Come diceva lei, serviva una vita davvero molto agiata per apparire una popstar così alla mano. Dolly Parton, scomparsa il 25 agosto in quel di Nashville all’età di 80 anni, scherzava sul suo stato di superstar con un sorriso capace di illuminare pure un’infanzia buia come quella vissuta in un angolo dimenticato di Tennessee.

Nata a Pittman Center il 19 gennaio del ’46, infatti, con hit di grande successo, smisurate parrucche bionde, costumi strabordanti di strass e una silhouette paragonata dallo scrittore Chet Flippo alla “Big Rock Candy Mountain”, simbolo di abbondanza per antonomasia durante i dolenti anni della Grande Depressione, la Parton ha ridefinito per decenni le regole del pop e del country.

Dolly Parton è morta a 80 anni

Eppure, fermarsi all’estetica (ritoccata) di quella che lei stessa definiva una “Backwoods Barbie”, la Barbie di provincia, era un errore imperdonabile. Dietro l’immagine di “bionda sciocca” (la “Dumb blonde”, evocata dal titolo del suo singolo di debutto del 1966) si nascondeva una mente brillantissima, che facendo a pezzi gli stereotipi femminili dell’epoca ha costruito un impero finanziario riservandosi un posto nel walhalla delle più grandi autrici americane del Novecento.

Il ricordo dei fan di Dolly Parton sulla Hollywood Walk of Fame star (EPA/CHRIS TORRES)

Il ricordo dei fan di Dolly Parton sulla Hollywood Walk of Fame star (EPA/CHRIS TORRES)

C’è qualcosa su cui tutti possiamo essere d’accordo? Sì: Dolly Parton” ha scritto solo qualche anno fa il New York Times rendendo alla Regina del Country quel che è della Regina del Country, nata nel 1946 all’ombra degli Appalachi in una capanna di legno di una sola stanza sulla riva del Little Pigeon.

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Quarta di dodici figli, Dolly da bambina aveva vissuto una vita da romanzo d’appendice crescendo in una miseria nera, senza riscaldamento, elettricità o acqua corrente. Suo padre, un mezzadro analfabeta, pagò il medico che la fece venire al mondo con un sacco di farina di mais. L’origine della sua ambizione bruciante andava ricercata proprio in quegli anni. “Tempi duri in cui, però, mi ostinavo a credere, però, che alla fine le cose sarebbero andate per il verso giusto”, avrebbe ricordato. “D’altronde ho sempre voluto essere una star. Mi sembrava naturale”.

Tempi duri in cui mi ostinavo a credere che alla fine le cose sarebbero andate per il verso giusto

E per provarci scelse musica, imparando a suonare in famiglia banjo e chitarra, per sbarcare poi in tv a soli a dieci anni e debuttando a tredici sul palco del leggendario Grand Ole Opry, presentata nientemeno che da Johnny Cash.

La favola americana di Dolly Parton, superstar nata poverissima: l’artista raffinata dietro il personaggio della Barbie di provincia

Il giorno dopo il diploma, nel 1964, partì per Nashville con una valigia gonfia di idee e speranze. “Avevo le mie canzoni da cantare e tanta ambizione e mi bruciava dentro” avrebbe raccontato a Rolling Stone nel ‘77. “Sapevo che mi avrebbero portato via dalle Smoky Mountains”. Occorreva però un’immagine che rimanesse impressa nella gente e di lì a poco arrivò pure quella. “Creato il personaggio, non ho mai smesso di enfatizzarlo”.

Questo, naturalmente, abbinato ad una straordinaria capacità compositiva. “Scrivere per me è naturale come alzarsi la mattina e preparare la colazione”, spiegava. “La mia testa esploderebbe se non facessi uscire un po’ di quel che ci gira dentro. È una terapia”.

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Nel suo sconfinato catalogo di circa 3.000 brani spiccano capolavori come “Jolene” e “I will always love you”. Quest’ultima, nata nel 1974 come un doloroso addio artistico al suo mentore Porter Wagoner, diventerà decenni dopo, nell’interpretazione di Whitney Houston, il singolo femminile più venduto di tutti i tempi. “Jolene” l’ha invece duettata coi Måneskin nella versione download di un album grandi firme quale “Rockstar”.

Se a Miley Cyrus ha fatto da madrina (ma il legame era pure genealogico grazie ad un avo del XVIII secolo) Miss Parton è stata la madre putativa di un’intera generazione cantautorale femminile a cominciare da Taylor Swift.

Dolly Parton è morta a 80 anni (foto Aldo Liverani)

Dolly Parton è morta a 80 anni (foto Aldo Liverani)

Nel corso della sua carriera, Dolly Rebecca Parton ha scardinato praticamente ogni barriera: piazzando 25 singoli al primo posto delle classifiche country, recitando in film di culto come “9 to 5” (sua pure la colonna sonora-manifesto contro i soprusi del patriarcato sul posto di lavoro), scrivendo un romanzo in coppia con il re del thriller James Patterson e costruendo persino un parco a tema di successo, Dollywood.

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Questo anche se il vero capolavoro della sua vita è stata un’incondizionata e straordinaria empatia. In ballate come “Down from Dover”, ha cantato senza filtri il dramma e i giudizi sociali legati alle gravidanze adolescenziali, in “Coat of many colors” ha trasformato l’umiliazione d’infanzia per un cappotto di stracci cucito dalla madre in un inno universale all’accettazione e contro il bullismo. E ha mantenuto questa apertura per tutta la vita, collaborando con la figlioccia Miley Cyrus a brani sulla liberazione gay come “Rainbowland” o scrivendo “Travelin’ thru” per un film su una donna transgender.

Il ricordo dei fan di Dolly Parton sulla Hollywood Walk of Fame star (EPA/CHRIS TORRES)

Il ricordo dei fan di Dolly Parton sulla Hollywood Walk of Fame star (EPA/CHRIS TORRES)

“Devi accettare tutto e tutti”, ricordava con (apparente) semplicità ,srotolando il filo di una attività filantropia orientata in tante direzioni con risultati spesso incredibili come gli oltre 150 milioni di libri donati ai bambini col progetto “Imagination Library”.

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“È una perdita enorme per milioni di persone” ha scritto a caldo Donald Trump su Truth. “Non c’è mai stata, né mai ci sarà, un’altra come lei. In suo onore, dispongo che la bandiera americana venga abbassata a mezz’asta in tutti gli Stati Uniti per una settimana, a partire da mercoledì sera alle 18. Riposa in pace, Dolly! Il mondo ti vuole bene”. Agli inizi degli anni Duemila l’ex ragazzina del fiume confidò: “spero che la gente capisca che sotto i capelli c’è un cervello, sotto le tette c’è un cuore e sotto tutto il resto c’è il talento”. Ora può riposare in pace, perché il messaggio è arrivato.


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