Andrea Pancani è uno dei volti più riconoscibili del giornalismo televisivo italiano. Giornalista e conduttore, da anni è alla guida di Coffee Break, lo spazio quotidiano de La7 dedicato all’attualità politica, economica e sociale. Il suo approccio si distingue per l’attenzione al confronto tra opinioni e competenze diverse e per la volontà di accompagnare il pubblico nella comprensione di temi spesso complessi.
Lo abbiamo incontrato a margine della rassegna di attualità e cultura di Sabaudia, un appuntamento che negli anni è diventato un punto di riferimento per il pubblico estivo e che porta sul palco protagonisti della politica, dell’economia, dell’informazione e della geopolitica.
Come è nata la rassegna di Sabaudia e come si è consolidato il rapporto con la città?
La rassegna è nata inizialmente a San Felice Circeo, dove non esistevano manifestazioni di questo tipo dedicate all’attualità. L’anno successivo abbiamo deciso di portarla a Sabaudia, realizzandola con una società privata e scegliendo due luoghi particolarmente suggestivi.
Era un primo tentativo di portare una rassegna di attualità in una città con una tradizione culturale e letteraria importante. Abbiamo pensato che Sabaudia potesse avere un pubblico particolarmente ricettivo e così è stato: abbiamo registrato una partecipazione molto significativa.
In quel periodo Alberto Mosca era stato appena eletto sindaco della città . Per una forma di cortesia istituzionale lo invitammo alla prima serata. Al termine dell’evento si appassionò immediatamente alla formula, tanto che, dopo aver visto il programma completo, che allora prevedeva anche dodici o tredici appuntamenti, ci propose di realizzarla insieme.
Da quel momento il Comune di Sabaudia è diventato nostro partner. Ho trovato nel sindaco una persona estremamente attenta e collaborativa. Non è scontato, all’interno di un’amministrazione comunale, trovare una sensibilità così forte verso questi temi. I suoi trascorsi, la sua esperienza e anche la sua formazione culturale gli hanno permesso di comprendere subito il valore della manifestazione.
Sabaudia offre durante l’estate moltissimi appuntamenti di spettacolo, musica e teatro. Mancava forse uno spazio dedicato all’attualità, alla cultura e al confronto sui grandi temi del presente. Noi abbiamo cercato di colmare proprio questo spazio, portando politici, amministratori delegati, parlamentari, esperti e protagonisti della geopolitica.
La sfida più complessa, in realtà, non era tanto Sabaudia quanto la scelta di organizzare una rassegna così articolata nel mese di agosto. Prima di Ferragosto molte persone partono per le vacanze. Per questo abbiamo concentrato diversi appuntamenti nella prima parte del mese, riprendendo poi dopo Ferragosto, cercando di mantenere una continuità sufficiente a fare della manifestazione una vera rassegna e non semplicemente una serie di tre o quattro serate.
Quest’anno, più che mai, abbiamo avuto la conferma che il pubblico ha voglia di ascoltare e confrontarsi anche su argomenti tecnici e complessi. Le persone sono rimaste fino alla fine degli incontri, anche quando si affrontavano temi come l’industria e la politica industriale. È un segnale molto positivo.
Credo che, in un luogo estivo come Sabaudia, questo appuntamento si sia progressivamente consolidato. Le persone vengono per ascoltare cose che non sempre trovano approfondite nella televisione quotidiana e per riflettere su grandi temi che spesso, soprattutto in estate, rischiano di essere raccontati in modo superficiale.
L’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente il modo in cui produciamo e consumiamo informazione. In un futuro in cui una macchina potrà raccogliere, sintetizzare e persino raccontare una notizia, che cosa renderà ancora indispensabile un giornalista?
Non demonizzo né esalto l’intelligenza artificiale. Sono ancora un utilizzatore molto agli inizi e la impiego soprattutto per alcune ricerche. Ma, dopo aver ricevuto le informazioni, cerco sempre di verificarle.
Credo che il ruolo del giornalista rimanga centrale almeno per due ragioni.
La prima è la verifica delle informazioni. Gli algoritmi possono trovare in rete informazioni inattendibili, manipolate o semplicemente false, anche quando vengono presentate come vere o verosimili. Serve quindi un filtro, che deve essere esercitato dal giornalista ma anche, più in generale, da ciascuno di noi attraverso il senso critico.
La seconda riguarda il racconto della realtà. Quando un giornalista entra in una periferia, in una casa dove vive una famiglia in difficoltà, quando racconta il lavoro di un caregiver o osserva direttamente una determinata situazione, riesce a restituire qualcosa che una macchina, per quanto sofisticata, difficilmente potrà riprodurre.
Non credo che l’intelligenza artificiale possa avere la coscienza umana, con tutto ciò che questo comporta. Sarà straordinaria per moltissime attività, ma non potrà restituire pienamente ciò che un essere umano, attraverso i propri sensi e la propria esperienza, riesce a vedere e raccontare.
Il giornalismo d’inchiesta ha il compito di mettere in discussione il potere. Dove dovrebbe collocarsi il confine tra il diritto di informare e il dovere di verificare?
Il giornalismo d’inchiesta è un giornalismo di serie A, esattamente come lo sono altre forme di giornalismo. Non credo che debba necessariamente essere considerato superiore agli altri.
Tutto nasce dall’onestà intellettuale di chi fa un’inchiesta, dalla curiosità professionale e soprattutto dalla capacità di verificare fonti e notizie.
Il giornalismo d’inchiesta ha realizzato cose straordinarie nel nostro Paese e continua a farle. Ma mi fido meno di un’inchiesta quando procede in un’unica direzione, a destra o a sinistra, quando si accanisce sistematicamente soltanto contro una determinata parte politica.
Il giornalismo d’inchiesta deve essere un giornalismo che non fa sconti a nessuno.
Ci sono colleghi che fanno un giornalismo d’inchiesta particolarmente delicato e rischioso, al punto da essere costretti a vivere sotto scorta. Proprio per questo chi svolge questo lavoro deve essere ancora più attento nel raccontare i fatti.
L’inchiesta deve illuminare ciò che la stampa generalista non riesce a illuminare, andare a scavare dove normalmente il pubblico guarda meno ma è comunque interessato a capire.
Deve però farlo senza assumere un atteggiamento moralistico. Non amo il giornalismo che pretende di dire: «Adesso ti mostro io come stanno davvero le cose» oppure «Questa è la verità».
Sono un grande garantista. Prima di accusare qualcuno devono esserci tutte le prove necessarie, soprattutto quando si entra nell’ambito penale.
Il giornalista deve mostrare i fatti, raccontare ciò che emerge, parlare attraverso le carte e le fonti. Il moralismo, invece, rischia di contaminare il risultato finale dell’inchiesta. E questa, a mio avviso, è una categoria molto pericolosa nel giornalismo.
Coffee Break è diventato negli anni uno spazio quotidiano di confronto sull’attualità politica, economica e sociale. Qual è la responsabilità più grande di chi conduce un programma che ogni mattina entra nelle case degli italiani: informare, interpretare i fatti o aiutare il pubblico a costruirsi una propria opinione?
Credo che siano tutte e tre le cose, ma soprattutto cerco di capire per far capire.
Ogni giornalista ha la propria sensibilità, la propria personalità e la propria storia professionale. Il mio sforzo, quando entro in studio, è cercare di comprendere io per primo la complessità delle questioni che affrontiamo e poi aiutare il pubblico a comprenderle attraverso le competenze, i giudizi e le opinioni degli ospiti.
Questo non significa che io non faccia capire come la penso. A volte lo faccio attraverso una domanda, una battuta o un’osservazione. Ma, essendo un talk, credo che a parlare debbano essere soprattutto gli ospiti.
Io faccio da raccordo.
Alla fine, la mia missione è molto simile a quella che dovrebbe avere la scuola: contribuire a sviluppare una coscienza critica. Nel mio caso, nei telespettatori.
Il pubblico di Coffee Break è in gran parte adulto e possiede già una propria capacità critica. Il mio compito è consentirgli di decifrare, comprendere e valutare ciò che viene detto dai diversi ospiti.
Non devo impartire lezioni. Devo cercare di far emergere le competenze di ciascuno e permettere al pubblico di capire davvero come la pensa, non soltanto in maniera superficiale. Poi l’opinione se la costruisce autonomamente ogni telespettatore.
Durante la rassegna di Sabaudia avete affrontato anche temi industriali molto complessi. Quanto è importante riuscire a spiegare argomenti difficili a un pubblico non specialistico?
È fondamentale! Per esempio, con Simone Bettini, presidente di Federmeccanica, abbiamo parlato dello stabilimento siderurgico di Taranto, di un periodo particolarmente difficile e del futuro dell’industria.
In televisione abbiamo spesso tempi molto stretti. In una serata estiva, invece, non ci sono gli stessi vincoli: non devi interrompere continuamente per la pubblicità e puoi permetterti di approfondire.
Bettini è riuscito a spiegare con grande chiarezza, anche a chi non ne sapeva nulla, come funziona lo stabilimento di Taranto, cosa produce, come lo produce e perché sia strategico non soltanto per Taranto ma per l’intero Paese.
Avere persone competenti capaci di spiegare con semplicità questioni apparentemente molto complicate rappresenta un contributo straordinario alla comprensione collettiva.
Ognuno poi si costruisce la propria opinione.
Anche nella nuova stagione di Coffee Break, che ripartirà il 7 settembre, vorrei dare ancora più spazio a competenze diverse. Sarà un anno elettorale di straordinaria importanza e non penso certo di ridurre la presenza dei politici, ma vorrei affiancare sempre di più ai politici esperti, tecnici e persone che possano contribuire con competenze specifiche alla discussione.
Veniamo all’economia. L’Italia deve affrontare questioni come debito pubblico, inflazione, transizione energetica e crescita. Qual è oggi la sfida economica più urgente per garantire competitività e, soprattutto, tornare a crescere?
Molte di queste questioni si incrociano tra loro e non sono variabili indipendenti.
Credo che il problema principale, soprattutto pensando alle nuove generazioni, sia trovare un modo per aumentare salari e stipendi.
Finché le retribuzioni italiane non riusciranno ad allinearsi, almeno in parte, alla media europea e negli ultimi anni abbiamo perso molto terreno, il Paese continuerà ad avere grandi difficoltà.
Non è soltanto una questione di disuguaglianze e di aumento del numero delle persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese. Salari bassi significano anche un mercato interno più debole.
Per questo considero prioritario capire come far crescere i salari e, parallelamente, come ridurre il costo del lavoro. Sono due questioni strettamente collegate.
Ma c’è un secondo grande tema: l’Italia dovrebbe investire molto di più in formazione e ricerca, cercando di incoraggiare e trattenere le grandi eccellenze che questo Paese possiede.
Non mi illudo che sia semplice. Ma credo che siano queste le sfide sulle quali occorra lavorare con maggiore determinazione se vogliamo costruire un futuro di crescita e competitività.
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Daniela Salemi
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