Alla conferenza degli imprenditori francesi (Rencontre des Entrepreneurs de France, REF) organizzata dal Mouvement des Entreprises de France (Medef, la Confindustria francese) allo stadio Roland-Garros, la presidente della Commissione europea disegna la road map della competitività: meno burocrazia, più autonomia dalla Cina, capitali europei per le imprese europee. Al centro, il rilancio dell’economia europea e della sua capacità di innovare. Davanti al presidente del Medef, Patrick Martin, al vicepresidente esecutivo della Commissione UE responsabile per l’Industria, Stéphane Séjourné, e alla platea degli imprenditori francesi, Ursula von der Leyen ha condensato in un’unica parola il senso del suo discorso: accelerare. Accelerare le riforme, accelerare gli investimenti, accelerare la transizione industriale, ma accelerare, ha avvertito, richiede prima di tutto semplificare.

Il quadro da cui parte von der Leyen è quello di un modello economico europeo che ha perso le proprie certezze: energia a basso costo, commercio globale aperto, accesso crescente al mercato cinese. Tutte condizioni che, ha detto la presidente, “sono scomparse”, lasciando le imprese europee esposte a shock simultanei, quali rincari energetici, frammentazione del mercato unico, regole complesse, concorrenza non sempre leale. Da qui l’urgenza di restituire alle aziende “spazio per investire” nel breve periodo e di costruire, nel lungo, un modello fondato su innovazione, produttività e crescita dimensionale delle imprese.

Non a caso von der Leyen ha rivendicato esplicitamente la continuità con il rapporto sulla competitività firmato da Mario Draghi lo scorso anno, definendolo il punto da cui “l’Europa ha aperto la strada”. Su quella base la Commissione ha costruito i dodici pacchetti Omnibus di semplificazione normativa, che valgono complessivamente circa 17 miliardi di euro di risparmi annui per le imprese, sei pacchetti già approvati, per 6 miliardi già assicurati. L’obiettivo dichiarato è tagliare del 25% l’onere amministrativo per tutte le aziende e del 35% per le Pmi entro il 2029, rivedendo l’intero corpo normativo comunitario per eliminare duplicazioni e velocizzare i permessi.

La premessa, ha avvertito la presidente rivolgendosi direttamente agli Stati membri, è che questi smettano di aggiungere vincoli propri alle regole europee, il fenomeno del cosiddetto “gold-plating”: “Ci riusciremo solo se lavoreremo insieme a ogni livello”, ha detto.

Cina: un problema di squilibri

È sul rapporto con Pechino che i toni si fanno più accesi. Von der Leyen ha definito la Cina “un partner economico chiave”, ribadendo la linea della “derisking senza rottura dei legami” già adottata da Bruxelles. Ma ha snocciolato una serie di numeri pensati per giustificare un cambio di passo: alcune imprese cinesi ricevono fino a otto volte i sussidi concessi a un’azienda comparabile nei paesi Ocse; le importazioni cinesi nell’Unione sono cresciute del 45% in cinque anni mentre le esportazioni europee verso la Cina calano; il deficit commerciale con Pechino ha ormai raggiunto quasi un miliardo di euro al giorno, in aumento di un ulteriore 10% dall’inizio dell’anno. Per la prima volta, ha sottolineato, tutti gli Stati membri registrano un deficit commerciale con la Cina, mentre oltre metà dell’industria europea si trova ormai a competere direttamente con prodotti cinesi.

A preoccupare non è solo il prezzo, ma il controllo di Pechino su alcuni snodi strategici delle catene di fornitura: l’Unione dipende dalla Cina per oltre l’80% di alcune materie prime critiche e per il 90% di alcune terre rare, una dipendenza che – ha detto senza mezzi termini – “abbiamo visto essere usata come leva contro di noi”. Da qui l’accelerazione degli strumenti di difesa commerciale: oltre 30 nuove inchieste avviate solo nell’ultimo anno, quasi il triplo della media storica, con misure che secondo la Commissione proteggono già più di 600 mila posti di lavoro europei.

Il richiamo a Letta

Il secondo grande nodo toccato da von der Leyen è quello dei capitali. In Europa, ha detto, non manca la tecnologia né il risparmio: manca la capacità di far crescere le imprese fino alla scala globale, perché troppe aziende, arrivate al momento decisivo, “vanno altrove” per trovare i finanziamenti, oppure vengono acquisite da capitali esteri. Circa 10mila miliardi di euro di risparmio delle famiglie europee restano fermi sui conti correnti, in gran parte investiti fuori dal continente.

È il tema al centro dell’Unione del risparmio e degli investimenti, l’iniziativa lanciata sulla scia del rapporto firmato nel 2024 dall’ex premier italiano Enrico Letta sul futuro del mercato unico, che per primo aveva indicato nella frammentazione dei mercati dei capitali uno dei principali freni alla competitività europea. Le proposte sulla cartolarizzazione, sugli investimenti di banche e assicurazioni e sulla vigilanza integrata dei mercati potrebbero, secondo la Commissione, sbloccare fino a 470 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi: l’obiettivo è un accordo entro fine anno, con tutti i 27 Stati membri se possibile, altrimenti con chi è pronto a procedere.

Energia e intelligenza artificiale, le altre due sfide

Sul fronte energetico, von der Leyen ha ricordato che i prezzi in Europa restano da due a tre volte più alti che negli Stati Uniti o in Cina, e che la crisi in Medio Oriente è già costata al continente oltre 50 miliardi di euro in più senza portare un solo megawattora aggiuntivo. Da qui il Piano d’azione per l’elettrificazione appena adottato e l’annuncio di un nuovo Acceleratore degli investimenti, operativo dal 2027, capace di mobilitare 30 miliardi di euro per progetti industriali pronti a partire, insieme a una Banca per la decarbonizzazione industriale che punta a mobilitarne oltre 100 miliardi entro il 2030. La presidente ha anche parlato della necessità di implementare la griglia energetica europea per ridurre i tempi e i costi dell’energia, per famiglie e imprese.

Il passaggio sull’intelligenza artificiale è forse quello in cui la parola d’ordine “accelerare” pesa di più, perché fotografa un ritardo che l’Europa fatica ancora a colmare. Von der Leyen ha riassunto la strategia in due verbi, “produrre” e “diffondere”, ma dietro la formula si intuisce un problema strutturale: i grandi fornitori di infrastrutture cloud e i modelli di intelligenza artificiale più avanzati restano oggi in mano a un ristretto numero di gruppi statunitensi, che controllano gran parte della capacità di calcolo, dei data center e degli strumenti su cui si appoggiano quotidianamente imprese e pubbliche amministrazioni europee.

Mancano, cioè, campioni europei di dimensione realmente continentale capaci di competere con quei colossi su scala paragonabile – un vuoto che la Commissione prova ora a colmare con i 20 miliardi di euro mobilitati per le “gigafactory” europee dell’AI. La prima call ha già raccolto 77 proposte da 16 Stati membri, distribuite su 60 siti, mentre la seconda è stata lanciata quest’estate.

Costruire un’alternativa europea significa anche garantire ai cittadini dell’Unione standard di trasparenza e di tutela dei dati che i grandi operatori extraeuropei, soggetti ad altre giurisdizioni e ad altre logiche di mercato, non sono tenuti a offrire allo stesso modo. È la ragione per cui la presidente ha rilanciato il Cloud and AI Development Act e il Chips 2.0 Act come pilastri di una filiera che l’Europa intende presidiare “dai componenti ai modelli”. Non un esercizio di protezionismo tecnologico, ha lasciato intendere, ma la condizione perché il continente non debba affidare a soggetti terzi il governo dei dati che alimentano fabbriche, ospedali, reti energetiche e servizi pubblici europei.

Le imprese del continente, ha ricordato, stanno già adottando l’intelligenza artificiale a un ritmo paragonabile a quello dei concorrenti d’oltreoceano, ma la sfida, ora, è trasformare quella capacità di calcolo – quando sarà europea – in un vantaggio economico e non solo in una dipendenza tecnologica gestita da altri.

Von der Leyen ha chiuso il suo intervento richiamando i punti di forza su cui l’Europa può ancora contare: un mercato di 450 milioni di consumatori, un tessuto industriale d’eccellenza, uno dei principali poli mondiali di ricerca, ma anche un asset che oggi, ha detto, è “più raro di prima”, ossia lo Stato di diritto, la prevedibilità, la libertà di impresa e di ricerca.


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