Hai mai guardato negli occhi un terrorista? Io l’ho fatto. E posso dire una cosa che forse sorprende: non sembrano occhi cattivi. Non c’è necessariamente odio nello sguardo. Non c’è un segno particolare che permetta di riconoscere chi ha scelto la violenza, chi ha accettato l’idea che un uomo possa essere sequestrato o ucciso in nome di un’ideologia. Questa è una delle cose che più profondamente mi sono rimaste dentro degli anni in cui, per il mio lavoro nella Polizia di Stato, conobbi da vicino il terrorismo. Erano gli anni delle Brigate Rosse, della Colonna veneta, Alfredo Albanese, Giuseppe Taliercio. Nomi che oggi appartengono alla storia del nostro Paese, ma che allora, per noi, non erano storia. Erano fatti che accadevano. Erano telefoni che squillavano, indagini, pedinamenti, interrogatori, rapporti da leggere, informazioni da verificare, decisioni da prendere. Erano giornate interminabili e notti senza sonno. Ed erano soprattutto uomini. Alfredo Albanese, funzionario di Polizia, assassinato a Mestre dalle Brigate Rosse. Un servitore dello Stato che, nella logica terroristica, aveva cessato di essere un uomo ed era diventato un “obiettivo”.

E poi Giuseppe Taliercio, direttore del Petrolchimico di Porto Marghera, sequestrato dalle Brigate Rosse nel 1981. Di quella vicenda ricordo ancora particolari apparentemente insignificanti, come quel carrello portapacchi. Sono strani i meccanismi della memoria. Passano gli anni, sfumano date e circostanze, e invece un oggetto rimane lì, nitido, quasi fosse stato fotografato dalla mente. Taliercio rimase prigioniero 46 giorni. Quarantasei giorni.

Oggi bastano due parole per raccontarli. Ma proviamo a pensare che cosa significhino quarantasei giorni per un uomo che non sa se rivedrà la luce da uomo libero. E che cosa significhino per una moglie, per i figli, per chi ogni mattina si sveglia sperando in una notizia e ogni sera deve convivere ancora con la paura. Alla fine, Taliercio fu ucciso. Poi ci fu un altro sequestro destinato a entrare nella storia del terrorismo italiano: quello del generale americano James Lee Dozier, vicecomandante delle forze terrestri della NATO nell’Europa meridionale.

Le Brigate Rosse lo sequestrarono a Verona il 17 dicembre 1981. Fu un colpo clamoroso. Un alto ufficiale americano della NATO rapito in Italia significava che il terrorismo italiano assumeva una dimensione e una risonanza internazionale. Anche quella vicenda entrò nella mia esperienza professionale. Ricordo le indagini, il lavoro incessante, le informazioni raccolte e verificate, la necessità di ricomporre elementi che, presi singolarmente, potevano sembrare insignificanti. È questo, del resto, il lavoro investigativo: unire frammenti fino a quando quei frammenti cominciano a raccontare una storia. Furono settimane di lavoro febbrile.

Poi, il 28 gennaio 1982, dopo 42 giorni di prigionia, Dozier venne individuato e liberato a Padova con un’operazione dei reparti speciali della Polizia. Questa volta l’ostaggio tornò vivo alla libertà. E per chi aveva partecipato, direttamente o indirettamente, a quel lungo lavoro investigativo, non era soltanto il successo di un’operazione di polizia. Era la dimostrazione che lo Stato poteva vincere senza rinunciare a essere Stato.

Poteva combattere il terrorismo con l’intelligenza, con l’indagine, con il coraggio dei suoi uomini e con gli strumenti della legge. Non aveva bisogno di trasformarsi nel proprio nemico. Ripensando oggi a Taliercio e a Dozier, mi colpisce inevitabilmente il diverso epilogo. Due uomini sequestrati. Due uomini privati della libertà e trasformati in strumenti di una strategia terroristica. Uno non tornò a casa. L’altro sì. Dietro queste due storie ci sono il dolore e la speranza, la sconfitta e il successo, ma soprattutto c’è il valore enorme della vita umana. Eppure, accanto ai morti, ai sequestri, alle indagini e alla violenza di quegli anni, conservo anche un altro ricordo. Un ricordo molto diverso. Le lunghe notti trascorse a parlare con uno dei terroristi. All’inizio eravamo, inevitabilmente, su due fronti opposti.

Io ero un funzionario dello Stato. Lui apparteneva a quel mondo che lo Stato combatteva. Avremmo dovuto essere semplicemente nemici. E invece cominciammo a parlare. E continuammo a parlare. Per ore. Per notti intere. Della politica, certamente. Della violenza, delle scelte compiute, dello Stato, delle ragioni che lui riteneva di avere e di quelle che io gli opponevo. Ma, a un certo punto, quando una conversazione dura abbastanza a lungo, le categorie cominciano a non bastare più. Dietro il terrorista cominciavo a vedere l’uomo. E probabilmente anche lui, dietro il funzionario di Polizia, cominciava a vedere un uomo. Accadde così qualcosa che ancora oggi, a distanza di tanti anni, mi sorprende quando ci penso. Quello che era stato un nemico divenne, incredibilmente, quasi un amico. “quasi”, naturalmente.

Perché l’amicizia non cancella la storia, non modifica le responsabilità, non trasforma il male in bene. Comprendere un uomo non significa giustificare ciò che ha fatto. Questa distinzione è fondamentale. Ma quelle notti mi insegnarono qualcosa che nessun manuale di diritto, nessun rapporto di polizia e nessuna sentenza avrebbero potuto insegnarmi nello stesso modo: un uomo non può essere ridotto soltanto al male che ha compiuto.

Forse è proprio per questo che, quando qualcuno mi chiede che cosa ricordi dei terroristi che ho conosciuto, penso innanzitutto ai loro occhi. Non sembravano occhi cattivi. Ed è una constatazione che inquieta. Noi abbiamo bisogno di immaginare il male con un volto riconoscibile. Vorremmo che il cattivo avesse lineamenti diversi dai nostri, uno sguardo feroce, qualcosa che ci consentisse immediatamente di dire: quello è il male.

Ma la vita mi ha insegnato che non è così. Hannah Arendt, assistendo al processo ad Adolf Eichmann, elaborò la celebre espressione della “banalità del male”. Non perché il male sia banale nelle sue conseguenze — non lo è mai — ma perché può essere compiuto da persone che non hanno necessariamente l’aspetto dei mostri. Ed è proprio questo che fa paura. Il male può avere un volto normale. Può avere una famiglia. Può essere intelligente. Può parlare con calma.

Può persino essere capace, in altri momenti della propria esistenza, di sentimenti autenticamente umani. Allora la domanda diventa inevitabile: che cosa accade dentro un uomo perché arrivi a uccidere un altro uomo in nome di un’idea? Credo che il primo passo sia sempre la disumanizzazione.

Prima di colpire una persona bisogna smettere di vederla come persona. Alfredo Albanese non è più Alfredo Albanese. Giuseppe Taliercio non è più Giuseppe Taliercio. James Lee Dozier non è più un uomo, un marito, un padre. Aldo Moro non è più Aldo Moro. Il poliziotto non è più un uomo con una moglie e dei figli. Il magistrato non è più un uomo. Diventano tutti “obiettivi”. E credo che “obiettivo” sia una delle parole più terribili del vocabolario del terrorismo. Perché un obiettivo si può colpire. Un uomo, se continui veramente a guardarlo negli occhi, è molto più difficile da uccidere.

È una lezione che vale ben oltre gli anni di piombo. La ritroviamo nelle diverse forme del terrorismo internazionale, nelle guerre, nei fanatismi politici e religiosi, ogni volta che qualcuno pretende di possedere una verità così assoluta da poter decidere chi abbia diritto di vivere e chi debba morire. Cambiano le bandiere. Cambiano le ideologie. Cambiano le parole d’ordine.

Ma il meccanismo è terribilmente simile: togliere un volto all’altro. Forse proprio le mie notti a parlare con lui mi hanno insegnato il contrario.


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Italo D’Angelo

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