A poche settimane dalla riapertura a Lisbona del Museo Calouste Gulbenkian dopo un importante intervento di restauro che lo ha riportato all’assetto originario del 1969, incontriamo il suo nuovo direttore, Xavier F. Salomon, per approfondire la visione che guiderà il museo nei prossimi anni.
Nato a Roma e cresciuto tra l’Italia e il Regno Unito, Salomon si è formato nel panorama museale londinese, lavorando al British Museum e alla National Gallery, prima di diventare, nel 2006, Arturo and Holly Melosi Chief Curator della Dulwich Picture Gallery. Dal 2011 ha proseguito la sua carriera a New York, dapprima al Metropolitan Museum of Art e, dal 2014, alla Frick Collection. Qui, in qualità di Deputy Director e Peter Jay Sharp Chief Curator, tra le altre cose, ha supervisionato il progetto di rinnovamento delle gallerie, seguendo il temporaneo trasferimento della collezione nel Breuer Building e il successivo ritorno nella storica sede del museo sulla Fifth Avenue, riaperta al pubblico nell’aprile 2025. Nominato direttore del Museo Calouste Gulbenkian all’inizio del 2026, Salomon porta a Lisbona l’esperienza maturata alla Frick. Con lui abbiamo parlato del rapporto tra identità storica e contemporaneo, delle sfide che attendono il Gulbenkian e del ruolo del museo nel panorama culturale europeo. Ma anche di libri, viaggi e della curiosità come motore del lavoro curatoriale.
Intervista a Xavier F. Salomon, direttore del Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona
Dopo quindici anni a New York sei tornato in Europa per assumere la direzione del Museo Calouste Gulbenkian. Qual è l’esperienza più importante che porti con te da quel percorso?
Gran parte dei miei anni a New York è coincisa con il grande progetto di rinnovamento e ampliamento della Frick Collection: sono arrivato all’inizio di quel percorso e l’ho seguito passo dopo passo. È un progetto di cui sono particolarmente orgoglioso e che si è rivelato fondamentale per il mio nuovo incarico. Qui a Lisbona mi sono ritrovato ad affrontare una versione ridotta della stessa esperienza: sono arrivato quando il restauro era già avviato e l’ho seguito fino alla riapertura di oggi. Naturalmente si tratta di istituzioni molto diverse, con collezioni, architetture e storie differenti, ma aver vissuto un processo analogo solo un anno e mezzo prima mi ha aiutato enormemente.
Uno degli aspetti più interessanti di quel progetto è stato il trasferimento temporaneo della collezione della famiglia Frick nel Breuer Building, progettato da Marcel Breuer.
Con la chiusura della Frick per i lavori di ristrutturazione, era impensabile lasciare la collezione inaccessibile per cinque anni. Mi è allora venuta l’idea di prendere in affitto dal MET il Breuer Building: trasferire una collezione di arte rinascimentale e barocca in un edificio degli anni Sessanta in cemento armato era una sfida estremamente stimolante. Tra i riferimenti a cui guardammo, il Gulbenkian fu fondamentale. Per questo considero quasi circolare il percorso che mi ha portato qui: ho guardato al Gulbenkian per ripensare la Frick e oggi mi trovo a ripensare il Gulbenkian stesso. È una parabola che trovo particolarmente interessante.

Restaurare il moderno. Le sfide architettoniche del Museo Calouste Gulbenkian secondo il suo direttore
Veniamo al Museo Gulbenkian. L’intervento di restauro dell’edificio, affidato agli architetti Frédéric Ladonne e Teresa Nunes da Ponte e da te supervisionato, ha coniugato l’esigenza di migliorare l’esperienza di visita con la valorizzazione dell’identità originaria del museo. Quali sono state le ragioni di questo approccio?
Uno degli insegnamenti più importanti che ho portato con me dalla Frick è il rispetto del carattere dell’istituzione. La Frick è una dimora newyorchese dei primi del Novecento appartenuta a un magnate americano: bisogna preservarne l’identità, dall’illuminazione all’uso dei materiali, fino all’atmosfera complessiva di una casa di quel periodo. Al Gulbenkian ho applicato lo stesso principio. Io magari non sceglierei la moquette per casa mia, ma in un edificio degli anni Sessanta progettato con la moquette non possiamo eliminarla solo perché non corrisponde al nostro gusto personale: fa parte del carattere dell’edificio. Spesso si tende a giudicare questi interventi sulla base del gusto personale – “la moquette non mi piace”, “l’illuminazione non mi convince” – ma non è questa l’ottica con cui si deve restaurare un museo.
E quale dovrebbe essere?
Quando si interviene su una villa storica o un palazzo antico, tutti comprendono la necessità di rispettarne il carattere; con gli edifici del Moderno, invece, questo atteggiamento è più difficile da applicare, perché il nostro rapporto con questa architettura è ancora complesso. Eppure anche questi edifici hanno una storia e meritano di essere compresi e valorizzati.
La tua direzione curatoriale alla Frick si è distinta per l’apertura al contemporaneo, penso in particolare al progetto Living Histories (2021-22), in cui le opere di quattro artisti contemporanei newyorchesi sono entrate in dialogo con quelle della collezione, creando nuovi percorsi di lettura tra passato e presente.
È stato un progetto complesso e, per certi aspetti, sofferto, ma sono estremamente fiero di averlo realizzato. In un’istituzione come la Frick, profondamente legata alla propria identità storica, una mostra di questo tipo ha rappresentato una grande apertura: proponeva una rilettura della collezione attraverso prospettive queer, affrontando temi di identità, genere, desiderio e intimità che oggi molte istituzioni museali considerano parte del proprio programma, ma che alla Frick assumevano un valore quasi pionieristico. Credo che oggi sarebbe molto più difficile da realizzare, perché è nato da una combinazione di condizioni non facilmente replicabili: la presenza di un direttore illuminato e una forte volontà istituzionale di sostenerlo.
Ritroveremo questo approccio anche nella programmazione del Gulbenkian?
All’interno della Fondazione esiste già un museo dedicato all’arte contemporanea, il CAM – Centro de Arte Moderna. Il nostro ambito riguarda soprattutto l’arte precedente al Novecento, mentre il CAM possiede una competenza specifica sul contemporaneo. Ma tra le due istituzioni esiste già una grande sintonia. Il nuovo direttore del CAM [Sérgio Mah, N.d.R.] è una persona molto competente e ci confrontiamo regolarmente. Stiamo iniziando a immaginare progetti comuni e credo che, in futuro, sarà importante rafforzare sempre di più questa collaborazione.
Il nuovo corso del Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona
Oltre al CAM, la Fondazione ha anche un Dipartimento di Musica. Immagini di sviluppare collaborazioni anche con questo?
Assolutamente. Anche il nuovo direttore musicale [Hannu Lintu, N.d.R.] è arrivato qualche mese prima di me. Ci troviamo in una condizione molto stimolante: non siamo isolati all’interno di una singola istituzione, ma operiamo in un ecosistema culturale più ampio. Questo ci permette di costruire insieme un progetto culturale condiviso. È un’opportunità rara. Naturalmente siamo ancora nella fase iniziale: molte idee stanno prendendo forma e non ci sono ancora progetti definitivi, ma è proprio questo a rendere il momento così interessante.
Guardando al futuro del museo, quali ritieni saranno le principali sfide e opportunità?
Vedo due grandi direzioni di lavoro. La prima riguarda l’internazionalità. Sono ancora sorpreso da quante persone, in Europa e nel resto del mondo, mi dicano di non essere mai state a Lisbona. È comprensibile, ma significa anche che dobbiamo valorizzare il ruolo della città e del suo patrimonio museale sulla scena internazionale, accanto alle grandi capitali culturali europee. Lisbona possiede infatti una straordinaria ricchezza culturale. Molti visitatori arrivano per il mare, la gastronomia o il fado, ed è giusto che sia così; ma i musei dovrebbero diventare parte integrante di questa esperienza.
Puoi anticiparci qualche progetto in questa direzione?
Stiamo lavorando con altre istituzioni cittadine e iniziando a sviluppare nuove partnership internazionali. La collezione del Gulbenkian, per la sua natura profondamente internazionale – comprende opere cinesi, giapponesi, egizie e di molte altre culture ancora – offre enormi possibilità di collaborazione. Stiamo già dialogando, per esempio, con il Museo Egizio di Torino per possibili iniziative comuni. Non c’è ancora nulla di definito, ma l’obiettivo è costruire questo tipo di relazioni.
E l’altra sfida?
L’altra sfida riguarda il rapporto con il pubblico locale: il museo deve diventare sempre più accessibile e vicino alla comunità di Lisbona. Purtroppo molti abitanti della città, portoghesi e non solo, non lo frequentano quanto potrebbero. Eppure avere un museo in cui incontrare culture da tutto il mondo rappresenta una straordinaria ricchezza. Dobbiamo far sentire alla comunità locale che il museo è, prima di tutto, un luogo pensato per loro.
Il direttore Xavier F. Salomon si racconta
Come Calouste Gulbenkian, anche tu sei un grande bibliofilo. C’è un volume che ti ha particolarmente colpito all’interno della biblioteca della Fondazione e che avresti voluto aggiungere alla tua collezione?
Nella biblioteca di Gulbenkian ci sono molti antichi cataloghi di musei, in particolare dell’Hermitage e di altre grandi istituzioni, che mi piacerebbe molto avere nella mia collezione. Devo ammettere però che dopo aver trasportato da New York a Lisbona 295 casse di volumi sto cercando, almeno per il momento, di non comprarne altri. Anche se è molto difficile!
Ho letto dei tuoi viaggi in giro per il mondo all’insegna dell’arte. In questi primi mesi in Portogallo hai già avuto occasione di esplorare il territorio? C’è un luogo che ti ha particolarmente colpito?
Sto cercando di viaggiare molto e sto scoprendo un Paese straordinario. C’è un patrimonio artistico di enorme ricchezza. Mi hanno colpito in particolare i palazzi e le chiese dell’Alentejo, davvero magnifici. L’ultima scoperta, però, sono state le Azzorre. La natura è spettacolare e le chiese barocche sono di una bellezza sorprendente. È un mondo atlantico che conoscevo solo in parte e che sto imparando ad apprezzare. Credo che, per un curatore o un direttore di museo, viaggiare sia fondamentale: bisogna continuare a vedere, imparare e scoprire. È lo stesso atteggiamento che cerco di avere anche all’interno del museo. Ogni giorno, esplorando i depositi e le collezioni, emergono nuove scoperte che spero un giorno di poter condividere con il pubblico.
Marta Atzeni
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