Quasi 6 lavoratori su 10 si dichiarano insoddisfatti della propria retribuzione. A pesare sono soprattutto meritocrazia, trasparenza e fiducia nel sistema.
Gli stipendi possono anche evolvere, ma il rapporto tra lavoratori e aziende continua a mostrare segnali di criticità. È questo il quadro che emerge dal Salary Satisfaction Report 2026 dell’Osservatorio JobPricing, realizzato in collaborazione con Adecco, che analizza il livello di soddisfazione retributiva in Italia e il modo in cui le persone percepiscono stipendio, bonus e sistemi di riconoscimento professionale.
La ricerca, arrivata all’undicesima edizione, evidenzia come quasi 6 lavoratori su 10 si dichiarino insoddisfatti del proprio pacchetto retributivo. L’indice medio di soddisfazione si ferma infatti a 4,2 su 10, stabile rispetto allo scorso anno ma ancora sotto la soglia della sufficienza. Il nodo, però, non è soltanto economico. A pesare è soprattutto la percezione di scarsa trasparenza nei criteri con cui vengono assegnati aumenti, bonus e promozioni. Le persone chiedono sì stipendi competitivi, ma anche maggiore chiarezza, meritocrazia e coerenza nelle decisioni aziendali. In altre parole, il tema non è più soltanto “quanto” si guadagna, ma “perché” si viene premiati.
Salary satisfaction 2026: la competitività tiene, ma equità e meritocrazia restano indietro
L’unico indicatore che supera la soglia positiva è quello della competitività retributiva, che raggiunge 5,1 su 10. Molti lavoratori riconoscono quindi che gli stipendi offerti dalle aziende siano in linea con il mercato. Il problema emerge però all’interno delle organizzazioni. Performance e retribuzione si fermano a 4,2, la trasparenza a 4,7 e l’equità a 4,9. Ancora più basse le valutazioni su fiducia e comprensione dei meccanismi retributivi, che scendono a 3,9, mentre la meritocrazia si ferma a 3,6.
Molti lavoratori non riescono infatti a capire su quali basi vengano assegnati bonus, aumenti e promozioni. E quando manca chiarezza, cresce inevitabilmente la sensazione di disparità.

Benefit, welfare e incentivi aumentano la soddisfazione più dello stipendio fisso
Un altro elemento chiave che emerge dalla ricerca riguarda il concetto di Total Reward. Il report conferma che oggi la soddisfazione lavorativa dipende sempre meno dalla sola componente fissa dello stipendio. Chi percepisce esclusivamente una retribuzione fissa mostra infatti i livelli più bassi di soddisfazione, con un indice che precipita a 3,3 su 10.
Al contrario, la presenza di benefit, welfare aziendale, premi variabili e incentivi di lungo periodo migliora sensibilmente tutti gli indicatori analizzati. Gli incentivi di lungo termine, in particolare, sono il fattore che produce l’impatto più forte, portando la soddisfazione fino a 6,6 punti. Anche le componenti variabili individuali e aziendali contribuiscono ad aumentare il senso di riconoscimento e coinvolgimento.
Perché giovani e donne sono i più insoddisfatti sul lavoro
Il divario generazionale e il gender gap sono due degli aspetti più evidenti che emergono dal report. Gli under 35 risultano sistematicamente la categoria meno soddisfatta in quasi tutte le dimensioni analizzate. Sono i più critici rispetto alla trasparenza dei processi, alla meritocrazia e al collegamento tra performance e retribuzione. Le nuove generazioni mostrano, infatti, aspettative più elevate su riconoscimento, chiarezza e possibilità di crescita. Quando questi elementi vengono percepiti come deboli o poco accessibili, la fiducia nell’organizzazione cala rapidamente.
Anche il tema dell’anzianità aziendale produce risultati interessanti. La soddisfazione tende infatti a essere più alta nei primi anni di permanenza e diminuisce progressivamente nel tempo. Secondo il report, questo andamento potrebbe riflettere una progressiva erosione della fiducia nei sistemi retributivi aziendali.
Resta poi molto evidente il gender gap, con le donne che registrano livelli di soddisfazione inferiori rispetto agli uomini in tutte le aree considerate, soprattutto sui temi dell’equità e della meritocrazia. Si tratta di un dato che va oltre la sola questione salariale e che richiama ancora una volta problemi strutturali legati alle opportunità di carriera, ai percorsi di crescita e alla percezione di riconoscimento professionale.
Retribuzione sì, ma oggi contano soprattutto flessibilità e relazioni
Il Salary Satisfaction Report 2026 evidenzia anche un cambiamento profondo nelle priorità dei lavoratori italiani. La retribuzione fissa resta sì il principale fattore nella scelta di un nuovo posto di lavoro, con un indice di importanza pari a 9,1 su 10. Subito dopo, però, compaiono elementi che fino a pochi anni fa erano considerati secondari, come relazioni positive con colleghi e responsabili, possibilità di crescita professionale, flessibilità oraria e qualità dell’ambiente di lavoro. Le relazioni interpersonali positive raggiungono 8,9 punti, mentre la flessibilità oraria sale a 8,5. Il dato racconta una trasformazione molto netta del rapporto tra persone e azienda, con i lavoratori che valutano il posto di lavoro come un ecosistema complessivo e non soltanto come fonte di reddito.
Interessante anche il cambiamento nel peso dello smart working. Dopo gli anni della pandemia, il lavoro da remoto perde centralità rispetto al passato, scendendo a 6,6 punti. Secondo il report, il fenomeno potrebbe essere legato a una progressiva normalizzazione dello smart working, che non viene più percepito come elemento distintivo ma come una condizione ormai acquisita in molte realtà.
Cresce invece l’importanza di benefit legati al benessere personale e familiare, oltre ai servizi assistenziali e previdenziali. Segnale che il concetto di retribuzione si sta ampliando sempre di più verso una dimensione di qualità della vita.


Perché si cambia lavoro: lo stipendio conta ancora, ma non basta più
Il report dedica un focus anche alle motivazioni che spingono le persone a cambiare azienda. Al primo posto c’è ancora la leva economica, con il 62,1% dei lavoratori che dichiara che cambierebbe lavoro soprattutto per migliorare la retribuzione fissa.
Subito dopo arrivano però le opportunità di carriera, indicate dal 43,3% degli intervistati, segno che crescita professionale e sviluppo personale stanno diventando sempre più determinanti nelle scelte lavorative.
Anche i sistemi di incentivazione variabile acquisiscono maggiore peso rispetto al passato, soprattutto quelli legati ai risultati aziendali. Tuttavia, benefit economici e premi continuano a essere meno importanti rispetto agli aspetti intangibili quando si parla di permanenza in azienda.


Al contrario, a trattenere davvero le persone sono soprattutto la qualità delle relazioni (43,4%), la flessibilità (35,4%) e la retribuzione fissa (28,7%).


Direttiva UE sulla trasparenza salariale: occasione o semplice compliance?
La ricerca dedica infine un approfondimento alla Direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza salariale, destinata a incidere profondamente sulle politiche HR nei prossimi anni.
Al momento, però, il livello di conoscenza della normativa resta molto basso. I lavoratori attribuiscono appena 3,3 punti su 10 alla propria consapevolezza della direttiva e mostrano aspettative ancora moderate sui suoi effetti concreti.


Nel breve periodo, infatti, molti non credono che le nuove regole possano migliorare radicalmente la soddisfazione retributiva. La direttiva viene quindi percepita più come una leva di cambiamento graduale che come una rivoluzione immediata.


Eppure, secondo il report, proprio la trasparenza potrebbe diventare il vero fattore competitivo per le aziende. Rendere chiari i criteri di valutazione, spiegare le logiche salariali e costruire sistemi percepiti come equi sarà sempre più decisivo per attrarre e trattenere talenti.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Arianna De Felice
Source link





