Alcide De Gasperi è stato un uomo politico dotato di capacità profetiche. Nessun altro leader del suo tempo ha avuto una vita così intensa ed imprevedibile. La sua grandezza non si misura solo con quello che ha fatto come statista ma soprattutto per la testimonianza che ci ha offerto. Come gli antichi profeti ha indicato una strada ed un metodo politico che vanno oltre la sua stessa esistenza. Ha accettato di mettersi alla guida del suo popolo senza garanzie ed esitazioni portando l’Italia fuori dal deserto in cui la democrazia si era smarrita, ha lavorato con grande pazienza al progetto dell’Unione Europea per la pace e della pace. Dalle ceneri del Partito Popolare dí Luigi Sturzo ha creato un grande partito di ispirazione cristiana. La DC di De Gasperi fu molto più di un partito: fu il motore della rinascita italiana dopo la seconda guerra mondiale ed il perno della conversione democratica di un paese.
La spiritualità ha permeato tutta la vita di De Gasperi che ha conosciuto la sconfitta, il carcere, il dolore ma anche la vittoria della libertà, della dignità e della democrazia alimentata da una fede autentica e profonda che gli ha permesso di essere un cittadino ed uno statista degno del Vangelo. Ringrazio don Antonio Savona, parroco della cattedrale e vicario della diocesi di Potenza, che con questo articolo sublime ci parla della fede, dell’uomo politico e della santità di Alcide De Gasperi.
Vengo da un paese nel quale il nome di Alcide De Gasperi, per la generazione che mi ha preceduto, non apparteneva soltanto ai libri di storia. Era legato anche a un ricordo: De Gasperi era stato a Tramutola. A ricordarmelo era soprattutto mia madre, che tornava volentieri a raccontare quella visita, come accade con gli avvenimenti che entrano nella memoria di una comunità e finiscono per diventare parte della propria storia.
Negli ultimi tempi quel ricordo mi è tornato alla mente per una circostanza particolare. Il 28 febbraio 2025, nel Palazzo Apostolico Lateranense, si è conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Alcide De Gasperi. Gli atti sono stati trasmessi al Dicastero delle Cause dei Santi.
La notizia suscita quasi uno straniamento: De Gasperi verso gli altari. Siamo abituati a incontrarlo nelle fotografie in bianco e nero dell’Italia del dopoguerra, negli anni della ricostruzione, nelle aule parlamentari, nel sogno di un’Europa capace di superare le guerre che l’avevano insanguinata. E invece il cammino ecclesiale intrapreso sulla sua figura invita a spostare lo sguardo: che cosa c’era dietro l’uomo pubblico? Da dove veniva la forza interiore con cui attraversò il potere, le sconfitte, la prigione, il consenso e infine anche l’abbandono della scena politica?
Non si tratta, evidentemente, di mettere un’aureola a una stagione politica. La domanda è un’altra: come ha vissuto da cristiano quell’uomo mentre faceva politica?
Una risposta preziosa viene dalla figlia Maria Romana De Gasperi. Cercando di comprendere che cosa avesse sostenuto suo padre in una vita tanto difficile, ella parla dell’«amore per il prossimo contro ogni logica», dell’amore per il bene, per il lavoro compiuto al suo servizio e, alla radice di tutto, dell’amore per il Signore. Fino a consegnarci forse la definizione più semplice della spiritualità politica del padre: la politica «era il suo modo di amare».
La fede come modo di stare nella storia
La fede di De Gasperi non fu una dimensione privata accanto alla sua attività pubblica e neppure un repertorio di principi religiosi da trasformare automaticamente in decisioni politiche. Fu qualcosa di più radicale: un modo di stare nella storia.
Già in uno scritto giovanile interpretava il comando della Genesi — crescere, moltiplicarsi, sottomettere la terra — come un «comandamento sociale e di cultura»: non rinchiudersi nel proprio «microcosmo individuale», ma dedicare le proprie cure alla collettività. Dio non sottrae l’uomo alla terra, gliela affida. La politica può allora diventare una delle forme attraverso le quali il credente risponde a quell’affidamento.
È in questa luce che si comprende l’affermazione della figlia: la politica era il suo modo di amare.
Amare, per un uomo investito di responsabilità pubbliche, significava assumere il peso del reale: il lavoro, la povertà, la ricostruzione di un Paese devastato, la riconciliazione tra popoli che si erano combattuti, la costruzione di istituzioni capaci di sopravvivere agli uomini che le avevano fondate. Anche la carità può assumere la forma delle istituzioni quando crea condizioni nelle quali persone che non conosceremo mai possano vivere meglio.
“Posso essere occhio, ma non sono luce”
Tra le carte di De Gasperi sono stati ritrovati piccoli appunti spirituali scritti nei luoghi più impensati: sulla carta intestata della Presidenza del Consiglio, su quella del Ministero degli Esteri, su fogli provenienti dalla prigione. Quasi che il dialogo con Dio irrompesse dentro le occupazioni dell’uomo politico.
Su uno di questi fogli si legge: «Domine, ego lumen non sum: oculos esse possum, sed lumen non sum». Posso essere occhio, ma non sono la luce.
È difficile immaginare una preghiera più adatta a un uomo che esercita il potere. Chi governa deve guardare, comprendere, discernere, decidere, deve assumersi la responsabilità di vedere, ma non può pensare di essere la luce. Nessun incarico, neppure il più alto, rende un uomo padrone della verità.
Forse proprio questa consapevolezza permetteva a De Gasperi di vivere insieme azione e interiorità. In un’altra preghiera arrivava a dire: «Prega tu nel mio lavoro e in tutta la donazione di me stesso». Non era la sostituzione della preghiera con l’attivismo, ma la percezione che la giornata consegnata al bene comune potesse diventare essa stessa materia del dialogo con Dio.
Questa interiorità gli consentiva anche di non trasformare la fede in uno strumento di dominio. Scrivendo a un amico di convinzioni diverse dalle sue, mentre vorrebbe parlargli della speranza cristiana, si arresta: «Mi fermo sulla soglia della sua coscienza». La fede può formare profondamente la coscienza di chi governa senza autorizzarlo a impossessarsi della coscienza degli altri.
“Soltanto utile”
Ma forse il punto più alto della spiritualità di De Gasperi si trova alla fine.
L’uomo che aveva guidato governi, incontrato capi di Stato e partecipato alle grandi decisioni del suo tempo si trova progressivamente spogliato di tutto. Maria Romana racconta una confidenza del padre negli ultimi giorni. De Gasperi guarda dalla sua stanza i raggi del sole tra gli alberi e riflette sul modo singolare con cui Dio conduce l’esistenza. Il Signore, dice, ti fa lavorare, ti permette di fare progetti, ti dà energia. Poi, proprio quando cominci a pensare di essere necessario, quasi indispensabile all’opera alla quale hai dedicato la vita, ti toglie tutto. E allora comprendi: sei soltanto utile, non indispensabile, utile.
Essere utili significa spendersi completamente, sapere di non essere indispensabili significa restare liberi. È il contrario della tentazione che accompagna ogni responsabilità: identificare progressivamente l’opera con sé stessi, fino a pensare che senza di noi nulla possa continuare.
De Gasperi arriva invece alla libertà di lasciare incompiuto. Arriva un momento nel quale bisogna consegnare ad altri ciò che si è iniziato e poter dire: «Adesso ho fatto tutto ciò che era in mio potere, la mia coscienza è in pace».
Forse è proprio qui che la domanda sulla santità di un uomo politico acquista il suo significato più profondo. Non si tratta di consacrare religiosamente una determinata esperienza politica, ma di domandarsi se sia possibile attraversare cristianamente il potere senza lasciarsi possedere dal potere, assumere fino in fondo la responsabilità per la città degli uomini sapendo che nessuno di noi ne è il salvatore.
Da ragazzo ascoltavo la storia di un Presidente del Consiglio che era arrivato nel mio paese. Oggi, dietro quell’uomo pubblico, intravedo un uomo che, mentre gli altri vedevano come il Presidente, continuava a sapere di non essere la luce, uno che aveva fatto della politica il proprio modo di amare e che, alla fine, aveva imparato persino a riconoscersi soltanto utile.
Quando non ci furono più governi da guidare, discorsi da pronunciare, progetti da difendere o opere da terminare, rimase ciò che era stato all’origine di tutto. Maria Romana racconta che le sue ultime parole furono soltanto: «Gesù, Gesù».
L’uomo che aveva trascorso la vita dentro la storia moriva pronunciando il nome nel quale aveva segretamente custodito tutta la storia.
E mi piace pensare che anche quel giorno in cui arrivò a Tramutola — il giorno rimasto così vivo nella memoria di mia madre — fosse soltanto una piccola tappa, quasi dimenticata dalla grande storia, del viaggio di un uomo che aveva scelto di stare fino in fondo nella città degli uomini senza smettere di cercare la città di Dio.



Don Antonio Savone
Vicario episcopale dell’Arcidiocesi di
Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo
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Peppino Molinari
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