto con undici business leader e quattro key opinion leader. I risultati mostrano come il sistema produttivo italiano non abbia intenzione di rallentare il proprio percorso di sostenibilità nonostante l’incertezza normativa europea. Il 75,5% delle imprese ritiene infatti opportuno mantenere o aumentare gli investimenti ESG, mentre il 68,6% dichiara di aver rafforzato le proprie politiche di sostenibilità negli ultimi tre anni.

Tra le priorità emerge il tema energetico: oltre l’88% delle aziende indica efficienza e costo dell’energia come principale fattore competitivo. Seguono l’innovazione tecnologica sostenibile (83%) e gli standard ambientali di prodotto (82%).

Fonte: Le priorità non negoziabili per il futuro delle imprese e della transizione sostenibile, TEHA ed Erion

Per molte imprese la sostenibilità è ormai una scelta industriale più che regolatoria. Il rapporto evidenzia infatti che, anche nell’ipotesi di una significativa riduzione degli obblighi normativi, le aziende continuerebbero a investire soprattutto in efficientamento energetico, sicurezza dei lavoratori ed economia circolare, considerate leve dirette di competitività e resilienza.

Fonte: Le priorità non negoziabili per il futuro delle imprese e della transizione sostenibile, TEHA ed Erion

Questo anche perché, come dimostrano i dati, le imprese che hanno investito con maggiore decisione nella sostenibilità registrano benefici concreti. Il 64,5% delle aziende che hanno aumentato significativamente gli investimenti ESG ha iniziato a osservare risultati economici entro tre anni, mentre le imprese ad alto profilo ESG hanno visto crescere dal 2017 al 2024 ricavi (+65% contro +55% delle aziende low ESG), occupazione (+40% contro +28%) e investimenti materiali e immateriali con ritmi nettamente superiori rispetto ai competitor.

Fonte: Le priorità non negoziabili per il futuro delle imprese e della transizione sostenibile, TEHA ed Erion

Del resto, la sostenibilità sembra premiare anche sotto il profilo finanziario. Lo studio evidenzia infatti che le imprese che adottano modelli di economia circolare risultano del 28% più solide dal punto di vista creditizio, una caratteristica che le rende più attrattive per gli investimenti privati e conferma come competitività e transizione possano ormai procedere nella stessa direzione.

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Arianna De Felice

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