Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Giovanni Boccoli che visse al Villaggio Cagnola della Rasa di Varese dal 1964 al 1968. Il suo racconto vuole coprire un buco sul web della storia di questo luogo dal quale passarono tanti ragazzi come lui. Spesso, anche su Varesenews, abbiamo raccontato dell’utopia pedagogica portata avanti da Sergio Rossi e da sua moglie Rosina negli anni ’50 ma la storia raccontata spesso si interrompe al 1963, anno in cui quell’esperienza si concluse. Ma per il Villaggio Cagnola e per molti giovani ci fu anche un dopo, meno noto e appariscente.

Se cercate su Internet il “Villaggio Sandro Cagnola alla Rasa di Varese”, troverete un’infinità di pagine dedicate agli anni ’50. Leggerete dell’utopia pedagogica di Sergio Rossi e Rosina Lama, della loro “Repubblica dei ragazzi”, dell’autogoverno. Poi, l’attivismo e la memoria sembrano interrompersi nei primi anni ’60. Per i motori di ricerca, dopo quella data, il Villaggio sembra caduto nel nulla.

Ma io alla Rasa ci sono stato dal 1964 al 1968. Quattro anni interi, nel pieno della mia adolescenza, tra gli 11 e i 14 anni.

Scrivo questa lettera perché voglio che rimanga memoria del fatto che gli anni ’60 ci sono stati. Non sono una nebbia vuota. C’è stato qualcosa di reale, di molto diverso dal decennio precedente, ma c’è stato. E i ragazzi che c’erano sotto la gestione di Sergio Rossi erano esattamente gli stessi ragazzi della mia epoca: stessi bisogni, stesse fragilità, stessa età. A essere cambiata radicalmente, invece, era la situazione gestionale.

Dopo il periodo d’avanguardia del dopoguerra, la struttura passò sotto la gestione totale e diretta del Comune di Milano. Diventò un’istituzione assistenziale standard, laica, quadrata. Una vita che l’amministrazione voleva normale e silenziosa, e che oggi il web ignora con un’alzata di spalle perché la “normalità burocratica” non fa notizia e non produce saggi universitari.

In quegli anni il Villaggio era guidato da un direttore stabile, che sentiva il peso e la responsabilità della nostra educazione, affiancato da giovani assistenti universitari milanesi che cambiavano continuamente, isolati in quel parco splendido ma lontano da tutto. La vera continuità quotidiana era data dal personale locale della cucina e delle pulizie, persone della Rasa o dei paesi vicini che timbravano il cartellino e la sera tornavano a casa.

Provenendo da collegi religiosi rigidi e chiusi, la prima cosa che mi colpì della Rasa fu lo spazio: avevamo a disposizione una collina, lo spazio sembrava quasi infinito. Eppure, la gestione burocratica di quel decennio creava cortocircuiti profondi con la vita di noi ragazzi.

In quattro anni si vivono migliaia di storie, ma un frammento in particolare fotografa quel sistema. Un pomeriggio, giocando sulla collina, due ragazzi fecero rotolare e rompere un grosso manufatto di cemento industriale destinato alle fognature. Eravamo alla vigilia della gita dell’anno, un viaggio in pullman di tre giorni per tre intere classi. Il direttore ci radunò e usò l’arma della punizione collettiva e del ricatto morale: “O salta fuori il nome o la gita viene annullata”, invitandoci anche alla delazione segreta nel suo ufficio.

Il muro di silenzio e di lealtà tra noi ragazzi tenne duro, nessuno parlò. Ma i due responsabili non ebbero il coraggio di farsi avanti per sacrificarsi e salvare i compagni, e la direzione applicò freddamente la punizione: la gita fu annullata. Fu una decisione assurda. Un pezzo di cemento povero aveva un valore economico ridicolo rispetto al costo di un viaggio di tre giorni per decine di ragazzi. Annullando la gita, il Comune ottenne un enorme risparmio economico a spese della nostra unica felicità, lasciando il cemento rotto sul prato. Negli anni ’50, sotto l’autogoverno, i ragazzi avrebbero risolto il danno responsabilizzandosi e riparandolo con il lavoro nei laboratori interni, senza ricatti sulla pelle degli innocenti. Negli anni ’60, la burocrazia preferì la via della punizione sterile.

Quella pressione disciplinare era così totalizzante da condizionare persino le nostre emozioni più intime. Ricordo quando, anni prima in un collegio di suore, la superiora entrò in classe e annunciò a bruciapelo a una bambina, davanti a tutti i compagni schierati in piedi, che sua madre era appena morta in un incidente. Una freddezza assoluta. Alla Rasa, la morte mi toccò personalmente. Durante la ricreazione venni chiamato d’urgenza nell’ufficio del direttore. Camminai verso la presidenza con il terrore di aver combinato qualcosa, aspettandomi il peggio: un castigo, un’ingiustizia. Quando entrai, il direttore mi comunicò che mio padre era morto in ospedale per una malattia. L’unica sensazione che ricordo ancora oggi, lucida e reale, fu un pensiero istintivo: “Ah, meno male, pensavo peggio”. Non ero un ragazzo insensibile; ero semplicemente un adolescente d’istituto così terrorizzato dalla minaccia quotidiana della punizione che sapere che l’autorità non ce l’aveva con me mi diede, in quel primo secondo, un paradossale senso di sollievo.

Questo era il peso psicologico di crescere in quel sistema. Questo erano gli anni ’60 alla Rasa di Varese. Non un’utopia da manuale, ma la vita vera di centinaia di ragazzi. Affido questa memoria a questa lettera aperta, affinché chi la legge ne faccia ciò che vuole, ma sappia che quella storia esiste e merita di essere ricordata.





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