C’è un acronimo di tre lettere in cima alle ricerche degli italiani su Google e non è il nome di una società quotata. È RSI, Relative Strength Index. A portarcelo è il Bitcoin, che in poco più di 48 ore è passato da 64mila a oltre 79mila dollari. Sul grafico a quattro ore quell’indicatore ha toccato il livello più alto da oltre sette anni. Tradotto: il mercato ha corso così in fretta che gli strumenti tecnici sono usciti dalla scala.

Che cosa misura davvero l’RSI

Partiamo dalla definizione, perché è quella che milioni di persone stanno cercando in queste ore.

L’RSI è un oscillatore di momentum. Misura la velocità e l’ampiezza dei movimenti di prezzo su una scala da 0 a 100. Sopra 70 si parla di ipercomprato. Sotto 30 di ipervenduto.

Non dice se un asset sia caro o a buon mercato. Dice quanto in fretta ci è arrivato.

E la distinzione conta. Un titolo può restare ipercomprato per settimane mentre continua a salire. Valori tra 80 e 90 segnalano però un esaurimento temporaneo della domanda, e storicamente precedono pause o correzioni di breve periodo.

I numeri di questa settimana

Il 19 agosto l’RSI giornaliero di Bitcoin viaggiava a 62,22. Ancora spazio, nessun allarme.

Il 20 agosto era salito a 79,91. Il 21 agosto a 84,45.

Sui grafici a quattro ore la lettura è diventata anomala. L’analista Krown, in un post su X di sabato, ha segnalato che l’indicatore ha raggiunto il valore più alto degli ultimi sette anni e passa. Il suo commento è stato asciutto: una condizione del genere è positiva per il lungo periodo, non per il breve.

Data Prezzo Bitcoin RSI giornaliero
19 agosto area 64.000-68.500 dollari 62,22
20 agosto oltre 72.700 dollari 79,91
21 agosto oltre 79.000 dollari 84,45
22 agosto area 78.000 dollari massimo a 4 ore da oltre 7 anni

Da dove arriva il rally

Tre cose sono successe quasi insieme, e nessuna delle tre nasce dentro il mondo crypto.

La prima viene dal mercato dei titoli di Stato americani. Il 19 agosto il Tesoro ha raddoppiato le operazioni di riacquisto sulle scadenze lunghe, portandole ad almeno 4 miliardi di dollari ciascuna e aumentandone la frequenza da due a quattro volte a trimestre, con partenza il 9 settembre. I rendimenti sono scesi: il decennale ha chiuso al 4,647%, in calo di 5,7 punti base, il trentennale al 5,196%, giù di 9 punti.

Quando rende meno ciò che è sicuro, ciò che è rischioso torna interessante. E il primo scatto di Bitcoin ha coinciso esattamente con quella notizia.

La seconda arriva da Washington. Donald Trump ha ospitato alla Casa Bianca dirigenti del settore e autorità di vigilanza, e ha lasciato intendere che si sia discusso di un acquisto di Bitcoin da parte del governo federale.

La terza è la più meccanica, ed è quella che spiega la violenza del movimento.

Lo short squeeze da 2,7 miliardi

Per sei settimane Bitcoin era rimasto intrappolato tra 62mila e 66mila dollari, dopo aver perso oltre il 50% dal massimo storico di circa 126mila dollari dell’ottobre 2025. A inizio luglio era sceso fino a 57.600.

In quei mesi i trader hanno accumulato scommesse ribassiste. Molte.

Quando il prezzo è esploso, quelle posizioni sono state chiuse in modo forzato. Mercoledì sono stati spazzati via 2,7 miliardi di dollari di short in 24 ore: il più grande evento di liquidazione di posizioni corte dal 2021, secondo i dati Coinglass ripresi da Investing.com. Oltre un miliardo se n’è andato in circa un’ora.

Il dato che fotografa meglio il ribaltamento è un altro. Su Binance le liquidazioni cumulate di short hanno superato quelle dei long, 7,739 miliardi contro 7,582. Non accadeva dall’ottobre 2025.

Il sentiment ha seguito il prezzo, come sempre. Il 13 agosto l’indice Fear and Greed segnava 29. Ora è intorno a 71.

Perché un rally da squeeze è diverso

Qui sta il punto che a un investitore interessa più dell’acronimo.

Un rialzo alimentato da ricoperture forzate ha un carburante che si esaurisce. I compratori non comprano perché vogliono, comprano perché devono chiudere una posizione in perdita. Quando gli short finiscono, finisce anche la spinta.

I volumi raccontano da dove veniamo. A luglio gli scambi spot sui 14 principali exchange sono calati del 21,7%, a 429 miliardi di dollari dai 547,9 di giugno. I derivati sono scesi dell’11,1%, ma il rapporto tra futures e spot è salito a 7,06 da 6,21: meno mercato reale, più posizioni a margine.

È il tipo di struttura in cui uno squeeze diventa possibile.

Armstrong: “Siamo sulla soglia”

Sul fronte opposto c’è chi legge il movimento come l’inizio di qualcos’altro.

Brian Armstrong, amministratore delegato di Coinbase, ha parlato alla CNBC dopo l’incontro alla Casa Bianca. La sua tesi si regge sul calendario: ogni fase orso precedente è durata circa 370-380 giorni, e quella attuale ha quasi raggiunto la stessa lunghezza.

“Siamo praticamente arrivati a quel punto in cui, lo sai, la gente dirà: beh, ormai questa fase è quasi alla fine. È tempo della prossima bull run delle crypto”, ha dichiarato.

E ancora: “Quindi penso che ci sia una buona probabilità che siamo sulla soglia della prossima bull run per il trading spot delle crypto”.

Armstrong indica due appuntamenti a sostegno. Il voto del Senato sul Clarity Act, atteso per il 15 settembre, e il trimestre ottobre-dicembre, storicamente favorevole a Bitcoin nella fase del ciclo dell’halving.

Va detto che Armstrong guida l’exchange quotato che più beneficia di un ritorno dei volumi. Il giorno dello squeeze il titolo Coinbase ha guadagnato il 7,6% in premarket.

Il Clarity Act e cosa cambierebbe

Il Digital Asset Market Clarity Act è fermo al Senato. La Camera lo ha approvato nel luglio 2025.

Il testo distribuisce le competenze tra Sec e Cftc: alla prima le criptovalute assimilabili a strumenti finanziari, alla seconda le digital commodities, categoria in cui rientrerebbero Bitcoin ed Ether. Gli operatori dovrebbero registrarsi presso la Cftc e rispettare regole su custodia, separazione dei beni dei clienti e solidità finanziaria.

Non è una trasformazione del mercato, che già esiste e già funziona. È la sua messa in sicurezza normativa, con un effetto preciso: rendere più difficile smontare le aperture regolatorie a ogni cambio di amministrazione.

I livelli che contano adesso

L’ostacolo tecnico immediato è la fascia tra 72.500 e 73mila dollari, già superata nel movimento di questa settimana. Una tenuta sopra quell’area aprirebbe la strada verso gli 83mila.

Al ribasso, il riferimento resta l’area dei 60mila dollari, dove passa la trendline rialzista di lungo periodo.

C’è poi la questione del ciclo. Se la sequenza quadriennale legata all’halving dovesse ripetersi, il 2026 sarebbe l’anno del minimo, con la ripartenza attesa nel 2027 in vista del dimezzamento del 2028. Nei cicli precedenti quel minimo è arrivato verso fine anno.

Non tutti sono convinti che sia già passato. L’analista Benjamin Cowen assegna ancora una discreta probabilità a un ultimo selloff, se dovessero ripetersi le dinamiche degli anni di elezioni di mid-term.

Chi ha ragione lo diremo tra qualche settimana. Nel frattempo, l’RSI resta quello che è sempre stato: un termometro della febbre, non una diagnosi.

Avvertenza. Questo articolo ha finalità informative e non costituisce consulenza finanziaria, raccomandazione di investimento né sollecitazione all’acquisto o alla vendita di strumenti finanziari o cripto-attività. Gli investimenti in cripto-attività comportano un elevato rischio di perdita del capitale. I dati citati si riferiscono alle date indicate e sono soggetti a variazione.


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