Il silenzio per amico
di Marcello Mason
(pubblicato su Il Cadore, luglio 2026)
Nel primo pomeriggio del 19 agosto 1949 Andrea Oggioni, Emilio Villa, Mario Bianchi e Walter Bonatti – tutti poco più che ragazzi – raggiungono la vetta dello Sperone Walker delle Grandes Jorasses, nel Monte Bianco. Realizzando così la prima ripetizione italiana della via Cassin. Un’impresa indubbiamente straordinaria, non solo per la loro giovanissima età, ma pure per le difficoltà tecniche incontrate lungo l’interminabile parete, con il maltempo manifestatosi sin dal primo giorno. Per non dire dei bivacchi, rassegnatamente vissuti in condizioni penose. Nonostante ciò, pur se il vento non aveva smesso mai di flagellarli, riescono a raggiungere la sospirata cima. Immaginabile perciò la loro felicità, anche perché improvvisamente il sole si era deciso a far capolino, rivelando uno spettacolare scenario di vette tale da lasciare sbalorditi. Chissà quindi – viene da pensare – che emozioni e che espressioni di gioia incontenibile da parte di questi ragazzi, vista anche l’importanza della scalata, più che comprensibile in un’età facile agli entusiasmi. Invece nulla di tutto ciò accade: con grande sorpresa, la loro si rivela una reazione di insolita compostezza.
Tanto anomala che un giorno lo stesso Andrea così vorrà spiegarla: “Nessuno di noi parla, siamo così commossi da non trovare parole da dire e, sempre muti, scendiamo poi lungo il versante italiano”. Successivamente, come è noto, Walter diverrà uno dei più grandi alpinisti di ogni tempo. Mentre purtroppo la passione per la montagna di Andrea si spegnerà presto, nel 1961, e lui con essa, nel corso della tragica discesa dal Pilone Centrale del Monte Bianco. Di quell’avventura sulle Grandes Jorasses, pur a distanza di così tanti anni, oggi continua a colpire, ovviamente oltre al valore della scalata, il comportamento tenuto da ognuno nella solennità di quel momento, di fronte al profondo silenzio che aveva ricordato loro quanto qualsiasi parola sarebbe apparsa fuori posto. Suggerendo, invece, che certe emozioni dovessero essere elaborate interiormente e custodite nel cuore.
Di simili atteggiamenti e sensibilità è difficile, insomma, non rimanere ammirati. Nel contempo non può non farsi strada un’ulteriore considerazione, opposta e contraria: perché allora la decisione di far silenzio e lasciarvisi abbracciare, consentendo che sia solo esso a dominare i sentimenti, fa tanta fatica ad affermarsi oggi? Eppure il suo valore è apparso indubbio sin dalla notte dei tempi, mai visto come una banale assenza di rumore, bensì condizione fondamentale per trovare la pace interiore, capendo che la quiete vera non è unicamente esterna, ma soprattutto dell’animo, nel placarsi delle emozioni. Rammentando pure che non di rado il silenzio si rivela una risposta più forte delle parole, specialmente di fronte al dolore intenso o alle provocazioni, permettendo di dominare la mente e scegliere dove dirigere le proprie forze.
Una prima considerazione porta però a ricordare che il silenzio – che si potrebbe pure definire una condizione dell’anima – non figura esattamente tra i beni ai quali l’umanità in genere aspiri. Capita infatti che questo si tramuti paradossalmente proprio in elemento disturbante, generando disagio. E’ quanto, ad esempio, accadde qualche estate fa a una giovane signora nel lasciare un paese di montagna al termine di un breve periodo di vacanza. Non che ne fosse delusa, tutt’altro, e specialmente le allegre serate in discoteca le erano sembrate appaganti come se le attendeva, ma alla fine, di fronte al silenzio improvviso che si presentava in alcune circostanze, come in occasione delle gite che la conducevano in posti isolati, spesso privi di rumori, se non dei pochi che la natura stessa generava, avvertì disagio, provando il deciso desiderio di ritornare a casa. Dando ragione, in fondo, a chi sottolineava quanto poco il silenzio fosse amato da alcuni. Si potrebbe immaginarlo un caso isolato, ma in realtà tali sentimenti e stati d’animo sono presenti più di quanto si immagini.
Oggi, d’altro canto, è innegabile la rara concessione della società al silenzio, preferendo semmai l’uomo circondarsi di parole, rumori a volte incessanti e suoni. Tali situazioni sono sotto gli occhi di tutti e diffuse in svariati ambiti, perciò nelle strade, autobus ed altri mezzi di trasporto è facile imbattersi in persone che parlano ad alta voce e, se stanno telefonando, non sembrano curarsi affatto di chi gli stia accanto. E’ il caso pure di non pochi ambienti pubblici, come i caffè e i ristoranti, nei quali a volte la musica viene diffusa a livelli sonori inutilmente elevati. Di conseguenza l’avventore desideroso di farsi comprendere dalla persona che gli è accanto, viene costretto ad alzare il tono della voce. Creando perciò un effetto domino, in quanto l’altro sarà obbligato a farlo a sua volta, per la medesima ragione, con l’intuibile risultato finale. Mentre invece, per contrasto, il silenzio – o quantomeno una realtà ad esso prossima – sa tradursi il più delle volte in dimostrazione di educazione, riflessione e attenta forma di gentilezza nei confronti dell’interlocutore. Uno stato di cose che dovrebbe ricordare la necessità della presenza di questo bene prezioso che in più occasioni si riesce ancora ad incontrare, beninteso qualora si voglia davvero cercare.
Una simile condizione potrà dare l’impressione di essere spesso irrealizzabile, eppure, in considerazione anche dell’accennata dannosità provocata dall’inquinamento acustico (oggi non meno preoccupante di quello ambientale) appare importante provare a porvi rimedio o quanto meno a limitarlo, anziché subirlo con rassegnazione, come avviene in tante situazioni alle quali non si esita ad attribuire l’inevitabilità, ritenendo che sia il prezzo imposto dal progresso. Non che in certi casi non vi sia un fondo di verità, specialmente quando ci si trovi di fronte a situazioni ambientali così difficili o gravemente compromesse da non riuscire a intravedervi una via d’uscita. Ma in altri casi si tratterebbe semplicemente di abbattere pigrizie e abitudini consolidate. La strada giusta – per chi lo desideri – la si potrà trovare da sé, in svariati modi e differenti forme, confortati dalla certezza che il silenzio ben presto saprà premiare, rivelandosi amico e tramutandosi in arricchimento personale. Un beneficio che consentirà di accedere a un nuovo modo di pensare, impreziosendo la propria vita.
E così, per la medesima ragione, quanto sarebbe utile – perlomeno di tanto in tanto – tornare a quei comportamenti che ricordano quanto la parola risulti talora inadeguata e superflua. Riconsiderando quindi la necessità di sapersi creare spazi e momenti fatti di quel bene fondamentale che è il silenzio. Anche in questo caso può essere d’aiuto l’attenta osservazione di semplici situazioni, quali si presentano sovente, come è capitato ad esempio a Daniele Zovi, scrittore e divulgatore, esperto di foreste e di animali selvatici, che riferisce di un bel mattino del primo dell’anno di non molto tempo fa.
Quel giorno egli si era mosso con degli amici per una camminata nella neve in cui inizialmente si chiacchierava del più e del meno, poi, entrati nel cuore del bosco, nel volger di poco era calato il silenzio più profondo. Rari e ovattati erano divenuti i rumori, quali il semplice gocciolio della neve che si scioglieva o il rametto casualmente spezzato nel procedere. Persino le piccole cose o fatti di seguito avvenuti, non sembravano cercare commenti. Al punto che l’improvviso, quanto momentaneo zoppicare di un amico, era stato sottolineato unicamente, e con grande semplicità, toccandogli il braccio, domandando con gli occhi: “Come va?” Sapendo che il successivo inarcamento delle sopracciglia avrebbe avuto, da solo, il significato rassicurante sperato.
Tutti insomma avevano compreso che in quel momento, che pareva donato per grazia, si poteva davvero pensare di rinunciare alle parole, visto che già ciascuna espressione del volto si spiegava da sé. Senza essere quindi disturbata da elementi superflui che avrebbero rotto quell’armonia. Certo, di lì a non molto, com’è nell’ordine naturale delle cose, la conversazione avrebbe ripreso a farsi strada con progressiva vivacità, accompagnata dalle parole di sempre. Eppure, per il tempo che era durato, in quel mattino il silenzio era riuscito a riaffermarsi con grande soavità, concedendo ad ognuno il piacere impagabile di lasciarsi incantare dalla riscoperta della sua bellezza senza uguali. Davvero non si poteva chiedergli di più.
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