Roma, 19 agosto 2026 – Nick Kyrgios lo aveva scritto lui stesso, tempo fa, quasi come una rivendicazione: nessun test antidroga mai fallito, “be proud”, sii orgoglioso. Oggi quella frase gli si ritorce contro. Il 19 agosto l’International Tennis Integrity Agency ha reso noto che l’australiano è risultato positivo alla benzoilecgonina, un metabolita della cocaina, in un controllo effettuato il 22 giugno scorso durante l’Atp 250 di Maiorca. La sospensione provvisoria è scattata il 4 agosto, dopo che il laboratorio accreditato dalla Wada aveva confermato l’esito il 17 luglio. Kyrgios ha scelto di anticipare la notizia sui social, prima ancora del comunicato ufficiale: ha parlato di un “errore gravissimo”, assumendosene la responsabilità, e ha annunciato un periodo di 28 giorni lontano dai social e dalla vita pubblica. Da quel momento non può giocare, allenarsi né presenziare ad alcun evento organizzato da Atp, Wta o dalle federazioni internazionali. Ha diritto a un ricorso contro la sospensione provvisoria, ma finora non lo ha presentato. È l’ultimo, clamoroso capitolo di una carriera che avrebbe potuto scriversi in modo completamente diverso. Perché il tennis, quello vero, quello dei colpi impossibili, Kyrgios lo sa fare eccome.

Il predestinato che non è mai diventato numero uno

Nato a Canberra nel 1995 da padre greco e madre malese, di sangue nobile per parte materna, Kyrgios si impone giovanissimo: junior numero uno al mondo, campione agli Australian Open juniores 2013, poi la wild card per Wimbledon 2014 dove, appena diciannovenne e ranking 144, elimina agli ottavi il numero uno del mondo Rafael Nadal. È il big bang del suo talento: insieme a Lleyton Hewitt, resta l‘unico tennista ad aver battuto Federer, Nadal e Djokovic al primo confronto in carriera.

Nel 2016 tocca il best ranking, tredicesimo del mondo. Vince sette titoli Atp in singolare – tra cui Marsiglia, Acapulco, Washington (due volte) – e conquista il suo unico trofeo Slam nel doppio agli Australian Open 2022, in coppia con l’amico Thanasi Kokkinakis, i “Special Ks”, primi wild card della storia a vincere lo Slam di casa. Pochi mesi dopo arriva l’apice: la finale di Wimbledon 2022, persa contro Novak Djokovic, raggiunta da numero 40 del mondo dopo il ritiro per infortunio di Nadal in semifinale. Un percorso comunque segnato da liti ed eccessi, come sempre nella sua storia. Numeri importanti, ma lontanissimi da quelli che il suo tennis, esplosivo e imprevedibile, sembrava promettere. In mezzo, infortuni cronici a ginocchio e polso che negli ultimi tre anni e mezzo lo hanno tenuto lontano dai campi quasi ininterrottamente: appena otto match di singolare disputati dal 2023 a oggi.

Nick Kyrgios e Thanasi Kokkinakis (Ansa)

Le “mattate”, le liti, i conti con la giustizia sportiva

Il campo, per Kyrgios, è sempre stato anche un palcoscenico di intemperanze. Nel 2016 l’Atp lo squalifica per otto settimane e lo multa di 25mila dollari per scarso impegno e comportamento antisportivo in un match a Shanghai. Nel 2019 arriva la sanzione più pesante della sua carriera: 113mila dollari a Cincinnati, dopo una partita in cui distrugge due racchette, insulta l’arbitro e sputa in direzione del pubblico. Lo stesso anno lancia una sedia in campo al Foro Italico, con conseguente multa e annullamento dei punti conquistati. Nel 2022, durante un ottavo di finale perso proprio contro Jannik Sinner a Miami, colleziona quattro distinte sanzioni per un totale di 35mila dollari, tra abuso verbale, condotta antisportiva e oscenità udibili: nel dopo partita se la prende con gli arbitri del circuito, sostenendo che chiunque potrebbe svolgere il loro mestiere. A Wimbledon 2022, nel pieno della sua corsa fino alla finale, viene multato per aver sputato verso uno spettatore giudicato “irrispettoso”.

Nick Kyrgios durante il doppio del torneo di Brisbane (Ansa)

Nick Kyrgios durante il doppio del torneo di Brisbane (Ansa)

Multe per mezzo milione di dollari

Complessivamente, secondo i conteggi della stampa specializzata, le multe incassate in carriera superano il mezzo milione di dollari: lui stesso, in più occasioni, le ha definite in parte ingiuste, paragonandole a sanzioni ben più basse comminate ad altri per episodi più gravi, come quella da 5mila euro a Denis Shapovalov per aver colpito involontariamente un occhio dell’arbitro con una pallina, in Coppa Davis, causandogli un intervento chirurgico. Fuori dal campo, la vicenda più seria riguarda l’ex fidanzata Chiara Passari, di origini italiane. Nel febbraio 2023 Kyrgios si dichiara colpevole davanti al tribunale di Canberra per averla spinta a terra durante una lite, nel gennaio 2021, provocandole un’escoriazione al ginocchio e un dolore alla spalla. Il giudice Beth Campbell non registra però una condanna, definendo l’episodio “un atto isolato di stupidità” privo di premeditazione. Nel corso del processo lo psicologo di Kyrgios testimonia di gravi episodi di depressione, pensieri autolesionistici e un uso di alcol e droghe come meccanismo di compensazione, poi affrontato in terapia. Lo stesso tennista, negli anni, è tornato più volte pubblicamente sul tema della salute mentale e delle proprie fragilità, così come su alcune uscite personali fuori dal campo – dalle dichiarazioni sulle teorie del complotto alle vicende sentimentali finite sui tabloid – che ne hanno consolidato l’immagine di personaggio ingombrante e imprevedibile, tanto quanto il suo tennis.

AFP

Sinner e Kyrgios in una foto del 2022 a Miami (Afp)

Il fronte aperto con Sinner

Proprio la sua propensione alla polemica ha fatto di Kyrgios, negli ultimi due anni, uno dei critici più duri di Jannik Sinner. Tutto nasce il 20 agosto 2024, quando un tribunale indipendente scagiona l’azzurro dalla positività al Clostebol riscontrata due volte nella primavera di quell’anno, riconoscendo la contaminazione accidentale legata a uno spray usato dal fisioterapista del team per curare una ferita. Kyrgios reagisce immediatamente sui social, giudicando “ridicola” la vicenda e sostenendo che una doppia positività a uno steroide avrebbe dovuto comportare due anni di squalifica, non un’assoluzione. Da lì una serie ininterrotta di attacchi, culminati nel patteggiamento che nella primavera 2025 costa comunque a Sinner tre mesi di stop concordati con la Wada. A dicembre 2024 l’australiano accosta il caso a quello di Iga Swiatek, parlando di una “mancanza di integrità nelle istituzioni” del tennis. Nell’ottobre 2025, ospite del podcast Unscripted, torna sull’argomento sostenendo che l’Atp abbia “protetto” Sinner durante la vicenda, arrivando a tirare in ballo anche la nazionalità italiana di parte dei vertici del circuito. Sinner, dal canto suo, non ha mai risposto pubblicamente alle provocazioni. È un’ironia che la sospensione per cocaina non ha fatto che amplificare: proprio l’uomo che per mesi ha chiesto rigore assoluto sul doping, accusando il sistema di aver protetto il numero uno del mondo, si trova ora dall’altra parte della barricata, in attesa di decidere se presentare ricorso o accettare la sanzione. Il finale della sua storia con il tennis, professionalmente già segnato da infortuni e ritiro sempre più vicino, resta appeso a un contraddittorio che promette di far discutere ancora a lungo.


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