Dal mondo del lavoro si esce sempre più tardi e, quando finalmente arriva la pensione, l’assegno è spesso più leggero di quanto ci si aspetterebbe. È la fotografia scattata dal Rendiconto sociale 2025 dell’Inps, che certifica un doppio fenomeno: da un lato l’età media di uscita continua a salire, dall’altro il canale del pensionamento anticipato si va progressivamente restringendo per effetto delle restrizioni introdotte negli ultimi anni, che hanno svuotato Opzione Donna, relegato le Quote a misura ormai residuale e spinto sempre più lavoratori verso la pensione di vecchiaia ordinaria.
L’intero sistema è in contrazione
I numeri raccontano un sistema in contrazione: nel 2025 le pensioni previdenziali liquidate in Italia sono state 834.658, contro le 861.949 del 2024 e le 878.369 del 2022. In tre anni il calo è di 43.711 trattamenti, circa il 5%. Ma è nella composizione di questo dato che si nasconde il cambiamento più significativo: le pensioni anticipate sono passate da 270.798 nel 2022 a 192.157 nel 2025, quasi 79mila in meno, un crollo del 29%. Il Rendiconto certifica anche l’innalzamento dell’età media di pensionamento, salita per le donne da 64,4 a 65,4 anni e per gli uomini da 63,7 a 64,1 anni, mentre resta ampio il divario di genere sugli importi: sulle pensioni di vecchiaia le donne percepiscono assegni inferiori del 45% rispetto ai colleghi uomini.
Quando si va in pensione di vecchiaia
Il governo ha aumentato l’età per accedere alla pensione di vecchiaia: dal prossimo gennaio si potrà lasciare il lavoro a 67 anni e un mese, e dal 2028 la soglia salirà ulteriormente a 67 anni e tre mesi, per effetto dell’adeguamento automatico alla speranza di vita. Nonostante questo allungamento, che in teoria dovrebbe scoraggiare le uscite “normali” a vantaggio di quelle anticipate, accade l’esatto contrario. Un’analisi della Cgil, che elabora i dati dell’osservatorio Inps, mostra come le pensioni anticipate siano diminuite di circa 8mila unità, mentre quelle di vecchiaia siano salite di quasi il 41%, ovvero 38mila in più. A pagare il prezzo più alto di questo riequilibrio sono soprattutto le donne, che rappresentano il 66% del calo delle pensioni anticipate, per effetto diretto del restringimento dei requisiti pensati proprio per l’uscita anticipata femminile.
Le pensioni anticipate
L’Osservatorio previdenza della Cgil, curato da Ezio Cigna, ha analizzato i flussi Inps dei primi semestri dal 2023 al 2026, ricostruendo un ribaltamento progressivo tra le due modalità di uscita. Nel 2023 le pensioni anticipate erano ancora circa 108mila, contro 94mila pensioni di vecchiaia: l’anticipata restava la via prevalente. Nel 2024 il rapporto si è già invertito, con 103mila pensioni di vecchiaia contro poco meno di 100mila anticipate. Nel 2025 il distacco si è allargato ulteriormente, con quasi 118mila pensioni di vecchiaia contro 98mila anticipate. E nel primo semestre del 2026 la forbice si è aperta ancora di più, con 132mila pensioni di vecchiaia contro appena 100mila anticipate. Le pensioni di vecchiaia sono cresciute senza interruzioni: quasi il 10% nel 2024, il 15% nel 2025 e il 12% nei primi mesi del 2026.
Quota 103, da via di fuga a misura sconveniente
A pesare sull’aumento delle uscite per vecchiaia, piuttosto che in anticipo, è il progressivo restringimento delle vie d’uscita prima dell’età ordinaria. La Cgil segnala in particolare come Quota 103 sia stata resa via via meno conveniente rispetto ai requisiti originari, fissati a 62 anni di età e 41 di contributi. Nel corso degli anni la misura è stata modificata più volte: si è passati al calcolo interamente contributivo dell’assegno, all’introduzione di un tetto massimo alla pensione erogata, a finestre di attesa più lunghe tra la maturazione del diritto e l’effettivo pagamento, e a incentivi economici pensati per convincere i lavoratori a restare più a lungo al lavoro invece di uscire. Il risultato, secondo i dati del Rendiconto sociale Inps, è un crollo verticale dei beneficiari: dalle oltre 112mila pensioni con Quota 103 del 2021 si è scesi a poco più di 5.600 nel 2025, un calo di circa il 95%.
Opzione Donna, perché oggi resta accessibile a pochissime
Opzione Donna è la misura previdenziale che, dal 2004, ha permesso alle lavoratrici di andare in pensione anticipatamente accettando il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno, generalmente più penalizzante rispetto al sistema misto o retributivo.
Nella sua versione originaria, più generosa, bastavano 35 anni di contributi e un’età di 58 anni per le dipendenti o 59 per le autonome. Negli anni successivi i requisiti sono stati progressivamente ristretti: per chi ha maturato il diritto tra il 2022 e il 2023, all’anzianità contributiva di 35 anni si è aggiunto l’innalzamento dell’età a 61 anni, riducibile a 59 o 60 in presenza di figli, ma soprattutto l’obbligo di rientrare in una platea molto più circoscritta, composta da caregiver che assistono familiari disabili, lavoratrici con un’invalidità pari o superiore al 74%, oppure donne licenziate o dipendenti di aziende in crisi occupazionale o sottoposte a piani di ristrutturazione. Nel 2026 questo restringimento è arrivato al capolinea: la misura è scaduta il 31 dicembre 2025 e la legge di Bilancio non l’ha prorogata, per cui possono ancora usufruirne soltanto le lavoratrici che avevano già maturato i requisiti entro quella data, mentre per tutte le altre restano solo i canali ordinari, come la pensione anticipata contributiva o quella di vecchiaia. Anche i numeri raccontano questo tracollo: le beneficiarie di Opzione Donna sono passate dalle 26.427 del 2022 alle appena 3.860 del 2025, un calo di circa l’85%.
Meno donne chiedono la pensione anticipata
L’effetto combinato di queste restrizioni si vede chiaramente nei numeri delle pensioni anticipate femminili, scese secondo l’analisi Cgil da circa 36.500 nel 2023 a poco più di 31mila nel 2026: un calo del 14,5%, quasi quattro volte superiore al -4% registrato tra gli uomini nello stesso periodo. Due terzi delle oltre 8mila uscite anticipate perse nel quadriennio riguardano proprio le donne. A pesare, secondo la Cgil, sono le carriere lavorative più discontinue, la maggiore diffusione del part-time e i periodi dedicati alla cura di figli o familiari, elementi che rendono più difficile raggiungere i 41 anni e 10 mesi di contributi richiesti dalla pensione anticipata ordinaria femminile, a cui si somma la stretta quasi totale su Opzione Donna. Per il sindacato, questo scenario dimostra che “l’erosione della flessibilità” nell’accesso alla pensione non è affatto neutrale rispetto al genere, ma colpisce in modo sproporzionato le lavoratrici.
Pubblico impiego: pensioni di vecchiaia in forte aumento
Uno dei comparti in cui il ribaltamento tra pensioni anticipate e di vecchiaia è più marcato è il pubblico impiego. Qui le uscite per vecchiaia sono passate da circa 7.500 a quasi 14mila nel giro di quattro anni, un aumento dell’84%, mentre le pensioni anticipate sono crollate da oltre 20mila a 14mila, un calo del 31%. Il rapporto tra le due modalità si è letteralmente ribaltato: nel 2023 si contavano 271 pensioni anticipate ogni cento pensioni di vecchiaia, oggi appena 101, da un rapporto di quasi tre a uno a un sostanziale pareggio.
Le regole di oggi per la pensione anticipata
Allo stato attuale, la pensione anticipata ordinaria si può richiedere con 42 anni e 10 mesi di contribuzione per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, indipendentemente dall’età anagrafica raggiunta. Per chi ha iniziato a lavorare dal 1° gennaio 1996, e quindi rientra interamente nel sistema contributivo, esiste anche la pensione anticipata contributiva, richiedibile al compimento dei 64 anni a condizione che l’importo maturato sia pari ad almeno tre volte l’assegno sociale. Chi non raggiunge questa soglia economica resta escluso da questa finestra d’uscita. Per le lavoratrici madri il requisito è più morbido: la soglia scende a 2,8 volte l’assegno sociale in presenza di un figlio e a 2,6 volte con due o più figli, un correttivo che però non basta, secondo i dati Cgil, a colmare il divario di genere che continua a caratterizzare l’accesso al pensionamento anticipato in Italia.
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