Il 71% dei lavoratori utilizza ogni giorno l’intelligenza artificiale, ma il 62% pretende una supervisione umana. La ricerca di TeamViewer fotografa il divario tra adozione della tecnologia e fiducia nella sua autonomia.

L’intelligenza artificiale è già entrata nella quotidianità professionale degli italiani. La maggioranza la utilizza, ne riconosce i vantaggi e difficilmente immagina di tornare indietro. Quando però la tecnologia smette di assistere le persone e comincia a decidere autonomamente, la fiducia diminuisce rapidamente.

Il 71% dei lavoratori italiani dichiara di usare strumenti di AI almeno una volta al giorno e il 66% valuta positivamente la propria esperienza. Soltanto il 3% afferma di non aver ottenuto alcun beneficio.

I dati emergono dalla ricerca Path to the Autonomous Workplace realizzata da TeamViewer, che analizza il percorso verso ambienti di lavoro nei quali una parte crescente delle attività potrà essere gestita da sistemi intelligenti.

Il 62% vuole mantenere il controllo

L’utilizzo quotidiano non coincide con la disponibilità a concedere piena autonomia alla tecnologia.

Il 62% degli intervistati preferisce che l’intelligenza artificiale operi sempre sotto supervisione umana. Il 78% si dichiara favorevole al suo impiego soltanto quando viene applicata a compiti circoscritti e chiaramente definiti.

Appena il 7% si sente completamente a proprio agio con sistemi capaci di agire senza alcun controllo da parte delle persone.

È quello che TeamViewer definisce un “divario di fiducia”: i lavoratori accettano volentieri l’AI come assistente, ma diventano più prudenti quando si trasforma in un agente autonomo capace di prendere iniziative e completare interi processi.

Quasi un’ora e mezza alla settimana per verificare i risultati

La prudenza produce anche un costo organizzativo.

Il 60% dei lavoratori italiani controlla spesso o sempre i risultati generati dall’intelligenza artificiale. Le verifiche richiedono mediamente quasi un’ora e mezza ogni settimana.

Il dato ridimensiona l’idea secondo la quale adottare l’AI comporti automaticamente un risparmio di tempo. Se i risultati non sono sufficientemente affidabili o se le persone non possiedono criteri chiari per valutarli, una parte dell’efficienza guadagnata viene assorbita dal controllo.

La verifica non è necessariamente uno spreco. In molti ambiti rappresenta una condizione indispensabile per evitare errori, informazioni inventate, interpretazioni scorrette o decisioni non coerenti con il contesto.

Il problema nasce quando le aziende introducono strumenti intelligenti senza definire procedure, responsabilità e livelli di rischio.

Un lavoratore su due non sa quando fidarsi

Il 50% degli intervistati dichiara di non sapere sempre quando sia possibile fidarsi del risultato prodotto dall’intelligenza artificiale e quando invece sia necessario verificarlo.

È forse il dato più rilevante dell’intera ricerca.

La competenza richiesta ai lavoratori non consiste più soltanto nel saper formulare una richiesta a un sistema di AI. Diventa essenziale comprendere la qualità della risposta, riconoscere i limiti dello strumento e valutare le conseguenze di un eventuale errore.

Un testo destinato a una comunicazione interna non presenta gli stessi rischi di un documento legale. Un suggerimento creativo non deve essere controllato con gli stessi criteri di un’autorizzazione di accesso o di un’analisi finanziaria.

Le imprese dovranno quindi stabilire differenti livelli di supervisione in base alla delicatezza delle attività.

I responsabili IT guardano più avanti

La prospettiva dei responsabili informatici appare decisamente più aperta verso l’automazione.

Secondo le loro previsioni, entro il 2030 il 29% dei servizi relativi al digital workplace sarà gestito in maniera completamente autonoma.

Il 98% dei responsabili IT affiderebbe all’intelligenza artificiale almeno una delle proprie attività. Gli aggiornamenti dei sistemi vengono indicati dal 58%, la risoluzione dei problemi dei dispositivi dal 42% e la gestione degli accessi dal 35%.

Si tratta prevalentemente di processi tecnici, ripetitivi e misurabili, nei quali è più semplice delimitare l’ambito di intervento e verificare il risultato.

Anche in questi casi, però, una decisione sbagliata può produrre conseguenze importanti: interruzioni operative, vulnerabilità informatiche o accessi concessi alle persone sbagliate.

Autonomia non significa assenza di regole

La prossima fase dell’intelligenza artificiale sarà caratterizzata dagli agenti: sistemi capaci di perseguire un obiettivo, organizzare una sequenza di azioni e utilizzare autonomamente diversi strumenti.

È un’evoluzione molto diversa dalla semplice generazione di un testo o di un’immagine. Un agente può intervenire sui processi aziendali, modificare dati, inviare comunicazioni o prendere decisioni operative.

Per questo motivo l’autonomia non può essere interpretata come assenza di controllo.

Le aziende dovranno definire che cosa il sistema possa fare da solo, quali azioni richiedano un’approvazione e quali debbano restare esclusivamente umane. Saranno inoltre necessari registri delle operazioni, possibilità di interrompere il processo e responsabilità chiaramente attribuite.

La fiducia si costruisce con la trasparenza

Secondo Oliver Steil, CEO di TeamViewer, la prossima fase dell’adozione sarà guidata dalla fiducia. Le imprese non avranno successo affidando all’intelligenza artificiale un potere illimitato, ma costruendo sistemi sicuri, trasparenti e responsabili all’interno di confini definiti.

La trasparenza non riguarda soltanto il funzionamento tecnico. Un lavoratore deve sapere quando sta interagendo con un sistema automatico, quali dati vengono utilizzati e chi risponde delle conseguenze.

Deve inoltre poter contestare una decisione e chiedere l’intervento di una persona.

La fiducia non si ottiene chiedendo ai dipendenti di credere nella tecnologia. Si costruisce mostrando che esistono controlli, competenze e procedure capaci di proteggerli.

La formazione non può limitarsi ai comandi

Molti programmi aziendali di formazione sull’AI si concentrano sul modo in cui utilizzare gli strumenti: come scrivere un prompt, generare una presentazione o riassumere un documento.

Sono competenze utili, ma non sufficienti.

Occorre insegnare anche come verificare una risposta, proteggere le informazioni riservate, individuare i pregiudizi nei risultati e scegliere quando non utilizzare l’intelligenza artificiale.

Il vero lavoratore “AI-ready” non è quello che delega tutto. È quello che sa decidere che cosa delegare, controllare l’esecuzione e assumersi la responsabilità del risultato finale.

L’uomo non deve diventare il correttore dell’AI

Esiste infine un rischio organizzativo: trasformare le persone in semplici supervisori della produzione automatica.

Se il lavoratore impiega una parte crescente del proprio tempo a correggere errori generati dai sistemi, l’AI non sta realmente migliorando il lavoro. Sta soltanto spostando l’attività dalla produzione al controllo.

La tecnologia dovrebbe invece liberare spazio per le decisioni, le relazioni, la creatività e la comprensione dei problemi: tutte le aree nelle quali l’esperienza umana continua a offrire un contributo decisivo.

Il 71% di utilizzo quotidiano dimostra che l’intelligenza artificiale ha già superato la fase della curiosità. Il 62% che richiede una supervisione umana ricorda però che l’adozione non equivale alla fiducia.

La sfida non è scegliere tra persone e tecnologia. È costruire un’organizzazione nella quale l’AI possa agire rapidamente senza rendere invisibile la responsabilità umana.


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