Non è facile tradurre il sapere scientifico in un racconto appassionante e avvincente, ma quando è la storia di vita quotidiana, fatta di sfide, progressi, gioie e dolori a guidare chi legge, tutto questo diventa possibile. È quello che succede, soprattutto, quando chi scrive parte dalla convinzione che la scienza non possa restare chiusa nei laboratori o nei circuiti specialistici, ma debba invece confrontarsi in modo aperto e responsabile con la società, ascoltandone dubbi, timori e aspettative, e accettando che anche le domande provenienti dalla cittadinanza possano diventare uno strumento prezioso per ricercatori e ricercatrici, per osservare il proprio lavoro da prospettive nuove e spesso inattese.
La speranza verde, scritto da Vittoria Brambilla e Fabio Fornara e pubblicato da Bompiani, è un’opera di divulgazione che nasce dalla voce di due ricercatori abituati non solo a produrre conoscenza scientifica, ma anche a interrogarsi in modo costante su come renderla accessibile, comprensibile e condivisibile al di fuori dell’ambito accademico.
A partire da una struttura originale e fortemente narrativa, costruita intorno a diverse piante che diventano di volta in volta chiavi di lettura e punti di partenza concettuali, il libro attraversa temi complessi e intrecciati come la genetica, l’agricoltura, il funzionamento dell’università, l’editoria scientifica, la genitorialità, la disabilità e la malattia, fondendo in modo continuo spiegazione scientifica e racconto autobiografico.
Abbiamo chiesto a Vittoria Brambilla, autrice del libro insieme al collega e marito Fabio Fornara, di rispondere ad alcune domande per conoscere i dettagli della genesi di questa prima opera narrativa sulle biotecnologie agrarie e non solo.
Nel libro la storia delle piante, la vostra vicenda familiare e il lavoro scientifico procedono continuamente insieme: come avete costruito questo intreccio e perché avete scelto proprio le piante come chiave per raccontare anche la malattia, la genitorialità e il rapporto tra immobilità e capacità di agire?
«Non avevamo mai pensato di scrivere un libro. L’idea è arrivata da una nostra amica editor, Giulia, che aveva assistito a una conferenza divulgativa tenuta da me e Fabio, quando lui, a casa della sua malattia, comunicava già attraverso il puntatore oculare. Secondo lei, i temi di cui parlavamo meritavano di raggiungere un pubblico più ampio, perché non erano solo scientifici in senso stretto, ma riguardavano la vita quotidiana, le scelte, le difficoltà e anche le contraddizioni della ricerca.
Abbiamo quindi iniziato quasi per curiosità, scrivendo piccoli pezzi senza una struttura definita. Non c’era un progetto editoriale chiaro, ma piuttosto il bisogno di mettere ordine in ciò che stavamo vivendo e studiando. Con il tempo ci siamo accorti che, pur partendo da angolazioni diverse, i nostri interessi trovavano naturalmente una convergenza su vari temi, dalla genetica, alla biologia dello sviluppo vegetale, l’agricoltura e il modo in cui la scienza viene raccontata e percepita.
La dimensione autobiografica non è stata per noi una scelta “letteraria”, ma una necessità. Non siamo narratori professionisti e non volevamo costruire una finzione; raccontare ciò che ci era accaduto era il modo più onesto per dare corpo ai temi scientifici e le piante, in questo percorso, sono emerse quasi spontaneamente perché erano già dentro le nostre ricerche e le nostre esperienze.
Il tabacco, per esempio, è legato a un tema fondamentale della biologia dello sviluppo, ovvero la fioritura; Arabidopsis rappresenta la ricerca di base, quella più astratta ma essenziale; il riso è il nostro lavoro quotidiano in Italia; il colchico rimanda invece alla sperimentazione clinica e al tentativo di comprendere malattie complesse come la SLA, che ha colpito fabio.
Anche le parti narrative che aprono i capitoli sono nate così, come un modo per entrare nei temi senza separarli dalla realtà concreta. Il primo capitolo scritto da Fabio, sul tabacco, aveva già questa forma ibrida, e da lì abbiamo capito che quella era la strada giusta. Ha scritto tutto utilizzando il comunicatore oculare, una lettera alla volta e questo cambia profondamente il rapporto con la scrittura, perché ogni parola richiede tempo, concentrazione e una progettazione mentale molto precisa.
C’è una forma diversa di flusso: il testo viene pensato interamente prima di essere composto, per questo molti capitoli sono nati senza revisioni successive, quasi come se fossero già sedimentati nella mente prima ancora di essere scritti».
Dal Max Planck Institute di Colonia avete scelto di rientrare in Italia e condurre qui le vostre ricerche: siete stati i primi in Europa a coltivare una varietà di riso ottenuto con le tecniche di evoluzione assistita (ris8imo), resistente al brusone, un pericoloso parassita. Attraverso il confronto fra il Max Planck in Germania e l’università italiana descrivete ecosistemi della ricerca molto diversi. Quali condizioni permettono a scienziati e scienziate di lavorare bene, costruire una famiglia e sviluppare una carriera, e quali ostacoli continuano invece a disperdere competenze e talenti?
«Rientrare in Italia è stato un passaggio complesso, che abbiamo vissuto con sentimenti contrastanti. Da un lato c’era l’entusiasmo di tornare in un contesto familiare e di contribuire alla ricerca italiana; dall’altro, lo shock di ritrovare un sistema molto diverso da quello che avevamo sperimentato al Max Planck di Colonia. Lì la genitorialità non era considerata un problema individuale, ma una responsabilità collettiva dell’istituzione.
Questo cambiava completamente la prospettiva, perché non si trattava di organizzarsi per conciliare lavoro e famiglia, ma di vivere entrambe le dimensioni come parte dello stesso sistema. Andavamo al lavoro in bicicletta con nostra figlia, che veniva accolta nell’asilo interno all’istituto. Se era necessario allattarla, io potevo interrompere il lavoro e raggiungerla senza che questo fosse percepito come un ostacolo o una perdita di produttività.
Un elemento particolarmente significativo era la flessibilità dei congedi: non esisteva una divisione rigida tra maternità e paternità, ma un monte di tempo condiviso tra i genitori. Questo non solo favoriva una maggiore equità, ma riduceva anche la pressione sulle singole persone, permettendo di non vivere la nascita di un figlio come un evento che interrompe necessariamente la carriera.
In Italia, invece, abbiamo trovato un sistema più frammentato. I servizi erano meno accessibili, spesso distanti, e caratterizzati da lunghe liste d’attesa. Ma soprattutto era ancora molto radicata l’idea che la cura dei figli ricadesse principalmente sulla madre. Questo produce conseguenze concrete: molte persone si trovano a dover scegliere tra avere figli o proseguire la carriera scientifica, e questa scelta non dovrebbe esistere.
Con il tempo abbiamo capito che il problema non riguarda solo la ricerca, ma l’organizzazione complessiva degli spazi urbani. Anche elementi apparentemente semplici, come marciapiedi, trasporti pubblici o accessi agli edifici, diventano determinanti. Con un passeggino, prima ancora che con una disabilità, si percepiscono già molte barriere. Con la malattia di Fabio, queste barriere sono diventate ancora più evidenti e strutturali. Abbiamo capito che l’accessibilità non è un tema aggiuntivo, ma un indicatore della qualità di una società».
Una parte centrale del volume riguarda il miglioramento genetico delle colture, dalle prime domesticazioni fino a CRISPR e alle tecniche di evoluzione assistita: perché, secondo voi, nel dibattito pubblico permane una separazione così netta tra ciò che viene considerato “naturale” e ciò che viene percepito come manipolazione artificiale?
«Una delle domande che ci siamo posti più spesso riguarda proprio la distanza tra percezione e realtà scientifica. Perché le persone accettano senza problemi farmaci complessi, ma sono molto più diffidenti verso il cibo? La risposta non è semplice e non è solo culturale, ma anche profondamente evolutiva.
Dal punto di vista antropologico, l’atto di mangiare è sempre stato un momento critico: ingerire una sostanza sconosciuta poteva significare avvelenamento o morte. Questa memoria evolutiva ha probabilmente contribuito a sviluppare una forte cautela verso tutto ciò che riguarda il cibo. È una forma di prudenza che, in passato, aveva un valore adattativo.
Su questa base si sono poi innestate narrazioni moderne, spesso semplificate o distorte. L’idea di “naturale” è diventata automaticamente sinonimo di buono, sano e sicuro, mentre “artificiale” è stato associato a qualcosa di pericoloso o manipolato. In realtà, queste categorie sono molto più fragili di quanto sembri.
Anche il concetto di OGM, per esempio, è in larga parte una costruzione normativa. Dal punto di vista biologico, la vita è sempre stata caratterizzata da scambi genetici, contaminazioni e trasferimenti di materiale tra organismi diversi. Il nostro stesso genoma è il risultato di una lunga storia di interazioni con virus e batteri. La distinzione netta tra “naturale” e “modificato” non riflette quindi la complessità reale dei processi biologici.
Un altro elemento importante è la memoria culturale dell’agricoltura. Spesso si immagina un passato più puro e più sano, ma questa è una semplificazione. Le varietà antiche non sono scomparse, anzi; sono conservate, studiate e utilizzate come risorsa genetica. Le varietà moderne, invece, non sostituiscono il passato, ma lo rielaborano, combinando caratteristiche diverse per rispondere a esigenze attuali come la produttività, la resistenza alle malattie o l’adattamento climatico.
L’agricoltura industriale, pur con tutte le sue criticità, ha permesso di sostenere una popolazione globale molto più ampia rispetto al passato. Questo non significa che sia perfetta, ma che va compresa nella sua complessità. Allo stesso modo, l’idea che l’orto domestico possa sostituire i sistemi agricoli su larga scala è affascinante ma irrealistica. La sfida che vediamo, quindi, non è scegliere tra “naturale” e “artificiale”, ma capire come utilizzare la conoscenza scientifica per rendere i sistemi agricoli più sostenibili, senza cadere in semplificazioni ideologiche».
La vicenda di Ris8imo, dalla lunga battaglia per ottenere la sperimentazione in campo fino alla distruzione delle piante, mostra quanto il rapporto fra scienza, politica e società possa essere fragile: che cosa avete imparato da quell’esperienza e come si può ricostruire una fiducia che non chieda ai cittadini di credere ciecamente agli scienziati, ma consenta un confronto fondato sui dati?
«La lezione principale è che la scienza non può essere separata dal contesto sociale in cui si sviluppa. Oltre a produrre conoscenza, è necessario anche costruire un dialogo continuo con la società, altrimenti si crea un vuoto che viene inevitabilmente riempito da paure, semplificazioni o interessi esterni.
Nel caso degli OGM, diventati oggetto di un’intensa campagna mediatica soprattutto negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, la comunicazione scientifica è stata spesso insufficiente o troppo verticale. Questo ha lasciato spazio a una narrazione polarizzata, in cui la tecnologia veniva percepita più come minaccia che come opportunità. Nel frattempo, il dibattito si è ulteriormente acceso fino alla definizione normativa del 2001 e al sostanziale blocco introdotto nel 2003 in Europa, ma ancora oggi se ne parla molto. In parallelo, alcune pratiche industriali aggressive hanno contribuito a rafforzare la sfiducia ed è stata però la scienza a farne le spese.
Con l’arrivo di tecnologie come CRISPR, molti ricercatori hanno cercato di cambiare approccio, partecipando attivamente al dibattito pubblico e anche noi, per primi, abbiamo ritenuto importante essere presenti non solo nei laboratori, ma anche nelle scuole, negli incontri pubblici e nei contesti istituzionali. La scienza pubblica ha una responsabilità diversa rispetto a quella privata e deve rendere conto alla collettività.
Un aspetto fondamentale che abbiamo imparato è che comunicare significa spiegare, ma anche ascoltare e che le domande del pubblico sono una risorsa, perché spesso costringono chi fa ricerca a chiarire aspetti che danno per scontati o a riconsiderare implicazioni che non avevano valutato.
Nel caso di Ris8imo, il contatto diretto con i campi sperimentali ha avuto un ruolo importante: vedere con i propri occhi piante che non sono mostri genetici ma organismi normali, semplicemente più resistenti alle malattie, ha permesso a molti osservatori di ridimensionare paure astratte. L’idea alla base di tutto, infatti, non è convincere qualcuno, ma aprire uno spazio di comprensione più concreto e basato su dati e considerazioni attuali».
Il titolo parla di speranza, ma il libro non nasconde fallimenti scientifici, burocrazia, precarietà, disabilità e il fatto che alcune cure potrebbero arrivare troppo tardi per chi le aspetta: che significato assume allora per voi la “speranza verde”, e che cosa vorreste restasse al lettore dopo l’ultima pagina?
«Il titolo non è stato una nostra scelta iniziale, e anzi all’inizio lo abbiamo accolto con una certa diffidenza. Ci sembrava troppo semplice rispetto alla complessità delle esperienze che stavamo raccontando, ma con il tempo abbiamo capito che proprio quella semplicità conteneva un significato profondo.
La speranza, per come la intendiamo oggi, sottolinea la necessità di riconoscere la realtà per quello che è, con le sue fragilità, e allo stesso tempo continuare a muoversi dentro di essa. Nel nostro caso, questo significa convivere con la precarietà della ricerca, con le difficoltà organizzative, con la malattia e con i limiti del sistema in cui viviamo, ma anche continuare a lavorare, a studiare, a raccontare e a costruire relazioni.
C’è anche un aspetto temporale importante: spesso i risultati della ricerca non si vedono immediatamente, e a volte non si vedono nemmeno nella propria vita. Questo non li rende meno significativi, perché la conoscenza ha una dimensione collettiva e intergenerazionale.
La “speranza verde” per noi è quindi l’idea che, anche in condizioni difficili, sia possibile generare qualcosa che continui a crescere oltre noi stessi, come la conoscenza, la consapevolezza e altri strumenti fondamentali per il futuro. Una forma di fiducia nel processo, prima ancora che nel risultato immediato».
Perché leggerlo
Già dalle prime pagine ci si accorge che è un libro che prova a restituire la scienza nella sua dimensione più completa, come esperienza umana, sociale e culturale prima ancora che come insieme di risultati. Le piante diventano un filo conduttore che permette di attraversare mondi diversi senza semplificarli, come se aprissero porte successive su paesaggi che cambiano, a partire dalla ricerca e dalla vita quotidiana, ma anche le istituzioni e le scelte politiche, le relazioni personali e il modo in cui costruiamo le nostre idee su ciò che è naturale o artificiale.
La forza di questo libro sta anche nel fatto che non offre risposte definitive, ma lascia che siano le domande a restare in sospeso, come accade quando si esce da un laboratorio e si continua a pensarci per strada. È un invito a guardare la scienza come un processo vivo, in continuo divenire, fatto di tentativi, errori, intuizioni e confronti, spesso molto umani, che non seguono una linea retta.
La narrazione permette di entrare in una zona più incerta ma anche più vera, dove le categorie rigide si allentano e lasciano spazio a uno sguardo più sfumato sul mondo. Dentro questa complessità, a volte disordinata ma reale, nasce una forma di fiducia meno ingenua e più consapevole, capace di convivere con il dubbio senza rinunciare alla conoscenza.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Nicole Ticchi
Source link






