La storia della pittura italiana novecentesca è ritmata da una continua dialettica tra la fondazione di un canone e il suo tradimento: un percorso frastagliato, a tratti accidentato, che nel suo complesso accoglie molta eccentricità. Sono molti infatti gli artisti che produssero estetiche decentrate rispetto ai criteri della loro epoca e talvolta bizzarre se viste col senno di poi – estetiche fagocitate dalla storia, ma che tornano a sorprendere se riconsiderate con sguardo laico rispetto agli stilemi introiettati. Proprio come “eccentrico” viene presentato Anselmo Bucci (Fossombrone, 1887 – Monza, 1955) nella importante ed esaustiva mostra che gli dedica il Mart, curata da Beatrice Avanzi e Luca Baroni. Ovvero come “ricercatore” autonomo, persino quando aderisce a un movimento codificato come Novecento: della corrente di Margherita Sarfatti fu proprio Bucci a inventare il nome, ma al suo interno si mosse mantenendo una sua marcata identità.

Anselmo Bucci e Novecento

La sala centrale della mostra rende conto, appunto, delle sue opere realizzate nell’ambito di Novecento – e il colpo d’occhio restituisce subito la sua relativa indipendenza. Ritorno all’ordine, sì, volumi metafisici e solennità, certo. Ma anche una grande libertà della linea, con il disegno che contende la scena al colore; una complessità della scena raffigurata che introduce dubbio e possibile negazione all’interno della narrazione; una screziatura di “cronaca” relativa alla vita quotidiana e popolare.

Anselmo Bucci e la luce

E, soprattutto, inaspettata in questo contesto, la luce. In tutta l’esposizione, la luce è in effetti un filo conduttore, una presenza apparentemente comprimaria, in realtà caratterizzante. Un elemento che cambia faccia alle scene rappresentate collocandosi in un particolare punto di mezzo, mostrandosi allo stesso tempo diffusa e interveniente. Cosa che si riscontra naturalmente, oltre che nelle sale su Novecento, anche nella sezione che testimonia della prima fase pseudodivisionista, quella degli anni di formazione nelle Marche. Ma la peculiare luce dell’artista si afferma anche, in maniera meno ovvia, nella parte della mostra che si concentra sulla stagione parigina e francese, dal 1909 allo scoppio della Grande Guerra. In queste sale si sviluppa un campionario di soggetti, visioni e soluzioni formali coerente nella frammentazione, votato all’assimilazione delle ricerche coeve ma allo stesso tempo teso a trascenderle.

La mostra di Anselmo Bucci al Mart

Le variazioni e le strade impreviste non sono finite: i quadri che immortalano la Prima Guerra Mondiale hanno una forza antiretorica e antieroica che colpisce. E c’è anche una fase da pittore “animalier”. Con l’excursus negli Anni Trenta, poi, il tono diventa peculiarmente malinconico. E va considerato anche il quadro più recente tra quelli esposti, un dipinto del 1946 intitolato Il dono americano. In esso, con uno stile che forzando un po’ la mano si potrebbe definire proto-Pop, Bucci offre una sintesi spietata della fine del secondo conflitto mondiale e della ricostruzione a venire.

Stefano Castelli

Rovereto // fino al 27 settembre
Anselmo Bucci (1887-1955). Il tempo del Novecento tra Italia e Europa
MART – Corso Bettini 43
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