Nei conti correnti delle famiglie europee si trova un’immensa ricchezza inutilizzata: ben 10.000 miliardi di euro. Si tratta di risparmi che rimangono fermi nei depositi delle banche – e perciò definiti “pigri” – invece di essere investiti per sostenere lo sviluppo dell’economia. Nel frattempo, le aziende europee più innovative non trovano abbastanza denaro sul nostro continente e sono spesso costrette a trasferirsi all’estero, come negli Stati Uniti, per ottenere finanziamenti, oppure vengono acquistate da grandi società straniere.

Questo è il severo quadro presentato da Ursula von der Leyen all’assemblea La Ref 2026 del Medef (la Confindustria francese). Per risolvere questa situazione, la presidente della Commissione europea ha dichiarato che l’Unione dei risparmi e degli investimenti deve essere realizzata entro la fine dell’anno. Von der Leyen ha lanciato un chiaro ultimatum politico: l’accordo va trovato preferibilmente tra tutti e 27 i Paesi membri, ma se necessario si andrà avanti anche solo con i Paesi che si diranno pronti a partire. L’obiettivo, in linea con il rapporto sulla competitività dell’ex premier italiano Mario Draghi, è permettere all’Europa di produrre, investire e proteggere la propria economia, mobilitando i capitali dei privati per affiancare le risorse pubbliche.

Il problema della divisione politica

Attualmente, il mercato dell’Unione europea è fortemente diviso a causa delle barriere nazionali. Come ha spiegato la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, durante il Meeting di Rimini, questa “frammentazione” riduce la capacità produttiva del nostro continente a vantaggio di concorrenti globali come la Cina.

Metsola ha sottolineato che i Paesi membri devono superare gli interessi nazionali di breve termine per far crescere un sistema produttivo comune. Concordando con la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, ha ribadito che l’Europa ha bisogno di “soluzioni di buon senso” e non di regole eccessivamente rigide e burocratiche. Metsola ha citato come esempio negativo le recenti norme europee sugli imballaggi, che hanno imposto pesanti obblighi amministrativi alle piccole e medie imprese nazionali, ostacolando la loro crescita anziché aiutarle.

La tecnologia per unificare i mercati: i piani della Bce

Per far circolare liberamente i risparmi in tutta Europa sono necessarie però regole e piattaforme tecnologiche comuni. Oggi, infatti, il sistema finanziario europeo è diviso in tantissimi mercati locali che non comunicano facilmente tra loro. Come ha riferito Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea (Bce), in Europa esistono ben 31 istituzioni responsabili della registrazione e custodia dei titoli finanziari (i cosiddetti depositi centrali di titoli) e 323 mercati diversi in cui si comprano e vendono azioni e obbligazioni (le sedi di negoziazione). A causa di questa frammentazione, nel 2023 più del 95% delle transazioni finanziarie è avvenuto esclusivamente all’interno dei singoli confini nazionali.

Per risolvere questo isolamento, la Bce sta lavorando a due progetti basati sulla digitalizzazione:

  1. La “tokenizzazione” dei beni finanziari: questa tecnologia consiste nel registrare azioni, obbligazioni o contratti finanziari sotto forma di file digitali sicuri all’interno di un database condiviso tra più computer (chiamato tecnologia a registro distribuito – Dlt). Questo permette di trasferire la proprietà dei beni in modo automatico e immediato, 24 ore su 24.
  2. Il progetto Pontes: un servizio tecnologico sviluppato dalla Bce che collegherà le diverse piattaforme digitali private con il sistema di pagamento della banca centrale. Attraverso Pontes, quando avviene uno scambio, il passaggio del titolo e il pagamento in denaro reale avvengono nello stesso identico istante. Se una delle due parti non rispetta le condizioni, lo scambio si annulla automaticamente, eliminando il rischio di perdite finanziarie o truffe per gli investitori.

Accanto a Pontes, la Bce ha avviato il progetto Appia per definire standard tecnici, regole di gestione e normative legali comuni. L’obiettivo è fare in modo che tutti i sistemi digitali europei possano comunicare tra loro, evitando la creazione di barriere tecnologiche e garantendo l’indipendenza dell’Europa da infrastrutture informatiche controllate da Paesi esterni.

La giungla delle tasse e il “trilemma” fiscale

Anche con le migliori tecnologie, lo sviluppo dell’economia europea rischia di bloccarsi a causa della diversità delle tasse applicate dalle singole nazioni. Le imposte sulle società sono infatti decise in modo autonomo da ciascun Paese dell’Unione.

Il think tank economico Bruegel ha illustrato questa difficoltà attraverso un “trilemma” fiscale, spiegando che l’Unione europea si trova davanti a tre obiettivi importanti dei quali, tuttavia, è possibile realizzarne contemporaneamente solo due:

  1. La sovranità fiscale: il diritto di ogni Stato di decidere autonomamente le proprie tasse.
  2. La protezione delle entrate: la capacità di impedire l’evasione fiscale e la perdita di denaro pubblico.
  3. La neutralità degli investimenti: fare in modo che le imprese investano nei territori per ragioni puramente economiche (come la presenza di lavoratori qualificati o infrastrutture), e non per semplici sconti sulle tasse.

Negli ultimi dieci anni, l’Unione europea ha ottenuto ottimi risultati nel combattere l’evasione fiscale e lo spostamento artificiale dei guadagni operato dalle grandi multinazionali verso i paradisi fiscali europei. Questa lotta è culminata nell’approvazione della tassa minima globale al 15% (chiamata Pillar Two) per le grandi multinazionali.

Questo successo ha provocato però un effetto collaterale per gli investimenti reali. In passato, la possibilità per le grandi aziende di spostare virtualmente i propri guadagni nei Paesi con tasse molto basse (come l’Irlanda o il Lussemburgo) riduceva l’impatto delle tasse reali nei Paesi in cui aprivano fabbriche o uffici, spingendole a investire anche in Stati ad alta tassazione (come l’Italia).

Ora che queste scappatoie sono state chiuse, le aziende non possono più barare e guardano con molta più attenzione alle tasse reali applicate da ciascun Paese prima di decidere dove fare investimenti. I dati di Bruegel dimostrano che la sensibilità degli investimenti esteri alle aliquote fiscali nazionali è quasi raddoppiata negli ultimi dieci anni, passando dall’8% al 14%.

Le proposte degli esperti per sbloccare i capitali

Per uscire da questo trilemma ed evitare che i Paesi membri si facciano concorrenza sleale offrendo sconti fiscali che danneggiano gli altri Stati, il think tank Bruegel avanza tre proposte di coordinamento:

  • Unificare le regole fiscali: utilizzare i calcoli già sviluppati per la tassa minima del 15% come base di partenza per creare un unico sistema di tassazione per le grandi imprese in tutta Europa.
  • Eliminare le doppie tasse: rimuovere le trattenute fiscali sui pagamenti effettuati tra aziende situate in Stati membri diversi.
  • Creare un confine fiscale comune: istituire cioè regole fiscali protettive ai confini dell’Unione europea per evitare che le imprese trasferiscano i propri capitali fuori dal continente.

Sbloccare l’enorme patrimonio dei cittadini europei richiede decisioni coraggiose. Oltre alla spinta della politica per superare le divisioni tra gli Stati, sarà indispensabile adottare le nuove tecnologie digitali e affrontare l’armonizzazione delle tasse per dare alle imprese un mercato unico, sicuro e competitivo. La sveglia ai capitali “pigri” dei cittadini europei pare stia per suonare.


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